La prima metà del 2026 ha già restituito importanti scoperte archeologiche, guidate in Italia dall’individuazione della leggendaria Basilica di Vitruvio. Ma le ricerche proseguono nel segno di ritrovamenti d’eccezione in tutta la Penisola, da Oderzo a Gabii, a Nora, e nel mondo. Una ricognizione aggiornata.
I mosaici dell’antica chiesa paleocristiana di Oderzo in Veneto
Ci porta in Veneto una delle scoperte archeologiche più sorprendenti d’inizio estate. Il sito archeologico di riferimento è quello di Oderzo (Treviso), nella città erede dell’antica Opitergium, centro dei Veneti antichi e poi municipio romano lungo la via Postumia. Nell’area dell’ex pescheria, nel settore sudorientale dell’antico insediamento, le indagini coordinate dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Padova, Treviso e Belluno hanno riportato alla luce un vasto complesso paleocristiano con mosaici policromi, murature monumentali e sepolture, probabilmente riferibile alla prima chiesa cristiana finora conosciuta della città. I mosaici coprono quasi per intero la pavimentazione dell’area di scavo (15×30 metri), con motivi particolarmente raffinati nella navata centrale: ottagoni intrecciati, nodi doppi alternati nei colori rosso e azzurro e motivi floreali a edera, “pale di mulino”. Accanto all’edificio principale sono emersealtre strutture, tra cui un’area di produzione o stoccaggio collegata al cantiere della basilica, che ha conservato tessere musive, frammenti di marmo, laterizi, vetri, anfore, metalli e una piccola fornace. Scoperte anche quattro tombe. Ora le indagini proseguiranno per riportare alla luce ulteriori mosaici e strutture utili a ricostruire la storia della chiesa.
Un relitto con 300 anfore al largo della costa ionica calabrese

Ha custodito per secoli un carico di oltre 300 anfore il relitto rinvenuto al largo della costa ionica calabrese durante gli studi di fattibilità per un progetto eolico offshore di Acciona Energia. La nave risalirebbe al periodo compreso tra il V e il IV secolo a.C., e con il suo carico potrebbe fornire informazioni rilevanti sulle rotte commerciali e sugli scambi marittimi nell’antico Mediterraneo, oltre che sulla produzione e distribuzione del vino nella Magna Grecia e in Sicilia durante l’antichità. Le attività sono state condotte con tecnologie avanzate e un team multidisciplinare composto da specialisti in archeologia marina, geologia, biologia marina e altre discipline scientifiche. A seguito dell’individuazione del sito, data la sua rilevanza archeologica, la Soprintendenza ha avviato un progetto specifico finanziato dal Ministero della Cultura per lo studio, il recupero, la conservazione e la valorizzazione del relitto e del suo carico,
Nuove scoperte nell’antica città messapica di Vereto, in Salento

A Vereto, antica città messapica del Capo di Leuca, l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale ha appena concluso la prima campagna sistematica di scavo archeologico ribattezzata DiscoVereto, con la direzione scientifica del professor Valentino Nizzo. Cinque settimane di indagini hanno restituito risultati che confermano il grande potenziale scientifico del sito e aprono nuove prospettive di ricerca per ricostruire la storia, le identità e le reti di scambio del Capo di Leuca tra la fine dell’età del Bronzo e la prima romanizzazione. Sono stati individuati due piani pavimentali coperti da consistenti crolli di coppi e tegole, impostati su murature più antiche e riferibili a edifici di una certa importanza, probabilmente appartenenti a gruppi sociali di livello elevato. E poi grandi fosse colmate con pietrame e materiali provenienti dalla demolizione di edifici precedenti, probabilmente in relazione a processi di spoliazione e trasformazione dell’area che potrebbero essere collegati alla successiva frequentazione cultuale del luogo. A questo contesto appartiene anche il rinvenimento di un frammento di lucerna decorata con il simbolo del crismon, testimonianza della frequentazione cristiana dell’area in età tardoantica. Scoperte, inoltre, numerose testimonianze della fase messapica e frammenti di ceramica d’importazione di tradizione corinzia databili al VII secolo a.C.: tra i reperti più significativi una testina femminile in calcarenite, caratterizzata da raffinati dettagli della capigliatura e dalla presenza di orecchini, databile in età ellenistica.
Gli scavi nell’antica città latina di Gabii, alle porte di Roma

A Gabii, sito facilmente raggiungibile da Roma, prosegue il Gabii Project, campagna di scavi condotta in collaborazione dall’università di Roma Tor Vergata con le università del Michigan e del Missouri, che sta riportando alla luce nuovi elementi della struttura urbana dell’antica città latina sorta lungo la Via Prenestina. E il Parco Archeologico che tutela il sito riaprirà ufficialmente al pubblico entro la fine dell’anno. Intanto, nel settore centrale della città, oggetto delle ricerche, è emersa di recente una monumentale vasca per l’acqua, probabilmente collegata alla piazza pubblica di età repubblicana.
L’apertura della necropoli occidentale di Nora, in Sardegna

Il sito archeologico di Nora, a Pula sulla costa sud della Sardegna, amplia il proprio percorso di visita al termine della campagna di scavo e studio condotta dall’Università di Padova in uno dei più importanti contesti funerari fenici e punici del Mediterraneo occidentale. La necropoli, situata nell’ex area militare di Nora, fu utilizzata per circa sette secoli, dall’età fenicia a quella punica: le sepolture più antiche, databili alla fine del IX secolo a.C., sono tombe a incinerazione realizzate mediante piccoli pozzetti scavati nella roccia, nei quali venivano deposte le ceneri dei defunti; in età punica, l’area funeraria continuò a essere utilizzata con modalità differenti. Con il rito dell’inumazione furono infatti realizzate grandi camere funerarie ipogee. Le ricerche hanno portato al rinvenimento di numerose tombe fenicie e puniche rimaste inviolate nel corso dei secoli, e hanno permesso di recuperare corredi funerari costituiti da ceramiche, oggetti metallici e manufatti vitrei.
Minanbé: la città Maya che riemerge dalla giungla in Messico

È frutto di una collaborazione tra ricercatori messicani e sloveni la straordinaria scoperta di una città Maya conservatasi intatta nella regione di Campeche, in Messico. Il segreto del sito è stato custodito dalla fitta vegetazione che ha avvolto la città per migliaia di anni, all’interno della riserva naturale di Calakmul. L’insediamento comprende una piramide alto circa 13 metri (in stile Rio Bec, databile tra il VII e il XII secolo a.C.) e 14 altari e stele scolpiti: la scoperta rappresenta il culmine di trent’anni di esplorazioni condotte dall’archeologo capo Ivan Šprajc nelle pianure centrali dei Maya. La città è stata ribattezzata dagli studiosi Minanbé, espressione Maya da tradurre come “non c’è strada”, proprio per la collocazione remota del sito.
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