Negli ultimi anni alcuni macro-trend stanno ridefinendo in profondità gli equilibri economici, industriali e geopolitici globali: digitalizzazione, sviluppo dell’intelligenza artificiale, crescita del cloud computing, e-commerce, transizione energetica e, parallelamente, processi di deglobalizzazione e frammentazione geopolitica.
Queste dinamiche stanno generando una forte accelerazione degli investimenti infrastrutturali anche nel settore dei data center, diventati ormai un asset strategico per la gestione, l’archiviazione e l’elaborazione dei dati. La crescita della domanda è alimentata non solo dalle grandi società tecnologiche, ma anche da imprese di ogni dimensione e settore che necessitano di custodire in sicurezza informazioni sempre più rilevanti per il proprio business. Non a caso, molti nuovi data center vengono realizzati anche attraverso la riconversione di immobili precedentemente destinati ad altri usi oggi meno redditizi.
AI e digitalizzazione necessitano infatti di enormi capacità computazionali. Allo stesso tempo, la frammentazione geopolitica e le tensioni internazionali hanno introdotto un nuovo elemento di riflessione: la sicurezza e la localizzazione geografica delle infrastrutture digitali. Il tema non riguarda più soltanto l’efficienza tecnologica, ma anche la sovranità economica e politica dei Paesi.
Su questo punto offre spunti particolarmente interessanti il libro del professor Balestrieri, Big Tech – Il potere dei giganti della tecnologia, un saggio che affronta il potere crescente delle grandi piattaforme tecnologiche. Uno dei concetti sviluppati nel libro è quello di “compute sovereignty”, ovvero la sovranità computazionale: un’evoluzione dell’idea di sovranità digitale che pone al centro la necessità di garantire una capacità computazionale autonoma e adeguata alle esigenze dell’intelligenza artificiale. In un contesto nel quale la domanda di potenza di calcolo cresce in modo esponenziale, le dinamiche dell’hyperscaling stanno infatti concentrando il controllo delle infrastrutture nelle mani di pochi soggetti e di pochi Paesi.
La competizione globale si gioca ormai sul controllo dei data center, sull’accesso alle infrastrutture cloud e sulla disponibilità dei chip necessari per l’AI: in quest’ultimo ambito la concentrazione è estrema e il mercato è dominato da pochi operatori globali. L’Europa si trova così davanti a una sfida duplice: recuperare il ritardo accumulato nella costruzione di infrastrutture digitali adeguate allo sviluppo dell’AI e, contemporaneamente, ridurre la dipendenza dagli hyperscaler americani. Negli ultimi anni l’approccio europeo, tradizionalmente orientato soprattutto alla regolazione, sembra però iniziare a evolvere verso una più marcata politica industriale. In questa direzione si collocano iniziative recenti come l’AI Continent Action Plan del 2025, che considera esplicitamente la capacità computazionale un asset strategico, e il futuro Cloud & AI Development Act, pensato per incentivare gli investimenti e aumentare significativamente la capacità dei data center europei. Resta tuttavia aperta una questione fondamentale: chi finanzierà, costruirà e gestirà queste infrastrutture? Alcuni operatori europei stanno sviluppando competenze importanti nella realizzazione e nella gestione dei data center, ma le loro dimensioni restano difficilmente comparabili con quelle dei grandi gruppi americani come Amazon o Microsoft.
Il rischio è che i grandi operatori globali consolidino ulteriormente il proprio vantaggio competitivo, proponendo investimenti sul territorio europeo senza però risolvere il nodo centrale della proprietà e della giurisdizione. Un tema particolarmente delicato se si considera che il Cloud Act statunitense del 2018 consente al governo americano di ottenere accesso ai dati detenuti da fornitori di servizi statunitensi indipendentemente dalla localizzazione geografica dei server. La presenza fisica di un data center in Europa non coincide quindi automaticamente con il controllo europeo dei dati. A ciò si aggiunge un’altra criticità: gli hyperscaler che investono nei data center rafforzano non solo la supremazia tecnologica dei produttori di chip per l’AI, ma anche la diffusione dei propri modelli di intelligenza artificiale, consolidando un ecosistema fortemente concentrato. In questo scenario, anche il tema energetico assume un ruolo decisivo.
I data center sono infrastrutture ad altissimo consumo energetico e la loro crescita richiede parallelamente un forte sviluppo della capacità produttiva, soprattutto da fonti rinnovabili. Digitalizzazione, AI e transizione energetica appaiono dunque processi strettamente interconnessi: senza adeguate infrastrutture energetiche, la stessa espansione dell’economia digitale rischia di incontrare significativi colli di bottiglia.
Proprio per questo gli investimenti infrastrutturali nel settore stanno assumendo una rilevanza crescente anche per gli investitori istituzionali e anche per i fondi pensione. Infatti, nell’ambito della previdenza complementare, il patrimonio complessivo totale dei fondi pensionistici è di circa 243 miliardi di euro, e di questi una parte (massimo il 20% del patrimonio di un fondo) può essere investita in FIA.
In questo contesto, da diversi anni ad esempio, Previndai investe nei private markets anche nell’asset class delle infrastrutture, partecipando indirettamente ai principali trend legati alla digitalizzazione e ai data center.
Nell’ambito di FIA con portafogli infrastrutturali diversificati, ad esempio, il Fondo può annoverare diversi investimenti specifici nel comparto. Tra questi, sia in infrastrutture italiane, in immobili destinati a data center, disaster recovery e server storage; sia in infrastrutture internazionali, in progetti che coinvolgono data center situati nel Nord Europa — tra Islanda, Finlandia e Regno Unito — interamente alimentati da energia proveniente da fonti rinnovabili e in data center per la gestione di dati connessi anche allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, prevedendo strategie di copertura contro il rialzo dei costi energetici e un crescente utilizzo di energia rinnovabile.
La corsa globale ai data center e alla capacità computazionale è dunque destinata a diventare uno dei principali terreni di confronto economico e geopolitico dei prossimi anni. Per l’Europa si tratta di una sfida complessa, resa ancora più difficile dalle enormi economie di scala dei Big Tech americani. Tuttavia, proprio per questo, le iniziative europee di investimento, i progetti autonomi e le sinergie industriali appaiono oggi non soltanto strategiche, ma urgenti.
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