L’effetto Streisand, il Chat Control europeo e la Psicopolizia

«Il posto migliore per nascondere qualsiasi cosa è in piena vista». Lo scriveva Edgar Allan Poe ne La lettera rubata. Ma da allora in pochi hanno tenuto conto di questo prezioso consiglio. Certamente non ne ha tenuto conto il governo tedesco quando ha censurato un film appena uscito il 19 giugno dal titolo Citizen Vigilante del regista Uwe Boll, interpretato da Armie Hammer.

«Citizen Vigilante»: il film che nessuno doveva vedere

Charles Bronson in una delle scene della saga del Giustiziere della Notte

La trama del film, che prende le mosse da alcuni episodi di cronaca veramente accaduti, è piuttosto semplice: un ex militare americano, Michael Sanders, diventato ricco imprenditore e radicato in Europa, non sopporta più di assistere all’escalation di violenza contro cittadini inermi da parte di bande di criminali. Soprattutto immigrati. Ed è disgustato dall’assenza di una risposta chiara da parte delle istituzioni, in particolare della magistratura, che spesso rimette in libertà assassini e stupratori. Conosce alcune donne vittime di violenza e decide di passare all’azione individuale: di diventare un vigilante, un giustiziere, si sarebbe detto una volta, richiamandosi ai famosi film degli anni Settanta e Ottanta con l’indimenticabile Charles Bronson.

È questo il film che sta agitando le coscienze di mezzo mondo, che sta provocando reazioni scomposte, che viene tenuto pressoché nascosto e in certi Paesi, come la Germania, addirittura proibitoCitizen Vigilante è uscito negli USA a metà giugno e nelle settimane successive, tramite le piattaforme di streaming, ha raggiunto altri mercati internazionali: ma non quello tedesco, dove l’opera non ha ottenuto una classificazione per età perché ritenuta razzista.

Ciò non impedisce però al film di spopolare sulle piattaforme di download e di ottenere, sul sito Rotten Tomatoes, il 95% di pareri favorevoli, un risultato raramente raggiunto. I commenti dicono tutti, in sostanza, che i crimini contro cui lotta Sanders rientrano nell’ambito del documentario e che questo film è, a loro opinione, «necessario».


L’effetto Streisand

Una delle provocazioni di Elon Musk

Una censura, quella tedesca, che ha spinto Elon Musk da una clamorosa provocazione. Ha pubblicato la pellicola gratuitamente per 48 ore su X, raggiungendo più di venti milioni di spettatori nella sola Germania, in barba alle restrizioni del governo. Non c’è che dire: una bella idea la censura nel ventunesimo secolo. E proprio l’intervento di Musk ha fatto deflagrare l’attenzione.

Il resto l’ha fatto il cosiddetto effetto Streisand: il fenomeno mediatico per il quale un tentativo di censurare o rimuovere un’informazione ne provoca, contrariamente alle attese, l’ampia pubblicizzazione. Vannacci docet, per rimanere alle questioni di casa nostra.

Nato come meme di Internet, il fenomeno riguarda genericamente qualsiasi fattispecie che acquisisca importanza e notorietà principalmente in quanto oggetto di tentativi (o richieste d’imperio) di rimozione o oscuramento. Il nome Streisand effect si deve al blogger statunitense Mike Masnick, che prese spunto da una vicenda avvenuta in California: l’attrice e cantante Barbra Streisand, nel 2003, intentò un’azione legale nei confronti del sito Pictopia, del fotografo Kenneth Adelman e altri, per ottenere 10 milioni di dollari di risarcimento e la rimozione delle immagini che raffiguravano la sua villa a Malibù. Risultato: la fotografia passò da poche migliaia a più di 420.000 visualizzazioni nel mese successivo.

Se avessero seguito i consigli di Edgar Allan Poe di lasciarlo tranquillo in bella vista, il film di Uwe Boll non avrebbe mai raggiunto una simile notorietà, vista anche la tutto sommato modesta caratura cinematografica. Ma il pubblico è dispettoso. E poi si sa: non c’è niente che attiri di più del proibito.

La Passaggio al Bosco

È una condizione che viviamo quotidianamente. Ricordate il bando della casa editrice Passaggio al Bosco nelle varie fiere editoriali? Con quel gesto ne hanno decretato un enorme successo commerciale, quasi decuplicando le vendite. Ma anche nei quotidiani: quando mettono quei titoli «italiano aggredisce passante» o similari per non rivelare l’identità dell’autore, tutti la prima cosa che fanno è andare a cercare il nome, per poi scoprire che si chiama Mohammed o similari e scatenarsi nei commenti. Puro effetto Streisand.


Ne vediamo spesso anche in politica. L’avete vista l’intervista di Conte da Porro questa settimana, sull’appalto miliardario di mascherine inutilizzabili ai tempi del Covid? Il giornalista — diciamolo — ha incalzato con malizia ed efficacia l’ex presidente mettendolo in un angolo. Questo perché Conte, membro della commissione di inchiesta parlamentare sul Covid, sta evitando da mesi di essere audito sull’argomento mascherine dalla stessa commissione — in quanto i membri non possono essere auditi. Ha fatto bene? No. Malissimo.

Perché su questa fuga tattica ci si è costruita tutta una narrazione che lo sta travolgendo. La fuga ha attirato più attenzione della eventuale audizione.

Chat Control: un algoritmo nel vostro telefonino

Ed in questo clima così acceso e incontrollabile, chi sono come sempre i più geniali? Gli scienziati della Commissione Europea, che sono tornati alla carica con l’assurda proposta di legge denominata «Chat Control».

Il Chat Control è una controversa proposta di regolamento dell’Unione Europea per contrastare — dicono loro — la diffusione di materiale pedopornografico online. Prevede la scansione preventiva di messaggi ed email tramite intelligenza artificiale per individuare contenuti illeciti, sollevando enormi dibattiti sui rischi di sorveglianza di massa e sulla violazione della crittografia end-to-end.

Il fulcro del regolamento riguarda l’analisi preventiva dei contenuti (inclusi testi, immagini e video) prima che vengano crittografati e inviati sulle app di messaggistica come WhatsAppTelegramSignal o Gmail. I controlli avverrebbero direttamente sui dispositivi degli utenti tramite algoritmi automatizzati. Riassumendo: con la scusa di combattere la pedofilia, ti installano obbligatoriamente un algoritmo dentro il tuo telefonino che preventivamente controlla tutto quello che scrivi, leggi o comunichi. Questo lo segnala direttamente a una fantomatica autorità di controllo che ha la funzione di decidere (ripeto, preventivamente) cosa tu possa leggere, guardare o scrivere.


I burocrati del tappo e delle bottiglie singole

(Foto: Stefano Scarpiello © Imagoeconomica)

Praticamente l’applicazione reale (e forse peggiorata) del Grande Fratello di Orwell. Capite a che punto di follia siamo arrivati? Altro che romanzi distopici. Il controllo totale sulle nostre vite e la censura preventiva.

E tutto questo ad opera di geni assoluti come i nostri burocrati europei, che dopo l’exploit del tappo che non si stacca hanno stabilito che le bottiglie d’acqua non si potranno più vendere impacchettate nella confezione da sei, ma solo singole. Roba da malati di mente, diciamocelo. Come cavolo fai a portare le bottiglie d’acqua dal supermercato una alla volta! Eppure questi minus habentes conclamati hanno partorito pure questa idiozia assoluta.

E udite udite: quando si arriva alla prima discussione sul Chat Control, l’Italia cosa fa? Invece di votare contro, si astiene insieme alla Germania. L’astensione dell’Italia non è un dettaglio politico. È un segnale d’allerta: molti elementi del regolamento appaiono in contrasto con i principi costituzionali degli Stati membri. In particolare con l’articolo 15 della Costituzione italiana, che garantisce l’inviolabilità della libertà e della segretezza delle comunicazioni. Non è un tecnicismo giuridico, ma il cuore del rapporto tra individuo e potere pubblico.

Il modo fa la differenza

Una scena da Grande Fratello

Il regolamento nasce per contrastare gli abusi sessuali sui minori online — obiettivo che nessuno contesta. Ma la modalità scelta rappresenta un cambio di paradigma: dalla sorveglianza mirata, basata su indizi concreti e autorizzata da un giudice, alla sorveglianza preventiva, generalizzata e algoritmica su tutta la popolazione. Una svolta che ricorda il passaggio dal «controllo su indizi» al «profiling predittivo» tipico dell’intelligence, applicato però al cuore della vita digitale: le comunicazioni private.

Ci vogliono fare vivere in un perenne e istituzionalizzato stato di polizia, in preda al loro voyeurismo istituzionale e malato. Saremo intercettati giorno e notte preventivamente. Pensate a un padre che scriva alla figlia «bimba mia ti amo». O a un fidanzato che chiami la morosa «piccola», «baby» o «ragazzina». Il tempo di scriverlo e gli arriva la Psicopolizia a bussare alla porta di casa per portarlo via.


La Psicopolizia di Orwell è già tra noi

Una scena di Minority Report

Lo ricordate Orwell? La Psicopolizia (Thought Police) è la temibile organizzazione del romanzo distopico 1984. Il suo scopo è scovare e punire lo psicoreato: ogni forma di pensiero non allineato o sentimento non approvato dal regime del Grande Fratello. Tramite apparecchi nascosti chiamati «teleschermi» e spie infiltrate, la Psicopolizia monitora costantemente la vita dei cittadini. Chiunque venga sospettato di avere idee sovversive viene arrestato e portato nel Ministero dell’Amore, dove viene sottoposto a torture e lavaggio del cervello fino all’annientamento della propria identità. Ma neanche Orwell aveva calcolato che si sarebbe arrivati a farlo attraverso il telefonino che ognuno di noi oramai possiede e che rende tutto più semplice, efficace e brutale.

E se per auto-terrorizzarci ancora di più volessimo approfondire i meccanismi di controllo del romanzo, potremmo ricordare: il Ministero della Verità e la riscrittura della storia; la Neolingua e il controllo del linguaggio; il Bipensiero e la manipolazione della logica. Non vi suonano tutti tremendamente attuali? E vi confesso che questa identità pressoché completa tra il romanzo orwelliano e la realtà che stiamo vivendo a me mette una certa paura. Paura mista a un insopportabile fastidio e repulsione.

Sono atti con cui il governo europeo getta la maschera. Per di più in un momento in cui (e lo dimostra il successo inatteso del film Citizen Vigilante) i cittadini chiedono verità e giustizia, e non censura e controllo. Come sempre aveva ragione Nietzsche quando ammoniva: «Ogni filosofia nasconde anche una filosofia; ogni opinione è anche un nascondiglio, ogni parola anche una maschera».

Aggiungo io: le maschere cadono sempre. Non le mascherine però: quelle invece arrivano a prezzi quadrupli e già fuori norma. Ma mentre quelli delle mascherine si salveranno, noi no. Noi finiremo tutti lobotomizzati nelle grinfie del Ministero dell’Amore.


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