“Il codice paterno non è uno con i baffi e la barba. Può essere assicurato benissimo dall’azione di una madre.” Così Massimo Recalcati ha spiazzato l’auditorio dell’8° Congresso Nazionale Uilca, ribaltando decenni di luoghi comuni sull’educazione e sul ruolo degli adulti.
Lo psicoanalista, intervenuto come ospite d’eccezione, ha consegnato ai presenti una lectio che meriterebbe di essere appesa in ogni scuola e in ogni casa: un’istituzione, una famiglia, una classe respira bene quando sa dire “no” senza godere del potere che esercita.
Quando il “no” diventa un atto d’amore
Recalcati parte da un presupposto che suona quasi provocatorio: il populismo moderno ha rotto l’equilibrio tra vita e istituzioni, contrapponendole come se fossero nemiche. Ma la pandemia ha mostrato il contrario. “Cosa sarebbe stata la nostra vita senza le istituzioni? Senza la scuola, senza l’ospedale, senza lo Stato?” – si chiede.
Ecco allora il primo punto che riguarda genitori e insegnanti: il codice paterno non è repressione, è fondamento. È quella legge non scritta che stabilisce un confine: “non tutto è possibile”. E questo limite, lungi dall’essere una gabbia, è la condizione stessa per diventare umani.
“Se non c’è senso dell’impossibile non c’è comunità umana. Non puoi sapere tutto, non puoi godere di tutto, non puoi avere tutto, non puoi essere tutto, non puoi dire tutto.”
Per un genitore, questo significa imparare a interdire senza mortificare. Per un insegnante, significa stabilire regole che non schiaccino ma che rilancino il desiderio. Perché – e qui sta il punto centrale – ogni “no” autentico è pronuncia di un “sì” più grande. Come nella proibizione dell’incesto: “non tua madre, ma puoi con tutte le altre donne”.
Quel corridoio di marmo e il fango della vita
Recalcati racconta un episodio personale che è una metafora perfetta per genitori e insegnanti. Sua madre, immigrata friulana, aveva fatto costruire un corridoio di marmo in casa. E quando lui e sua sorella entravano con le scarpe infangate, scattava la regola delle pantofole. La casa diventava una “sala operatoria”.
Ma la vera sfida, spiega lo psicoanalista, non è tenere pulito il marmo, è permettere che il fango della vita entri senza distruggere l’ordine. La norma non deve opprimere ma rendere generativa l’esistenza. Come la potatura: si taglia per far crescere più forte l’albero.
Per un insegnante che ripete lo stesso programma per trent’anni, per un genitore che gestisce le stesse dinamiche quotidiane, il pericolo è lo stesso: il tritacarne dell’abitudine. L’unica salvezza? “Pensare che l’inizio continua ad iniziare, che l’inizio non è alle nostre spalle ma una possibilità che deve diventare sempre possibile.”
Il nome proprio contro il numero: la cura che salva
Il secondo codice, quello materno, è forse ancora più rivoluzionario nel mondo della scuola e dell’educazione. Il codice materno è il codice della cura, ma non nel senso melenso del termine. È la capacità di distinguere il nome dal numero.
Recalcati porta un esempio che dovrebbe far riflettere ogni dirigente scolastico e ogni genitore. Un preside di Milano, interrotto da quattro ragazzi dall’”aria minacciosa”, invece di alzare la voce chiama ciascuno per nome. Uno per uno. “Immediatamente l’atmosfera si disinfiamma, lo scontro prende le forme del dialogo.”
Questo è il materno: riconoscere l’unicità. La madre – dice Recalcati citando il suo maestro – rende ogni figlio “figlio unico”. Non nell’ordine del numero, ma nella qualità dello sguardo. “Una madre può avere tre, quattro figli, ma con ognuno entra in un rapporto differente.”
Ora trasportiamolo a scuola. Quanti insegnanti vedono davvero i nomi dietro i numeri del registro? Quanti genitori riescono a guardare il figlio come unico, e non come “il secondo” o “quello che deve essere come il fratello”?
“Un’organizzazione respira bene quando io nell’organizzazione distinguo il nome dal numero, quando mi occupo di Tommaso, di Camilla e di Valentina.”
L’esperimento di Federico II: quando il silenzio uccide
Recalcati racconta un episodio storico che gelò il sangue. Federico II di Svevia, nel 1200, per scoprire quale fosse la lingua più antica, prese dieci neonati, li strappò alle madri, li affidò a balie cui fu imposto di non rivolgere mai la parola ai bambini. Il risultato? Tutti i bambini morirono.
Non per mancanza di cibo o di riparo. Morirono perché nessuno parlava loro.
Ecco cos’è il codice materno nella scuola e nella famiglia: saper rivolgere la parola. Saper ascoltare. Non limitarsi a trasmettere nozioni o a imporre divieti, ma abitare la relazione. Perché un bambino, uno studente, un dipendente che si sente solo un numero, inizia a spegnersi. Letteralmente.
La doppia anima di ogni istituzione
La tesi di Recalcati è che un’organizzazione – scuola, azienda, famiglia – respira bene solo quando tiene insieme due codici. Il paterno: obiettivi, gerarchie, norme, limiti. Il materno: ascolto, cura, attenzione al particolare, relazione.
Se prevale solo il primo, l’istituzione si ammala di burocrazia. Se prevale solo il secondo, si ammala di inconcludenza – tanti progetti, tanta creatività, ma nulla che prenda forma. Come la maionese che “impazzisce” quando non coagula.
Per genitori e insegnanti la lezione è chiara: non si tratta di scegliere tra severità e permissività. Si tratta di far dialogare due dimensioni che sembrano opposte ma che, se integrate, generano vita. Un padre che non gode del potere, una madre che non si perde nella relazione. Un insegnante che conosce le regole ma conosce anche i nomi.
“Il compito di un leader non è comandare, è portare la luce, allargare la nostra visione.”
E forse, per un genitore o un insegnante, questo è il mandato più alto: non chiudere i discorsi, ma farli circolare. Non imporre la propria verità, ma accendere la luce perché l’altro veda la sua strada.
Aamare il nome, non la vita in generale
Recalcati chiude con una provocazione: “Nessuno di noi ama la vita. Noi possiamo amare Tommaso, Camilla, Valentina. Possiamo amare dei nomi propri.”
In un’epoca in cui tutto tende all’astratto, al generale, al “si deve”, alla performance, alla media, questa è forse la vera rivoluzione: tornare al concreto, al nome, al volto. Per un insegnante, significa smettere di interrogarsi solo sui risultati di classe e iniziare a chiedersi come sta quel bambino in fondo alla terza fila. Per un genitore, significa guardare il figlio non come un’estensione di sé, ma come un’altra persona, unica e irripetibile.
La scuola, la famiglia, ogni istituzione “respira bene” quando in essa il nome prevale sul numero. Quando ogni persona sa di essere vista, ascoltata, chiamata per nome. Quando il confine non schiaccia ma apre. Quando il “no” non mortifica ma rilancia.
Forse, in fondo, è proprio questo il compito più difficile e più bello di chi educa: amare il nome, e attraverso quel nome, salvare la vita.
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Andrea Carlino
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