Se lo scrittore americano e Premio Pulitzer 1947 Robert Penn Warren fosse nato a Frosinone in questo periodo, non avrebbe scritto uno dei più grandi romanzi politici di sempre, quello con cui vinse il premio: All the King’s Men. Probabilmente avrebbe scritto un ben più prosaico, ma altrettanto drammatico, «Tutti gli uomini del Sindaco». Perché la trama che si sta consumando da anni all’interno del Consiglio Comunale del capoluogo ha una cadenza periodica di crisi e tensioni da far invidia persino alla puntualità della notifica di Netflix che ti comunica la scadenza dell’abbonamento mensile.
Un tutti contro tutti in servizio permanente effettivo, dove la fiducia è merce più rara di un parcheggio libero in via Aldo Moro alle 17 della vigilia di Natale. L’Aula consiliare del capoluogo ormai offre una trama che, a tratti, sembra più vicina a un romanzo politico (come quello raccontato da Warren) che ad una normale consiliatura. Colpi di scena periodici, equilibri continuamente da ricostruire, alleanze a geometrie variabili, rapporti personali deteriorati, diffidenze reciproche, invidie e una sensazione permanente di precarietà che accompagna praticamente ogni Consiglio Comunale.
Maggioranza bulgara, ora prova di resistenza
La vicenda dell’elezione del nuovo presidente del Consiglio comunale, dopo le dimissioni di Massimiliano Tagliaferri, aveva già certificato una realtà difficilmente contestabile: la coalizione che sostiene il sindaco Riccardo Mastrangeli non dispone dei 17 voti necessari per eleggerlo. Voti che, sulla carta, dovrebbero rappresentare la normale forza di una maggioranza nata da una larga vittoria elettorale nel 2022.
A questa evidente criticità si sono aggiunte, in queste ore, anche le dimissioni di Pasquale Cirillo dall’incarico di consigliere segretario dell’Ufficio di Presidenza. Un fatto che, oltre all’aspetto procedurale, assume inevitabilmente anche un significato politico, perché costringe nuovamente la maggioranza a confrontarsi con numeri sempre più ristretti e delicati. E con regolamenti, Statuto comunale e TUEL diventati ormai strumenti di sopravvivenza politica più che semplici riferimenti normativi. (Leggi qui: La mossa del cavallo di Pasquale Cirillo che si dimette da consigliere segretario).
Ed è probabilmente questo uno dei tanti paradossi di questa indecifrabile e surreale consiliatura. Una coalizione uscita dalle urne nel 2022 con una maggioranza «bulgara» si ritrova, ad appena un anno dalla conclusione naturale del mandato, a vivere ogni seduta consiliare come una prova di resistenza. Una sorta di Isola dei Famosi locale. Più che costruire consenso politico, la maggioranza sembra chiamata a gestire continuamente emergenze numeriche — a elaborare strategie per arrivare al traguardo di maggio 2027 senza troppi ulteriori «feriti».
Una pluralità di opposizioni
L’ulteriore paradosso è che questa situazione di instabilità strutturale non riguarda soltanto la maggioranza. Riguarda anche un’opposizione che continua ad apparire divisa, frammentata e spesso incapace di elaborare una strategia realmente comune. Perché manca un’alternativa politica organica, manca una regia e, soprattutto, manca la volontà condivisa di provocare davvero una crisi amministrativa. La sensazione, che ormai si è trasformata in certezza, è che — per ragioni diverse — nessuno abbia realmente interesse a interrompere anticipatamente questa esperienza amministrativa.
Con il tempo si è consolidata una situazione inedita nella storia politica recente del capoluogo. Non esiste più una maggioranza politica nel senso classico del termine. Esiste solo una maggioranza numerica, per arrivare al 2027, ma sempre più lontana dall’immagine di una coalizione compatta.
Specularmente, mutatis mutandis, non esiste neppure un’opposizione politica altrettanto definita. Esiste una pluralità di opposizioni. Ognuna con una propria agenda. Ognuna con priorità differenti. Probabilmente, di questo passo, ognuna anche con un proprio candidato sindaco. Ognuna, quindi, impegnata in una partita che appare oggettivamente distinta da quella degli altri.
Il motore che gira a vuoto
È, come detto, un tutti contro tutti permanente. Un clima nel quale la fiducia reciproca è come una promessa fatta in campagna elettorale: dura lo spazio di una notte. Il risultato è un corto circuito politico senza precedenti. Un autentico black out. La politica, quella con la P maiuscola, quella delle mediazioni, delle sintesi e della costruzione del consenso, appare progressivamente sacrificata sull’altare della gestione amministrativa. Ed è una scelta precisa della governance del sindaco Mastrangeli: si amministrano le pratiche, si realizzano certamente le opere, si ottengono finanziamenti. Ma il confronto politico, sia in aula consiliare che nelle riunioni di maggioranza, sembra essersi progressivamente svuotato, sostituito da rapporti personali ormai ampiamente logorati. E da equilibri precari costruiti più sulla necessità che sulla convinzione.
Quando un’amministrazione passa più tempo a scorrere gli articoli del regolamento d’aula e dello Statuto per capire se può celebrare il Consiglio, piuttosto che a fare politica oltre che amministrazione significa che qualcosa si è rotto. Che il motore gira a vuoto.
La terza via: ignorare le difficoltà
In ogni caso, il sindaco Mastrangeli, forte del suo approccio amministrativo rigoroso, ha scelto la via della resistenza tecnica. Rischia di rivincere nel 2027: o per mancanza di avversari sostenuti unitariamente dall’altra parte, o per troppi competitor. Lo scrittore francese Jean de La Bruyère diceva: «Ci sono due modi per superare le difficoltà: o si modificano le difficoltà, o si modifica se stessi per superarle».
A Frosinone si è scelta una terza via: ignorare le difficoltà politiche sperando che il cemento dei cantieri tenga insieme i consiglieri rimasti. Se questa scelta pagherà e sarà premiante per la città (e per le prossime elezioni comunali) si capirà solo tra un anno.
Intanto, però, portare avanti questa consiliatura è diventata una fatica titanica, sfibrante per chi governa e, soprattutto, sterile per chi osserva.
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