I Persiani di Giovanni Ortoleva al Teatro della Tosse di Genova


Lo spettacolo comincia al crepuscolo, nel Parco Urbano Gavoglio, ex caserma incastonata nel Lagaccio sulla stazione Principe, l’azzurro del cielo (vira all’oltremare, poi al nero. Intorno, finestre accese, panni stesi, gabbiani, fari d’auto a balenare sulla scena, in questa agorà viva dove non è il teatro a contenere la città, ma è la città ad abbracciare il teatro. Negli stessi giorni in cui a Siracusa la tragedia torna ai suoi luoghi monumentali, la Tosse porta I Persiani in una piazza del presente, urbana e popolare, fatta di cemento, traffico e vita pulsante, perseguendo la sua naturale vocazione di portare il teatro alla cittadinanza, fuori dalle sale, in un abbraccio che è incontro e partecipazione.

I persiani, Valentina Picello. Foto Giulia Lenzi

Il cinquantesimo del Teatro della Tosse

Per i suoi cinquant’anni, la Tosse ritorna a un testo che le appartiene nel profondo. Nel 1998 Tonino Conte allestì I Persiani alla Fiumara, nei capannoni ex Ansaldo: spazio industriale dismesso, congedato nell’atto stesso in cui lo si abitava. Uno spettacolo a stazioni grandioso, liturgia civile per una città che perdeva la propria identità operaia. Giovanni Ortoleva (Firenze, 1991), artista associato di Fondazione Luzzati Teatro della Tosse per il triennio 2025- 2027, parte da quei Persiani lì, ereditandone la lezione per sottrazione: un dramma per tre voci-corpi e una figura-corpo. Non cimelio, ma traccia, eco, consegna. La parola attorno a cui tutto gravita è eredità; non soltanto quella teatrale, ma quella della guerra, male appreso in famiglia, che passa di generazione in generazione. Lo dichiara già il cast: Enrico Campanati, Messaggero nei Persiani di Conte, è oggi il Coro; Pietro Giannini, Premio Ubu 2025 miglior attore under 35, suo allievo e poi allievo di Ortoleva; Valentina Picello, Premio Ubu 2025 migliore attrice, cresciuta alla Tosse. “È un testo che parla di eredità e di consegne”, dice il regista, “per cui tutto è corrispondenza e tutto risuona”. Il transito di Campanati dal Messaggero al Coro: la storia del teatro genovese che si tramanda dentro lo stesso corpo, lungo quasi trent’anni.

I persiani, Giannini,Santi, PIcello, Campanati. Foto Giulia Lenzi
I persiani, Giannini,Santi, PIcello, Campanati. Foto Giulia Lenzi

“I Persiani” di Giovanni Ortoleva. La parola e il suo peso

Ortoleva definisce questo allestimento una forma di teatro-poesia: non riscrittura aggressiva né attualizzazione a tesi ma una cover di Eschilo, fedele a una partitura preziosa, ma accordata su un timbro nuovo. Ad attrarlo, la radicalità del testo: il parodo, grande figura teatrale dell’uomo che collassa, e l’intervento del Messaggero, l’istante in cui la verità della guerra entra in scena e si fa insostenibile. Non a caso Ortoleva richiama, parafrasandola, Shirley Jackson : nessun organismo vivente regge a lungo la realtà assoluta senza perdere la ragione. Lo spettacolo si apre con una lunga corsa di Giannini, torso nudo dipinto d’oro, pantaloni verde militare, fiato sempre più udibile, maratoneta redivivo a martellare i piedi e a far da tappeto al parodo di Campanati. L’“atletismo della parola” che il regista invoca e fa incarnare in questo gesto, incontra l’Artaud dell’attore come “atleta del cuore”, la spossatezza come sostanza dell’interpretazione. Campanati attraversa il testo con voce piena, antica, magistrale; Giannini lo incarna frantumando l’unità del ruolo in più funzioni-personaggio (il Messaggero, il re Dario, Serse, tutti e nessuno) e l’oro che lo copre, opulenza persiana e luce d’oltretomba, ne fa sotto i riflettori un’apparizione caravaggesca e ardente.

I persiani, Marco Santi, Enrico Campanati. Foto Giulia Lenzi
I persiani, Marco Santi, Enrico Campanati. Foto Giulia Lenzi

Il letto, l’oro e i morti ne “I Persiani” di Ortoleva

Al centro della scena, un letto vuoto: baldacchino in legno, talamo svuotato, giaciglio e mausoleo, culla e tomba tempio ateo della famiglia, attorno al quale tutto orbita. È da lì che Ortoleva guarda Eschilo: la disfatta persiana letta come un dramma familiare borghese, storia di una casa occidentale devastata dalla guerra. Valentina Picello-Atossa entra sulle note di It’s Oh So Quiet di Björk, regina nera e dorata, e quando ripete, compulsiva e dilaniata, “bisogna prendere abiti nuovi nella reggia”, la parola si scarnifica, si dipana in lamento singhiozzato, fuori dalla logica: il senso arretra, resta il suono, Lady Macbeth della parola, del balbettio selvaggio. Ai margini, fin dall’inizio, Marco Santi: figura in nero, morte silenziosa che non reclama voce eppure, passo dopo passo, prende — e infine domina — lo spazio.

I persiani, Picello Campanati Santi. Foto Giulia Lenzi
I persiani, Picello Campanati Santi. Foto Giulia Lenzi

“I Persiani” come riflessione sui nostri morti

Si piange: quando re Dario torna dall’oltretomba e, per corpo e voce di Giannini, parla alla regina con un sussurro che viene da oltre la soglia, la tragedia depone la sua antichità e si fa immediata, quasi intollerabile. Perché il teatro, quando è necessario, induce in chi guarda il desiderio cocente di udire ancora la voce dei propri morti. È lì che l’eredità eschilea diventa il debito silenzioso che ciascuno porta verso chi non c’è più. E quando finalmente compare Serse, non è altro che un inerme ragazzino in stracci e, in quella nudità, sta tutta la critica al potere che Eschilo consegnò agli ateniesi nel 472 a.C. e che Ortoleva restituisce senza aggiungere una sillaba: la guerra non produce eroi, ma figli rotti. Lo spettacolo si chiude con la fine della parola e l’invocazione del silenzio: la morte, nera e muta, porta l’indice alle labbra, e l’oro è fagocitato da un sordo buco nero Anish Kapoor. Alcuni terrazzi intorno e il cielo si sono spenti, così come si spegne la scena e, simbolicamente, muore. Ma resta la sensazione che Eschilo, da qualche parte nel buio, stia ancora parlando: basta ascoltare il silenzio per tornare a sentirlo.

Leonardo Orlandini

Prossime date dello spettacolo I Persiani

25 e 26 giugno, Milano, Festival Da vicino nessuno è normale
28 giugno, Ancona, TAU – Teatri Antichi Uniti, Anfiteatro Romano

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