La nauseante ipocrisia della politica sull’immigrazione


ROBERT PREVOST PAPA LEONE XIV

Chiamiamolo Seif, è un trentunenne ugandese, in Italia da 11 anni, arrivato con un finto ricongiungimento familiare (uno zio che l’aveva “importato” spacciandolo per figlio, grazie al cognome uguale), accampato per sei mesi, con altri 19 come lui, in uno stanzone maleodorante vendendo collanine, e forse spacciando un po’, ma poi diplomato qui in un istituto tecnico serale, e poi ancora diventato Operatore socio sanitario con un corso regionale, dopo essere stato accolto alla Casa della carità e successivamente in un paio di famiglie solidali. Lavora da 10 dei suoi undici anni di italianità, ha un contratto in un grande ospedale a tempo indeterminato. Ha fatto richiesta di cittadinanza 18 mesi fa e dopo 16 mesi gli è arrivata una risposta via mail: “La sua domanda è stata protocollata”. Non una convocazione, nessun seguito. Ci vorranno almeno tre anni, senza uno straccio di motivo. Un turpe parcheggio, una stabulazione, come le cozze.

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E chiamiamolo Ousmane, viene dalla Guinea Conakry, è arrivato nove anni fa con un gommone a Lampedusa, e una ferita d’arma da fuoco al fianco sinistro, di striscio, ma per il proiettile di un  AK47 – il kalashnikov – sparato a casaccio da un delinquente in divisa a Tripoli contro una torma di migranti del centrafrica. Un centimetro a destra, ed era morto. Ha studiato, si è diplomato, da 5 anni lavora come operaio specializzato, ha sposato tre anni fa una connazionale a Conakry, ha fatto domanda di ricongiungimento familiare e un mese fa gliel’hanno respinta, con una motivazione burocratica.

Due storie vere di immigrazione positiva, economicamente sostenibile, civicamente irreprensibile, boicottata e vilipesa da un sistema nauseante, impregnato di ipocrisia, sgovernato ieri da una sinistra woke che si commuove di fronte ai morti in mare e poi nega la cittadinanza a un uomo che produce molto molto di più di decine di italiani o il ricongiungimento a un altro che ha dimostrato di essere più in regola di tanti concittadini, e sgovernato oggi da una destra che sa fare solo propaganda xenofoba ma poi non sa neanche dove cominciare a far rispettare le regole che i delinquenti, italiani e stranieri, violano impunemente.


Se c’è un tema sul quale l’ipocrisia della politica, soprattutto della sinistra ma non solo, fa vomitare quello dell’immigrazione. E spiace dover includere la Chiesa nella top-ten degli ipocriti.

L’immigrazione non è soltanto la materia prima che ha reso grandi Stati Uniti, Australia e – un po’ meno grande – il Sudamerica. L ’immigrazione ha “inventato” l’impero romano: “Civis romanus sum”, era l’orgoglioso traguardo di milioni di migranti di successo. Ha reso possibile il boom economico europeo. L’immigrazione ha piegato, con il suo valore reale, secoli di schiavismo, conducendo alla sua abolizione in tutto il mondo.

Ma l’immigrazione è anche sempre stata un rebus da risolvere, se non si vuol trasformare una risorsa in un drammatico problema, come invece hanno fatto le autorità europee e nazionali negli ultimi vent’anni. Parafrasando Madre Teresa di Calcutta, bisogna accogliere “un migrante alla volta”. E non fingere di commuoversi per ciascun clandestino che sbarchi in un Paese che non gli sa né garantire accoglienza né impartire direttive e fargliele rispettare, come del resto non offre assistenza ai suoi cittadini anziani, o accudimento ai figli di NN o come del resto sta vivendo una regressione drammatica nella qualità delle prestazioni sanitarie pubbliche.

La destra sceglie la strada facile: blatera rigore, predica la remigrazione e poi non sa – letteralmente non sa – come reimpatriare i clandestini che delinquono. Consegna loro un pezzo di carta, il foglio di via, poi volta le spalle e li affida alla clandestinità impunibile.

La leva dell’accoglienza qualificata e qualificante – preziosa sia sul piano economico che sociale – dovrebbe nutrirsi di sostegno sussistenziale essenziale e formazione: lingua italiana e un mestiere di quelli richiesti. E invece non funziona, non funziona proprio, fa solo chiacchiere.


La leva della repressione, invece, dovrebbe essere selettiva e prudente ma dovrebbe saper poi scattare, implacabile, quando fosse giusto: reimpatrio forzato di chi delinque, naturalmente dopo aver scontato la pena in carcere in Italia. La clandestinità dovrebbe essere considerata come un’aggravante, e come una condizione inaccettabile in sé da contrastare con i reimpatri; non prima però di aver attivato una procedura accessibile per le richieste d’accesso in Italia dei migranti “economici” con un minimo di qualifica – anche da bracciante, anche da manovale.

Siamo invece lontani anni luce da una gestione integrata di questo genere. Si nega, nei fatti, la cittadinanza o il ricongiuntimento familiare a chi lo merita. E si lascia mano libera a chi spaccia o rapina: che sia italiano o straniero, perché lo Stato è impotente, non controlla il territorio. Come ci ha ricordato la “stesa” a raffica di mitra esibita da un criminale nel cuore di una Napoli restituita al turismo non da De Magistris o da Gratteri ma dalla nuova strategia delle cosche, meno scippi e più business.

Nel frattempo il dibattito politico, che è assordante – e lo diventerà ancor più, durante l’ormai iniziata campagna elettorale – è divaricato tra la gnagnera buonista della sinistra, e la faccia macchiettisticamente feroce della destra.

In tutto questo il Papa va a Lampedusa. Non è una notizia, è Vangelo. Un Vangelo che purtroppo spessissimo le stesse strutture ecclesiali tradiscono, riservando preferenzialmente molte loro strutture ad accoglienza turistica e non solidale. Ma non è aprendo le parrocchie ai migranti irregolari che si può dar seguito all’appello inclusivo di Leone XIV. Quello stesso Vangelo che predica l’inclusione, e va messo in pratica da chi ci crede, invita anche a dare a Cesare quel che è di Cesare, i tributi – ad esempio – come pure l’onore e l’onere di legiferare in modo tale da risolvere o almeno gestire i fenomeni complessi come l’immigrazione per farne una risorsa e non una piaga sociale.

Non sarà, e non è mai stata, l’omelia di un Papa a risolvere un problema di buona amministrazione pubblica. Semmai indica la strada: già, ma oggi in Italia a chi la indica?



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 Sergio Luciano

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