Tutti i dati sono in regressione: calo degli indici demografici, mobilità crescente dei giovani in uscita dall’Italia di oltre il 3% l’anno, impoverimento in aumento di oltre il 2% nell’ultimo triennio, flessione di tutti gli indicatori relativi alle occupazioni fisiche aziendali. Eppure gli speculatori del real estate non si fermano, almeno nelle intenzioni, a cominciare da Milano, e raccontano di una città fiabesca che cresce. Naturalmente per i ricchi.
E la caccia a fantomatici progetti di ospitalità abitativa, per pianificazioni oltre i cinque anni, si allarga a ipotesi fantascientifiche che vedono le città non al centro di un malessere fisico, psichico e sociale in accelerazione, ma di una sorta di sogno-incubo di sviluppo anni Cinquanta-Sessanta. E la caccia all’immobile — il pretesto è sempre quello del bisogno di soldi — da recuperare e riqualificare sta assumendo connotati che, se non fossero grotteschi, sarebbero criminali.
Così c’è la caccia allo stadio San Siro, una delle icone dell’architettura calcistica internazionale, che dovrebbe essere smantellato per lasciare spazio a un fantomatico nuovo pezzo urbanistico: nuovo stadio, centri residenziali, zone commerciali eccetera. Tempi che, da soli — sette, otto anni — bloccano il senso dell’intera operazione.
Siamo al demenziale puro: il calcio sta crollando, i centri commerciali anche, e si toccano patrimoni architettonici per un futuro che non si vede. Anzi. Idem per l’operazione sullo stadio Flaminio voluta da Lotito con la sua Lazio, in un progetto che va a toccare un gioiello infrastrutturale, quello di Nervi, all’interno di un parco unico al mondo per architettura, sport e cultura, con l’Auditorium della Musica, il Palazzo dello Sport, il museo d’arte contemporanea. E le cose continuano: l’ultima riguarda un altro luogo simbolo della nostra storia, il bellissimo Auditorium Teatro delle Vittorie, dove praticamente è nata e si è sviluppata la Rai e, di fatto, la nostra televisione.
Quest’ultima idea è forse la più simbolica in termini di distruzione di ciò che è storia. Nella Rai, comprese le sue “forme” fisiche, c’è in sintesi l’Italia che cresce nel dopoguerra.
Dice Vilfredo Agnese, lunga storia dirigenziale in Rai, former responsabile dei palinsesti e collaboratore di Giovanni Minoli: “Il Teatro delle Vittorie è stato il cuore pulsante e artistico della Rai, il cui valore simbolico è legato indissolubilmente al ‘sabato sera degli italiani’. Da qui sono andate in onda le edizioni storiche di Canzonissima, Milleluci e Fantastico.
È il luogo di icone come Mina, Raffaella Carrà, Corrado, Pippo Baudo, costruendo l’immaginario estetico e linguistico dell’Italia del boom economico.
Qui sono nati anche tanti programmi sperimentali come Mixer di Giovanni Minoli, destinati a fare la storia della televisione. Come afferma James Hillman, i luoghi hanno un’anima, c’è un genius loci e sono abitati da divinità diverse, capaci di assorbire i pensieri e le tradizioni di chi li abita. Tutti coloro che l’hanno vissuto si ribellano all’idea di dismettere il teatro. E lo fanno attraverso la voce degli artisti che ne hanno raccolto l’eredità, come Arbore. Il Delle Vittorie non è solo un immobile: è un pezzo di storia della televisione e della cultura del nostro Paese”.
E come Fiorello, che con Biggio iniziò proprio al Delle Vittorie, dove ha esposto il cartello “Questo teatro non si dovrebbe vendere”, dicendo: “Io lo chiamo un crimine contro la storia dello spettacolo italiano”. La chiusura di un luogo simbolo è dunque la chiusura di un’identità.
Talmente identitario il Teatro delle Vittorie da diventare un simbolo “parlante” di ciò che succede dappertutto. Nelle identità ci sono storie, persone, azioni. Ogni pezzo di grande architettura ha una personalità sedimentata nel tempo che è parte di quell’oggetto e che, per questo, diventa un pezzo di società e di cultura. E l’idea, come altrove, di trasformare tutto questo in una semplice operazione di compravendita immobiliare è, oltre che delittuosa, anche stupida. Quanto ai soldi, infatti, questa è la via più ottusa. I luoghi possono essere trasformati da contesti in innovazioni, e queste reggono proprio perché poggiano su una base identitaria.
Basta andare, per esempio, a Manchester, dove non è stato toccato il tessuto urbanistico della vecchia città industriale ed è stata creata una nuova combinazione di strutture di produzione tecnologica e mediale, nuovi servizi, luoghi d’arte e di intrattenimento insieme a zone residenziali tra verde e acqua.
Nel segno della sostenibilità e della leggerezza si è creata forse la città più moderna d’Europa.
Pensiamo a cosa si potrebbe realizzare, con queste premesse, al Teatro delle Vittorie: musei televisivi — che oggi non esistono — studi di sperimentazione sulle nuove tecnologie dei media, set di formazione scientifico-universitaria eccetera.
Esattamente come a San Siro, dove si potrebbero creare — gli esempi nel mondo sono tanti — contaminazioni fra luogo dello sport e luogo d’arte, con mostre e performance sempre aperte al pubblico.
Un’operazione che potrebbe essere rifatta al Flaminio, in quella zona magica di Roma, trasformando le grandi infrastrutture di Nervi anche in luoghi d’arte e di esposizione, in dialogo con tutto il quartiere e aperti ai tanti turisti che non chiedono di meglio che visitare quei luoghi della città con qualche pretesto culturale.
A qualcuno di questi speculatori andrebbe spiegato che cos’è un’identità scientifico-culturale; che i soldi veri si fanno con l’innovazione e non con la semplice rendita immobiliare; e anche che, come insegnano i nuovi business delle tecnologie avanzate, i progetti si costruiscono su orizzonti di tre anni, non di dieci. Il dopo, semplicemente, non sappiamo neppure se ci sarà.
Basta andare nei luoghi dove si sono create innovazioni ad alto valore aggiunto dentro contesti fisici esistenti. Come fece Oppenheimer che, dopo la bomba atomica, in una landa desolata vicino a San Francisco, immaginò un nuovo museo della fisica, oggi tra i più visitati al mondo.
È bello creare ricombinando, senza distruggerli, i pezzi di ciò che già esiste. Lo diceva anche il matematico Poincaré.
Ma questa è cultura. Materia estranea ai signori del real estate.
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Mario Abis
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