Un progetto di ampio respiro, che è partito nel 2020 da un gruppo di giovani e sta coinvolgendo tantissimi bambini e ragazzi. Nel cuore di Napoli, rione Sanità. “Vicolo della cultura” è anche il nome dell’associazione di promozione sociale che è stata costituita nel 2024 da quattro under 35 con una visione molto chiara: trasformare il territorio attraverso la partecipazione delle nuove generazioni e promuovere la rigenerazione urbana partecipata di vicoli e beni confiscati alla criminalità organizzata. Che, negli anni, sono stati trasformati in presìdi di bellezza, legalità, cultura e aggregazione.
Come è nata l’idea
L’iniziativa nasce da un dramma datato 1993. «Mio nonno paterno, Lucio D’Errico, quell’anno fu ucciso da un delinquente che gli aveva chiesto il pizzo per poter continuare a svolgere la sua attività», racconta Davide D’Errico, cofondatore dell’Aps Vicolo della cultura. «Avevo appena due anni, dunque non ho ricordi nitidi di lui, ma ho saputo che disse un “no” fermo a chi voleva estorcergli quei soldi. Cercò di portarli fuori dalla sua azienda, respingendo con la pancia la pistola che gli avevano puntato contro. Un gesto che gli costò la vita. Per me è una storia particolarmente significativa, come è facile intuire. Ma gli eroi del nostro tempo, più che parlare bene, dimostrano di essere eroi dai loro gesti. Quel fatto simbolico mi ha molto segnato ed è il motivo per cui è nato il nostro impegno nelle scuole e nel sociale».

Come si è sviluppato il progetto
«Pasquale Pennino, Maria Prisco, Jessica Abbate ed io eravamo quattro amici, allora diciottenni. Volevamo fare volontariato», spiega Davide. «Era il 2008, un tempo in cui Napoli veniva raccontata come la città dei rifiuti: se si scriveva Napoli su Google, veniva fuori il classico sacchetto dell’immondizia. Da giovanissimi, volevamo dare il nostro contributo alla nostra città ferita. Così cominciammo a fare attività sociale in uno dei quartieri più fragili di Napoli, il rione Sanità. Iniziammo il nostro percorso facendo doposcuola, attività con minori a rischio, iniziative culturali. A un certo punto uscì un bando del Comune per la gestione di beni confiscati alla camorra. Costituita l’associazione, partecipammo e vincemmo. Non avevamo grandi risorse economiche, perciò avviammo una campagna di crowfunding dal basso. Per onorare la memoria di mio nonno, decidemmo di fare qualcosa di più. Mio fratello Emanuele fondò l’associazione Putéca Celidònia, con cui co-gestiamo i beni confiscati alla camorra, che sono stati dedicati proprio a nostro nonno. Nacquero due sportelli d’ascolto gratuiti (uno psicologico e uno legale), un corso di teatro gratuito e una serie di altre iniziative. Quel posto così segnato dalla presenza della criminalità, si stava pian piano popolando di cose belle. Ma ci siamo accorti che il contesto esterno era sfavorevole alla crescita e a uno sviluppo sano e sostenibile».


Quell’immagine del principe Antonio De Curtis che ha creato un legame con la popolazione
«Quando inaugurammo i nuovi locali, un artista ci donò un’opera di street art dedicata a Totò», ricorda D’Errico. «Pensammo che proprio quello poteva essere l’elemento di comunicazione con il territorio. Quando l’artista iniziò a disegnare sul muro il volto di Totò, nacque un dialogo: tra noi, che venivamo tutti da altri luoghi, e la gente del rione Sanità, dove l’attore era nato. In precedenza, il logo del Comune di Napoli apposto nell’immobile, aveva creato un certo distacco e pure sospetto nei nostri confronti. L’opera sul muro modificò le cose. Capimmo che i simboli della cultura potevano generare un legame con i residenti. Infatti, le persone iniziarono ad avvicinarsi, a raccontarci le storie legate a Totò e al loro quartiere: la sua era una storia molto particolare, nata dal dolore, che poi si è trasformata nel simbolo della risata, in tutta Italia e forse anche nel mondo. Una persona che ha mantenuto il legame con il suo territorio anche quando ha ottenuto il successo fuori da Napoli. Totò era un vero benefattore, dava i soldi ai poveri per strada oppure li infilava sotto le porte delle case dei meno abbienti. La gente lo ama non solo perché è stato un grande artista ma anche per quella sua sensibilità».


Fu proprio allora che nacque l’idea di creare il Vicolo della cultura. «Decidemmo di rigenerare tutto il vicolo, copiando un’idea che a Napoli aveva funzionato già nel Settecento. Trecento anni fa, infatti, la città era vessata dal fenomeno della cosiddetta “truffa della fune”: i delinquenti si appostavano negli angoli più bui della città e, utilizzando delle funi, facevano cadere per terra i passanti e poi li derubavano. I ladri rubavano pure le lampade a olio. A un certo punto, un prete, padre Gregorio Maria Rocco, ebbe un’intuizione: propose di mettere le lampade a olio davanti all’immagine della Madonna con Gesù bambino. Un’idea geniale, perché la devozione era così diffusa che neppure i ladri ebbero più il coraggio di rubare le lampade. I quartieri divennero più illuminati e più sicuri. Allo stesso modo, sul modello di quelle edicole votive, abbiamo puntato sull’appartenenza culturale dei napoletani. È nato così il primo vicolo della cultura che è sostanzialmente un’opera di rigenerazione urbana a base culturale, con interventi di street art e la prima edicola culturale: una specie di piccolo tempio, e dentro non ci sono i santi ma i libri che si possono prendere in prestito. Un progetto di book sharing, con cui abbiamo risolto due problemi: la diffusione della cultura e della lettura come pratica, in un quartiere fragile e con meno opportunità; e poi la sostenibilità, visto che tante persone talvolta devono liberare un appartamento e non sanno dove mettere i libri. Ecco, ora li possono portare da noi».
Identità e appartenenza come leva per lo sviluppo
È stato in quel preciso istante che Vicolo della cultura, da progetto, si è trasformato in una vera e propria associazione giovanile, che collabora con altre realtà in ambito culturale e sociale, e fa nascere altri progetti di rigenerazione urbana. «In particolare, in un quartiere che non ha più un teatro, è nata un’iniziativa finanziata prima dal Pnrr e ora dal Comune di Napoli», sottolinea D’Errico. «Parlo di teatro immersivo, nato dai balconi dei due beni confiscati. Poi si è esteso ad altri edifici. Uno spazio di socialità per la gente del luogo, partendo dalla strada e in collaborazione con l’associazione Putéca Celidònia. Lo spettacolo nel tempo è diventato itinerante: quest’anno si è tenuto in una scuola, sempre nel rione Sanità. Una festa di popolo, fatta in maniera professionale da artisti veri, che dà protagonismo ai bambini e dei ragazzi del quartiere».
A Ottaviano stiamo realizzando un vicolo dell’anti-camorra: non solo di memoria e di denuncia, che pure sono molto importanti, ma anche legato al tema dell’impegno e dell’identità culturale
Davide D’Errico, cofondatore dell’Aps “Vicolo della cultura”
Il progetto si è allargato, ha coinvolto tre vicoli e ora è approdato a Ottaviano. «Un comune tristemente noto per essere stato l’epicentro della nuova camorra organizzata e aver dato i natali a Raffaele Cutolo, che lì strutturò il suo sistema criminale. Proprio a Ottaviano stiamo realizzando un vicolo dell’anti-camorra: non solo di memoria e di denuncia, che pure sono molto importanti, ma anche legato al tema dell’impegno e dell’identità culturale. Il modello, dunque, è in una fase di esportazione. A Napoli, per esempio, nel vicoletto Donna Regina è stato creato uno spazio dedicato alle donne per valorizzare quello spazio con una iniziativa più specifica».


Un po’ di numeri. Attualmente sono 80 i bambini e i ragazzi coinvolti nel corso gratuito di teatro, ma sono 150 coloro che vengono raggiunti dal progetto nel solo rione Sanità e vengono coinvolti direttamente nella progettazione e nella gestione; quattro i laboratori attivati (eco-design, lettura condivisa, doposcuola); sei le edicole culturali attive, con oltre duemila libri redistribuiti. Tutto ciò ha permesso di riattivare il senso di appartenenza della comunità, aumentando il presidio civico e la fruizione turistica di zone precedentemente percepite come insicure o degradate. Un lavoro certosino e paziente, che ha fruttato il Premio per la pace “Giuseppe Dossetti” 2024.
«I nostri primi bambini, quest’anno diventano maggiorenni», sottolinea Davide. «Vogliamo valorizzarli, perciò stiamo costituendo un comitato under 25. Saranno protagonisti e lavoreranno con noi per idee e progettualità da intercettare. Inoltre, stiamo lavorando per modificare l’utilizzo dei due beni confiscati, due spazi fronte strada con balconcini, soppalcati ma piccoli, da 80 metri quadrati l’uno. La sfida consiste nel trasformare il tutto in una vera impresa sociale e culturale per lo sviluppo di iniziative che inseriscano i ragazzi in percorsi professionali e lavorativi, in modo tale da chiudere il cerchio della sostenibilità e delle opportunità da condividere. Se il non luogo della camorra impoverisce il territorio, l’azione sociale deve poter offrire una risposta credibile».
Credits: foto di Federico Quagliuolo e Sara Corno
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Luigi Alfonso
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