“Scienze delle religioni” al posto dell’insegnamento di religione cattolica: la proposta che scuote la scuola


La scuola si trova davanti a un bivio. Da una parte, un insegnamento della Religione cattolica concepito nel 1984, confessionale e facoltativo, che appare sempre più inadeguato a leggere la complessità di una società profondamente mutata. Dall’altra, la prospettiva di una nuova disciplina, obbligatoria e non confessionale, capace di restituire al fatto religioso la sua piena dignità culturale e formativa.

È questa, in sintesi, la proposta contenuta nel documento “Per una convivialità delle differenze”, recentemente pubblicato da un gruppo di ricerca sull’insegnamento della Religione a scuola, ospitato presso l’Istituto di Studi Ecumenici (ISE) “San Bernardino” di Venezia.


Il testo, che ha già iniziato a circolare negli ambienti accademici e scolastici, non è un semplice esercizio teorico. Nasce dall’esperienza concreta di chi vive la scuola e ne osserva le trasformazioni. E arriva, significativamente, dall’interno del mondo cattolico, segnale che la richiesta di cambiamento non è più solo una rivendicazione esterna.

Ecco uno spunto di riflessione a cura di Filippo Binini, per il Gruppo di “Gruppo di ricerca per un nuovo insegnamento della religione a scuola”,  presso l’ISE San Bernardino di Venezia, pubblicato su Settimana News.

Un modello in crisi

La premessa del documento è una constatazione che fatica a essere ignorata: la società italiana degli anni Ottanta, quella in cui l’attuale Intesa è stata siglata, non esiste più. Sono mutate le appartenenze religiose, il rapporto individuale con la fede, il modo stesso di intendere il pluralismo. Le classi sono oggi attraversate da differenze culturali e simboliche che non possono più essere trattate come eccezioni marginali.

Di fronte a questo scenario, l’Insegnamento della Religione Cattolica mostra tutte le sue contraddizioni.

Il problema non è solo numerico. È vero, le percentuali di adesione restano ancora relativamente alte, ma ciò accade anche perché l’alternativa, di fatto, manca. La vera questione è qualitativa e strutturale. L’Irc, concepito come insegnamento interno a una tradizione di fede, fatica a trasformarsi in studio critico del fenomeno religioso. E questa ambiguità di fondo genera conseguenze a catena.


Il paradosso della facoltatività

La prima contraddizione riguarda la facoltatività. Se, come sostengono molti, la cultura religiosa fa parte del patrimonio storico e simbolico del nostro Paese, perché la sua conoscenza deve essere lasciata alla libera adesione individuale?

Nella pratica, l’ora di religione viene spesso percepita, soprattutto nella scuola secondaria, non come una disciplina necessaria alla formazione generale, ma come uno spazio opzionale, talvolta persino come un momento di alleggerimento rispetto alle altre materie.

Il meccanismo perverso è evidente: per evitare che gli studenti scelgano di non avvalersi dell’insegnamento, il docente può sentirsi spinto a rendere la materia più “leggera”, più accattivante, meno esigente. Il risultato è una progressiva perdita di credibilità disciplinare. L’Irc si indebolisce, confermando la propria marginalità. Il problema non dipende necessariamente dalla qualità dei docenti, ma da una debolezza inscritta nella struttura stessa dell’insegnamento.

A ciò si aggiunge l’ambiguità del suo statuto istituzionale: l’Irc non gode di piena parità rispetto alle altre discipline, il suo profilo epistemologico appare incerto, il suo rapporto con il resto del curricolo rimane debole. In molti casi, la qualità concreta dell’insegnamento dipende quasi esclusivamente dalla preparazione e dalla sensibilità del singolo insegnante, più che da un impianto disciplinare chiaro e condiviso.

L’analfabetismo religioso

Uno dei passaggi più significativi del documento è dedicato al tema dell’analfabetismo religioso. L’espressione non viene usata per rimpiangere la più diffusa religiosità del passato, né per deplorare la diminuzione della fede personale. Il problema, piuttosto, è la crescente incapacità di comprendere il linguaggio delle religioni, i loro simboli, le loro narrazioni, le loro istituzioni, le loro dottrine, i loro riti, la loro storia.


L’ignoranza non ostacola soltanto la comprensione della religione in senso stretto. Rende più difficile anche la comprensione di ampie porzioni della cultura europea e globale: dalla storia dell’arte alla letteratura, dalla musica alla politica, fino ai conflitti contemporanei.

E riguarda tutti: sia gli studenti di origine italiana, che spesso non possiedono più gli strumenti per leggere criticamente la tradizione cristiana, sia gli studenti di origine straniera, che devono poter comprendere il contesto culturale in cui vivono senza per questo vedere marginalizzate le proprie appartenenze.

Le tre ragioni del cambiamento

Di fronte a questa situazione, il documento propone un netto cambio di paradigma: passare da un insegnamento confessionale a uno studio pluralista delle religioni. Tre le ragioni addotte.

La prima è sociologica. Viviamo in una società post-secolare: la religione non è scomparsa, come alcune letture novecentesche avevano previsto, ma ha assunto forme nuove e spesso inattese. Le classi sono attraversate da differenze religiose, culturali e simboliche che non possono più essere ignorate. Continuare a organizzare l’insegnamento religioso attorno a una sola tradizione significa non riuscire più a leggere adeguatamente il reale.

La seconda è epistemologica. Se il fenomeno religioso deve essere oggetto di conoscenza scolastica, nessuna singola religione può costituire da sola il punto di osservazione privilegiato. Ogni tradizione va studiata con strumenti adatti alla sua complessità storica e culturale. Ciò richiede un approccio capace di cogliere differenze interne, trasformazioni, conflitti interpretativi, sviluppi storici e intrecci sociali. Significa anche sottrarsi a letture implicitamente eurocentriche, che assumono il cristianesimo come modello normativo per interpretare tutte le altre religioni.


La terza è pedagogica e, in parte, teologica. Una scuola che voglia educare alla convivenza non può costruire proprio intorno all’ora di religione una divisione tra studenti. Se la scuola pubblica ha il compito di formare cittadini capaci di vivere in una società pluralista, allora deve offrire uno spazio in cui visioni del mondo differenti possano essere conosciute, comprese e confrontate criticamente.

La proposta: “Scienze delle religioni”

Il cuore del documento è l’istituzione di una nuova disciplina curricolare, obbligatoria e non confessionale. Gli autori suggeriscono la denominazione di “Scienze delle religioni”, espressione che richiama l’intento di assumere il fatto religioso come oggetto di studio analizzabile attraverso metodi laici, pluralistici e verificabili, propri delle scienze umane e sociali.

Non si tratterebbe più, quindi, di trasmettere la visione cattolica del mondo, ma di fornire agli studenti gli strumenti per comprendere il fenomeno religioso nelle sue diverse forme storiche, culturali e sociali. Il religioso uscirebbe così dalla sua collocazione eccezionale e ambigua per entrare pienamente nel curricolo scolastico come ambito del sapere dotato di pari dignità rispetto agli altri.

Il documento immagina per questa nuova disciplina un percorso progressivo e proporzionato all’età degli studenti, che comprenda:

  • l’acquisizione di una terminologia di base e di alcuni concetti fondamentali della storia religiosa;
  • l’introduzione ai principali strumenti interpretativi utilizzati dalle discipline che studiano la religione (storia, antropologia, sociologia, psicologia, filosofia);
  • la conoscenza delle principali tradizioni religiose rilevanti nel contesto occidentale, poste anche in relazione con l’ateismo e l’agnosticismo;
  • l’attenzione ai fenomeni religiosi contemporanei, come le nuove spiritualità, i fondamentalismi, i movimenti carismatici, i sincretismi.

Lo scopo non sarebbe soltanto trasmettere informazioni, ma aiutare gli studenti a riconoscere la diversità religiosa come un elemento strutturale della società contemporanea, sviluppando capacità di comprensione, confronto e dialogo.


La sfida della formazione dei docenti

Una simile riforma richiederebbe inevitabilmente una ridefinizione della figura docente. L’attuale formazione degli insegnanti di religione non appare sempre sufficiente per sostenere un approccio autenticamente interculturale e interreligioso. Spesso mancano competenze solide in ambiti come la storia delle religioni, l’antropologia culturale, la sociologia della religione, la pedagogia interculturale e lo studio delle tradizioni non cristiane.

Per questo gli autori individuano nei corsi di laurea magistrale in Scienze delle religioni già attivi nelle università italiane, in dialogo con le facoltà teologiche, un possibile contesto privilegiato per progettare percorsi formativi capaci di preparare docenti in grado di confrontarsi con il pluralismo contemporaneo in modo metodologicamente rigoroso.

Un contributo che viene da dentro

Nel complesso, “Per una convivialità delle differenze” rappresenta un contributo rilevante al dibattito sull’insegnamento della religione nella scuola pubblica italiana.

La sua importanza non sta solo nella proposta di sostituire l’Irc con una disciplina obbligatoria e non confessionale di Scienze delle religioni, ma anche nel fatto che tale proposta nasce all’interno del mondo cattolico e scolastico. Questo rende il documento particolarmente interessante, perché mostra come la richiesta di cambiamento non provenga soltanto da un esterno critico o laicista, ma emerga anche dall’esperienza concreta di chi vive la scuola e ne coglie i limiti attuali.

Il pluralismo religioso, ci ricorda il testo, non è più un’eccezione, ma una condizione strutturale. Le identità contemporanee sono sempre più mobili e ibride. La religione continua ad avere un ruolo pubblico, ma in forme molteplici, spesso conflittuali e non più riconducibili a un’unica grammatica confessionale.



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 Andrea Carlino

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