“La maturità ha smesso di spaventare”, il racconto del dirigente scolastico sull’esame


C’era una volta la busta. Sigillata con la ceralacca, custodita come un reliquiario, aperta con il tremore di uno studente che incrociava le dita sperando di non pescare l’argomento sbagliato.

C’era il nodo tematico, il software che decideva per tutti, l’algoritmo che stabiliva il destino di un esame. C’era la paura, quella sottile e silenziosa, che si annidava nei minuti precedenti l’estrazione.


Poi, qualcosa è cambiato.

A raccontarlo è Francesco Rossi, dirigente scolastico del Liceo Montale di Roma, che per dieci giorni ha presieduto una commissione d’esame della maturità 2026. Le sue parole, affidate a un racconto che ha fatto il giro delle redazioni e dei social, disegnano il ritratto di una scuola che ha deciso di ascoltare, finalmente, i propri studenti.

Una riforma che parte dal curriculum

La riforma voluta dal ministro Giuseppe Valditara e tradotta in norma con il decreto ministeriale del 29 gennaio 2026 ha rivoluzionato l’impalcatura dell’esame di Stato. Il nuovo orale non parte più da un sorteggio, ma dal Curriculum dello studente. Il candidato entra, si siede e racconta. Punto.

Non c’è un algoritmo a decidere l’ordine delle domande. Non c’è un incrocio casuale di discipline da cui farsi travolgere. C’è un percorso documentato di cinque anni — Formazione Scuola-Lavoro, progetti, certificazioni, attività extrascolastiche, risultati INVALSI — e il ragazzo ha dieci, quindici minuti per rileggerlo ad alta voce. Per trasformarlo in una bussola.

“Funziona”, scrive Rossi senza esitazione. “E lo dico dopo aver ascoltato decine di candidati, uno diverso dall’altro, ciascuno con la sua storia scolastica, il suo bagaglio, la sua voce”.


Le storie che hanno segnato il presidente di commissione

Il dirigente racconta due episodi che, a suo dire, incarnano il senso profondo del cambiamento.

La prima è la storia di una ragazza che ha parlato di educazione alla legalità — un progetto fatto in terza, un pomeriggio a settimana — e a un certo punto ha citato Falcone e Borsellino. Non come nomi sul manuale, non come date da ricordare per l’interrogazione. Come esempi vivi. “Hanno scelto da che parte stare, e quella scelta mi ha fatto capire che anche le mie contano”, ha detto alla commissione.

“È questo il punto”, commenta Rossi. “La vecchia busta non avrebbe mai pescato niente di tutto questo”.

Il secondo episodio riguarda un ragazzo timido, dallo sguardo basso e la voce incerta. Poi ha alzato gli occhi e ha confessato: “Se oggi sono qui a parlare con un po’ di sicurezza, lo devo alla mia professoressa del biennio. Non mi ha mai fatto sentire sbagliato. E da lì ho deciso che volevo fare qualcosa per gli altri”. Ha già scelto una facoltà per le relazioni d’aiuto.

“Non so se farà Medicina o Psicologia o Scienze dell’educazione”, scrive Rossi. “Ma so che quella scelta è nata dall’emulazione di un insegnante. Non da un test orientativo. Da una persona”.


Un esame più vero, non più facile

Rossi tiene a precisare un punto fondamentale: il nuovo esame non è più facile. È più vero.

Dopo la fase del racconto, l’orale entra nel vivo. Le quattro discipline scelte annualmente dal Ministero arrivano sul tavolo. Due commissari esterni, due interni. Domande che non sono nozionistiche, come ha voluto lo stesso Valditara: non chiedono la data, la formula, la definizione. Chiedono di argomentare, di collegare, di sostenere una tesi.

“Il colloquio mira a verificare la capacità di utilizzare e raccordare le conoscenze acquisite e di argomentare in modo critico e personale, nonché il grado di responsabilità e maturità raggiunto”, ricorda il dirigente. “E si vede. Si vede perché i ragazzi non recitano: ragionano”.

C’è poi il momento dell’educazione civica, che le linee guida del ministro trattano non come una materia aggiuntiva ma come una lente attraverso cui leggere tutto il resto. Costituzione, cittadinanza digitale, sviluppo sostenibile, legalità. Ed è qui che i valori emersi nel racconto iniziale trovano conferma.

“La commissione, quando fa bene il suo lavoro, non cerca la risposta esatta”, scrive Rossi. “Cerca lo sguardo critico, l’esempio concreto, la consapevolezza. Cerca il futuro”.


La ceralacca e il nodo con la tradizione

Il finale del racconto di Rossi è un’immagine potente. Alla fine dell’ultimo colloquio, mentre ripone i verbali e i tabulati, si ritrova tra le mani la ceralacca. L’antico rito: il plico va sigillato, la cordicella incrociata, il timbro a caldo sulla cera fusa.

“Un gesto che sa di Ottocento, di regio decreto, di una scuola che non esiste più”, osserva. “Eppure, mentre premevo il sigillo e guardavo la cera raffreddarsi, ho pensato che non era una nostalgia. Era un nodo”.

La ceralacca che chiude il pacco è la stessa che teneva insieme i registri dei nonni, ma dentro ci sono i verbali di un esame che ha smesso di spaventare e ha cominciato ad ascoltare. I voti di ragazzi che non hanno recitato un programma, ma raccontato una direzione.

“Cambiare non significa buttare via”, conclude Rossi. “Si può sigillare un plico con lo stesso gesto di un secolo fa e dentro quel plico custodire una scuola radicalmente nuova. La ceralacca dei nostri nonni e la maturità che abbiamo appena costruito, nello stesso gesto. Perfetto così”.

Una porta, non un muro

“Per una volta, la maturità non è stata un muro. È stata una porta. E i ragazzi l’hanno attraversata con la schiena dritta. Io chiudevo il pacco. Ed era esattamente come doveva essere”.


Queste le parole finali di Francesco Rossi, che con la sua testimonianza non racconta solo un’esperienza professionale. Racconta un cambio di paradigma. Una scuola che smette di giudicare per iniziare ad ascoltare. Un esame che non è più un rito iniziatico da superare con il fiato sospeso, ma un momento di verità in cui lo studente può finalmente mostrare chi è, cosa ha imparato e dove vuole andare.

E forse, proprio in questo, sta il futuro dell’istruzione in Italia.


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