Le periferie non chiudono per l’estate. E nemmeno le disuguaglianze. Povertà educativa, carenza di servizi e isolamento sociale continuano a incidere sulla vita quotidiana di bambini, bambine e adolescenti. Quando la scuola chiude, inoltre, viene meno uno degli ultimi presìdi di relazione, ascolto e opportunità presenti sul territorio.
Eppure, proprio nei territori che più spesso restano fuori dallo sguardo pubblico, quando la scuola chiude viene meno uno degli ultimi presìdi di relazione, ascolto e opportunità per bambini, bambine e adolescenti.
In occasione della Giornata delle Periferie (24 giugno), WeWorld, organizzazione italiana indipendente che da oltre 50 anni lavora accanto alle persone, dai margini al centro, in più di 20 Paesi, tra cui l’Italia, richiama l’attenzione su questi territori attraverso il rapporto Abitare i Margini, una ricerca partecipativa che ha raccolto le voci e le esperienze di oltre 230 bambini e bambine, ragazze e ragazzi coinvolti nei programmi di WeWorld in Italia. Il rapporto restituisce una fotografia delle molteplici forme di esclusione che attraversano l’Italia e mostra come le difficoltà non siano il risultato di caratteristiche individuali, ma di sistemi sociali, politici ed economici che continuano a produrre disuguaglianze nell’accesso a diritti, servizi e opportunità.
La ricerca evidenzia un nodo cruciale: per molti ragazzi e ragazze la scuola non riesce a ridurre le disuguaglianze che derivano dal contesto sociale, economico e territoriale di provenienza. Le opportunità continuano infatti a essere distribuite in modo molto diverso a seconda del luogo in cui si cresce e delle risorse a cui si ha accesso. Dai racconti raccolti da WeWorld emerge una rabbia che non nasce dal rifiuto delle regole, ma dalla percezione di vivere in un sistema in cui diritti, opportunità e prospettive non sono distribuiti in modo equo. Una rabbia che spesso viene letta come disinteresse o conflittualità, ma che in realtà racconta il desiderio di essere ascoltati e di poter incidere sul proprio futuro.
I dati confermano questa realtà: il tasso di abbandono scolastico passa dal 22,8% tra chi ha genitori con bassa istruzione all’1,2% tra i figli e le figlie di persone laureate, mentre la quota di giovani Neet raggiunge quasi il 25% nel Sud e nelle Isole, contro il 14,5% nel Nord. In molti quartieri, tuttavia, la scuola continua a rappresentare uno dei pochi presìdi educativi e sociali presenti sul territorio. Per questo la lunga pausa estiva, che in Italia dura tra le 12 e le 14 settimane – una delle più estese d’Europa – rischia di amplificare ulteriormente le disuguaglianze esistenti.
Da qui l’impegno di WeWorld e MammadiMerda, progetto di divulgazione ironica e dissacrante sulla maternità, che hanno rilanciato la petizione “Ristudiamo il calendario”, già sottoscritta da oltre 75.000 persone, per chiedere un ripensamento dell’organizzazione del tempo scolastico. L’obiettivo è costruire una scuola più equa, inclusiva e vicina alle esigenze di studenti, studentesse e famiglie, contrastando le disuguaglianze educative che la lunga interruzione estiva continua ad alimentare.
La pausa estiva pesa soprattutto sulle famiglie che dispongono di meno risorse economiche e relazionali: i centri estivi rappresentano spesso una soluzione troppo costosa e le alternative accessibili sono limitate. Per molte bambine, bambini e adolescenti, l’estate rischia così di trasformarsi in un tempo sospeso, privo di opportunità educative, relazionali e di crescita. A questo si aggiunge il fenomeno del summer learning loss, la perdita di competenze e apprendimenti acquisiti durante l’anno scolastico, che colpisce in misura maggiore chi vive già in contesti di maggiore fragilità.

L’Italia è sempre più divisa: pochi sempre più ricchi, molti sempre più poveri. Disuguaglianze così larghe non sono solo una questione di equità sociale, sono un problema per lo sviluppo del Paese e il futuro delle nuove generazioni. Come uscirne? Le vie possibili nel numero di VITA magazine di febbraio.
SEMPRE PIÙ RICCHI, E SEMPRE PIÙ POVERI?
«La nostra ricerca Abitare i Margini non risparmia la scuola. Ce la restituisce spesso come uno spazio che riproduce le disuguaglianze invece di contrastarle: che non riconosce i saperi informali dei ragazzi e delle ragazze, che fatica ad ascoltare chi arriva con storie diverse, che a volte esclude più di quanto includa. Eppure, nelle periferie italiane è ancora lì, la scuola. È ancora l’unico luogo dove un bambino di dieci anni incontra adulti che non sono la sua famiglia, dove una ragazza può immaginare un futuro diverso da quello che vede intorno a sé, dove si può costruire qualcosa insieme. Non perché lo faccia sempre bene, anzi, spesso non lo fa. Ma perché è l’unico presidio rimasto. Quando chiude a giugno, quel vuoto non viene colmato da niente. Non nei quartieri dove i servizi già scarseggiano, dove le famiglie non hanno reti di supporto, dove lo spazio pubblico è militarizzato o semplicemente assente. Tre mesi in cui le disuguaglianze non si fermano: si allargano. E la distanza tra chi ha alternative e chi non ne ha cresce, silenziosa, estate dopo estate. Quello che chiediamo non è conservare la scuola così com’è. È chiederle di restare aperta per provare a essere diversa: più vicina ai quartieri, più permeabile alle voci di chi la abita, capace di costruire un nuovo patto educativo con le comunità in cui è immersa. L’estate nelle periferie può essere il luogo in cui quella trasformazione comincia, se qualcuno sceglie di non chiudere i cancelli», dichiara Martina Albini coordinatrice del Centro Studi di WeWorld e curatrice della ricerca Abitare i Margini.
L’indagine ribalta il modo in cui raccontiamo le disuguaglianze in Italia: non mancanza individuale, ma effetto sistemico di politiche, servizi e sguardi che producono esclusione.
Attraverso un approccio partecipativo, la ricerca ha messo in dialogo esperienze e punti di vista provenienti da 7 città italiane (Milano, Bologna, Roma, Napoli, Cagliari, Aversa e Ventimiglia) coinvolgendo oltre 330 persone tra operatori e operatrici dei programmi di WeWorld, dei partner territoriali (BeFree, Cemea del Mezzogiorno, Cadiai, Fondazione Somaschi, Via Libera Cooperativa Sociale – Gruppo L’Impronta e Patatrac), stakeholder locali tra reti di quartiere, istituzioni e organizzazioni della società civile, e soprattutto tra queste più di 230 bambini e bambine, ragazze e ragazzi coinvolte nei programmi di WeWorld. Dalle loro parole emerge una consapevolezza sorprendente: le opportunità non sono distribuite in modo equo e questo provoca anche rabbia nelle nuove generazioni. Nei territori osservati dalla ricerca emerge spesso infatti il senso di non essere ascoltati, di non avere voce nelle decisioni che riguardano il proprio futuro e di vedere limitate le proprie opportunità educative, sociali e lavorative. Quando mancano spazi di partecipazione, luoghi di aggregazione e prospettive credibili, la rabbia rischia di diventare una delle poche forme di espressione disponibili. Tra i luoghi che emergono con maggiore frequenza nei racconti c’è la scuola. Un’istituzione che molti ragazzi e ragazze continuano a considerare fondamentale, ma che spesso percepiscono come incapace di offrire le stesse opportunità a tutti e tutte.
«Nasci povero e muori povero indipendentemente da quanto ti impegni a fare ed essere», racconta un ragazzo coinvolto nella ricerca a Sant’Elia, Cagliari.
«Viviamo in un posto in cui siamo uguali apparentemente, ma nel profondo ci sono classi diverse di persone in base ai soldi e alle opportunità», racconta invece una giovane della Barona, a Milano.
Territori diversi, dai quartieri come Giambellino, Barona, Corvetto a Milano o San Basilio a Roma, arrivando a contesti come Aversa, Scampia a Napoli e Sant’Elia a Cagliari, fino a Ventimiglia, ma attraversati tutti da dinamiche comuni: povertà economica, carenza di servizi, disuguaglianze educative, precarietà abitativa e lavorativa, spesso rafforzate da politiche frammentarie. Dentro contesti già segnati da fragilità sociali, economiche e territoriali emergono inoltre “margini nei margini”, in cui alcune persone affrontano forme di esclusione ulteriori e meno visibili.
L’indagine ricostruisce una geografia dei margini che non si limita tuttavia a mappare le esclusioni, ma analizza i processi che le generano e le trasformano, restituendo una lettura profonda delle marginalità contemporanee e superando l’idea che si tratti solo di condizioni geografiche e realtà lontane, ma condizioni che si formano nelle dinamiche sociali, nelle politiche pubbliche e nei modelli economici dei territori. Nei territori osservati, diritti fondamentali faticano a tradursi in condizioni concrete e la scuola fatica a essere uno strumento effettivo di uguaglianza.
È questa consapevolezza che ha spinto WeWorld a realizzare una ricerca che analizzasse questi fenomeni, non solo per comprenderli ma per proporre strumenti concreti di intervento.
«I margini non sono un quartiere o una periferia, sono spazi economici, politici, sociali e geografici», commenta Andrea Comollo, direttore programmi domestici di WeWorld. «A volte sono tutte queste cose insieme, con una forte valenza di disuguaglianza. A volte c’è sovrapposizione tra aree urbane periferiche e marginalità, altre volte sono più nascosti e difficili da individuare. Il tentativo spesso è quello di rattoppare i margini, inglobarli, pulirli e normalizzarli. Assegnare uno spazio ai margini perché possano sempre essere in relazione con il centro, perché possano nutrire il centro. Con Abitare i Margini l’attenzione e la voce torna alle persone che i margini li attraversano, ogni giorno».
Non si è trattato di raccogliere racconti individuali in modo isolato, ma di capire insieme da dove nasce il margine e come sia possibile “smarginare”, cioè modificare le condizioni che lo producono. Non si tratta di portare al centro chi vive ai margini, facendo adattare le persone a un sistema che produce disuguaglianze, ma di cambiare quel sistema. Le marginalità non sono inevitabili: sono il risultato di scelte economiche, istituzionali e politiche. Per questo, la proposta è chiara: non si tratta di includere chi resta ai margini, ma di trasformare il centro stesso, redistribuendo potere, risorse e possibilità.
Smarginare non è solo un modo diverso di osservare la realtà: è una scelta politica. Come sottolinea Comollo: «Se i margini continuano a esistere non è perché alcune persone restano indietro, ma perché il sistema continua a produrli.» La ricerca ribadisce che senza un intervento sui meccanismi che producono marginalità, le disuguaglianze continueranno ad ampliarsi. Le evidenze raccolte offrono anche indicazioni concrete per le istituzioni, a partire dalla necessità di ripensare l’accesso ai servizi, politiche abitative, percorsi educativi e modalità di coinvolgimento delle persone nei processi decisionali. Smarginare significa, quindi, creare condizioni in cui i diritti diventino possibilità concrete e in cui tutte le persone possano sviluppare aspirazioni, partecipare alla vita collettiva e immaginare il proprio futuro.
«Smarginare significa riconoscere che queste condizioni non sono fallimenti individuali, ma il risultato di strutture economiche e politiche che distribuiscono in modo diseguale risorse e opportunità».
(Testimonianza raccolta nella ricerca)
L’invito che emerge dalla ricerca è quello di lasciarsi contaminare dal margine, per costruire politiche più aderenti alla realtà e più capaci di garantire diritti effettivi. Per questo, Abitare i margini non si limita a descrivere il problema, ma contribuisce a costruire le condizioni per affrontarlo, a partire dai territori, dalle reti che li attraversano e dal riconoscimento del diritto al futuro delle nuove generazioni.
Credit foto Alex Majoli
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Anna Spena
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