Nel saggio Are You An Anarchist? The Answer May Surprise You! l’antropologo David Graeber analizza il concetto di anarchia, arrivando a sostenere che la maggior parte di noi è, in realtà, anarchica.
Anzitutto, smontiamo il luogo comune, alimentato dai nostri media, per cui il termine “anarchico” viene associato a violenza, distruzione e caos. Niente di più lontano dal vero. Gli anarchici, secondo la definizione di Graeber, “sono persone che semplicemente credono che gli esseri umani siano capaci di comportarsi in modo ragionevole senza che sia necessario costringerli a farlo”.
Secondo questa definizione, l’approccio anarchico sta nel reimmaginare le regole esistenti, le strutture di governance, i quadri giuridici o le culture organizzative sulla base della libertà di azione ragionevole delle comunità e non della costrizione. Partendo da questa definizione, saremmo obbligati a decostruire molte delle infrastrutture collettive nelle quali siamo immersi e a ricostruire le relazioni sociali spogliandole degli elementi di “violenza”, intesa come esercizio di potere.
Se poi, nella lettura dei contesti e nello specifico nel panorama italiano, applichiamo a questa chiave interpretativa “anarchica” la lente della filantropia, allora è ancora più evidente come le tendenze di autoconservazione e di dominio relazionale esistenti siano macroscopicamente errate e spingano nella direzione esattamente opposta.
Le indicazioni di Philea per le fondazioni
Proviamo dunque a fare ordine, esplorando ciò che emerge dal contesto filantropico.
Philea, l’organizzazione europea delle fondazioni e delle reti di fondazioni, ha recentemente diffuso due preziose pubblicazioni che, come barlumi nella notte, indicano due direttrici di sviluppo convergenti per le fondazioni, che confermano esattamente la necessità, se mai ce ne fosse bisogno, di promuovere attitudini verso la libertà delle persone e delle organizzazioni di agire senza costrizioni.
La prima, Unrestricted Funding: A Practical Guide for Funders, evidenzia come, nonostante i finanziamenti senza vincoli rimangano una pratica poco diffusa, molti finanziatori e partner concordino sul fatto che siano l’approccio teorico – e non solo pratico – che rafforza più efficacemente le organizzazioni e la loro sostenibilità nel lungo termine, spostando il potere verso i partner (P2W ne ha parlato qui, ndr).
La seconda, Funding Organisational Development: From Insight to Action, aiuta le fondazioni ad adottare il sostegno allo sviluppo organizzativo, che è in grado di rispondere alle sfide odierne, promuovendo al contempo organizzazioni più sane, ecosistemi più solidi e un maggiore impatto. Si tratta di un investimento sulle persone delle organizzazioni, abbandonando i contributi una tantum o ad hoc a favore di un sostegno più olistico dell’organizzazione partner.
Non modelli, ma posture: la fiducia prima degli strumenti
Quello che emerge con maggior forza è che non si tratta di modelli, ma di approcci. Non di tecnica, ma di posture. Non di progetti, ma di partner. Non di standard, ma di evidenze.
Il terreno comune di queste evidenze è la relazione filantropica che non emula più strutture di Mercato ma si fonda sulla fiducia profonda e non improvvisata; non si tratta di strumenti (così usciamo dalla dicotomia “bando sì, bando no”, da sempre ossessione operativa dei filantropi italiani) bensì di attitudini culturali nuove e di trasformazioni radicali nel modo di pensare prima che di agire delle fondazioni.
Ciò a maggior ragione nell’epoca dell’intelligenza artificiale, che si pone sempre più come strumento di intermediazione, anche filantropica, tra la scrittura e la valutazione di proposte progettuali, acuendo il solco tra chi scrive senza doversi fare intercettare e chi valuta intercettando (come P2W riportava qui, ndr). Superare questa intermediazione implica invece tornare a focalizzarsi sulla ratio della relazione filantropica, rianalizzando criticamente i fondamentali delle dinamiche generate in passato, e convogliando le energie sulle persone, nella fiducia – che non è un concetto hype, ma il fondamento delle strutture sociali di convivenza –, nei valori e nel coraggio di rinunciare alla dicotomia tra controllati e controllori, erogatori e riceventi, donatori e beneficiari, al fine di promuovere alleanze di senso ancora prima che di scopo.
Questo è esattamente quello che serve, se il paradigma diventa quello “anarchico” del potere delle persone di agire; ciò ancor di più, se i partner di elezione della filantropia sono gli enti della società civile, geneticamente orientati a farlo nell’interesse generale.
Oltre la cultura centrata sul donatore
Quello anarchico è un approccio che impatta in modo significativo ancor di più sulle governance degli enti filantropici, perché smonta la cultura centrata sul donatore, ovvero la convinzione che tutto quanto venga realizzato sia grazie al finanziamento della fondazione o del filantropo. Questa cultura riproduce quella patriarcale della società e alimenta un narcisismo filantropico che erge il donatore al di fuori e al di sopra della comunità, pretendendo il riconoscimento di un ruolo essenziale e necessario. Quel riconoscimento rappresenta la certificazione di una dominanza basata sulla dipendenza e sul bisogno e alimenta una narrazione eroica e suprematista del filantropo.
Senza un approccio anarchico, allora, è difficile che le strutture di governo delle fondazioni adottino meccanismi partecipativi reali, includendo rappresentanti della società civile, espressione dell’eterogenea composizione delle comunità che si pretende di servire, orientandosi invece a una professionalizzazione di tipo aziendalista che, come gli ultimi dati evidenziano, predilige avvocati, commercialisti e liberi professionisti nei consigli di amministrazione delle fondazioni.
Al contrario, una relazione filantropica anarchica dovrebbe fondarsi su una mutua ed equa alleanza, basata su un reciproco riconoscimento di ruoli e su una condivisione di responsabilità. Una relazione in cui il denaro non sbilancia i rapporti ma, al contrario, decostruisce quella supremazia di potere, riducendola al gesto più “semplice” e alla parte più “facile” del lavoro: metterci i soldi. Tutto il resto, la parte complicata, fatta di lettura e comprensione dei bisogni, di gestione, sviluppo, monitoraggio e valutazione degli interventi o delle organizzazioni, sta sulle spalle della società civile. Un rapporto che, per questi motivi, dovrebbe favorire il prosperare delle organizzazioni e non la sopravvivenza (thrive not survive).
Le comunità al centro della strategia
La visione di una filantropia anarchica è pertanto quella che identifica il bisogno partecipativo come essenziale non solo per una rinnovata forma di legittimazione ma anche in termini di giustizia sociale. Una postura che supera la tensione tra la visione strategica degli enti filantropici e la conoscenza e competenza del Terzo Settore, per ricomporla nella domanda di senso su cosa conti come strategico per le comunità.
Allora è lampante come si sbricioli il luogo comune che una strategia debba essere generata da un’élite (filantropica in questo caso), con un approccio dirigistico per sopperire all’incapacità della comunità. La realtà è che le comunità e i partner di Terzo Settore hanno nel proprio DNA quella capacità di reagire alle sfide contemporanee, tracciando modelli di reazione su temi specifici e sopperendo ai limiti della filantropia, che spesso manca della conoscenza granulare per intercettare cosa avvenga realmente sui territori.
La domanda da porsi è pertanto quasi di natura esistenziale per la filantropia italiana: i leader filantropici nostrani sono disposti a riconoscersi anarchici o invece preferiscono concentrarsi sull’autoconservazione, restaurando, con visioni novecentesche, un mondo che non c’è più?
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