L’imprenditore del futuro? Per i giovani ha un impatto sociale e ambientale


L’identikit dell’imprenditore si evolve. I giovani ne hanno una visione più consapevole: non più solo come frutto di genio o fortuna, quanto di competenze. E se nell’immaginario degli italiani restano lo startupper (29%) e il piccolo imprenditore familiare (20%), si fa sempre di più strada anche l’imprenditore attento all’impatto sociale e ambientale (20%). «Mi piacerebbe una scuola in cui l’imprenditorialità non sia un’esperienza per pochi, ma una competenza per tutti. E un sistema-Paese in cui le idee dei ragazzi possano essere riconosciute, protette e accompagnate anche oltre la scuola», afferma Miriam Cresta, ceo di Junior Achievement Italia, all’indomani dell’edizione 2026 dei Campionati di imprenditorialità, organizzati da JA Italia in collaborazione con il ministero dell’Istruzione e del Merito.

La competizione è rivolta a tutti gli studenti e le studentesse di scuola secondaria di secondo grado che abbiano svolto durante l’anno scolastico un programma di educazione imprenditoriale, tra cui il programma “Impresa in azione di Junior Achievement Italia”. Il percorso coinvolge ogni anno migliaia di studenti e studentesse, docenti in tutta Italia, con l’obiettivo di sviluppare competenze imprenditoriali, spirito d’iniziativa e lavoro di squadra. Quest’anno sono stati coinvolti circa 330 team e quasi 900 docenti, volontari e giudici. Attraverso le 14 tappe territoriali e due competizioni online, in finale a Roma sono arrivati 60 team.

Partiamo da un bilancio dei Campionati di imprenditorialità. Che edizione è stata?

È la terza edizione dei Campionati di imprenditorialità, che quest’anno si sono svolti a Roma, dopo Milano, Parma e Bergamo. È stata un’edizione importante perché abbiamo voluto portare l’iniziativa all’attenzione delle istituzioni. Volevamo far capire che non si tratta solo di una competizione, ma di una vera esperienza di “fare impresa”: i ragazzi imparano che, se vengono messi nelle condizioni giuste e accompagnati con strumenti adeguati, sono assolutamente in grado di sviluppare idee e trasformarle in progetti concreti.

Quali sono i numeri?

I numeri sono significativi: parliamo di un percorso che coinvolge ogni anno circa decine di migliaia di studenti e che culmina nei Campionati, ma che in realtà parte a inizio anno scolastico. Negli ultimi anni abbiamo visto una flessione dell’interesse delle istituzioni verso il rapporto tra la scuola e il mondo del lavoro, che ora forse sta un po’ risalendo.  C’è però un rischio: che esperienze come l’alternanza scuola-lavoro vengano date quasi per scontate, mentre invece sono fondamentali.

Che tipo di progetti avete visto quest’anno? Al di là dei Campionati, JA Italia con “Impresa in Azione” da moltissimi anni: che cambiamenti ha notato negli studenti?

Mi ha colpito molto il fatto che i progetti presentati quest’anno erano davvero molto maturi, spesso legati a temi di impatto sociale, ambientale e di salute. Questo è un segnale importante: tra i giovanissimi non c’è solo l’idea di impresa tradizionale, ma anche quella di impresa con una missione. Molti ragazzi partono da un’esperienza personale. La mini-impresa che ha vinto il Premio Miglior Team, ad esempio, nasce dal fatto che uno degli allievi della 5°AI dell’istituto “Badoni” di Lecco ha avuto un’esperienza di ictus in famiglia e da lì la classe ha progettato un ecosistema tecnologico integrato, BraceLet, per monitorare in tempo reale i parametri vitali di anziani e persone fragili e supportare caregiver e strutture sanitarie con dati e avvisi tempestivi. Questo gruppo di ragazzi era veramente spinto da una missione e questa cosa è stata colta e valorizzata anche la giuria. Il team che ha vinto il Premio Miglior mini-impresa JA e che a inizio luglio volerà a Riga per rappresentare l’Italia alle competizioni europee, invece, è partito dall’esperienza del tornado che l’anno scorso ha colpito la Sicilia. Hanno visto le spiagge che erano abituati a frequantare invase dal polistirolo, inquinate. Il team Natural Shield JA dell’ITT Ettore Majorana di Milazzo (Me) ha sviluppato un polistirolo ecologico completamente biodegradabile, ricavato da materie prime vegetali e da residui fibrosi della filiera agroindustriale che normalmente verrebbero scartati. Sono biografie che diventano impresa.

Ma cosa fa davvero la differenza perché queste idee, queste sensibilità, poi facciano uno scatto e diventino https://www.vita.it/bracelet-il-bracciale-salvavita-che-ha-vinto-i-campionati-dellimprenditorialita-studentesca/imprese?

L’incontro con gli altri. Il lavoro di gruppo, la creatività, soprattutto la presenza di adulti che accompagnano i ragazzi. Serve un contesto laboratoriale ben strutturato: quando c’è un metodo chiaro e un accompagnamento costante, i ragazzi rispondono con grande impegno.

Cosa manca ancora alla scuola su questo versante?

Che queste attività non siano percepite come eccezionali. Oggi sono ancora vissute come progetti “extra”, legati alla buona volontà di pochi docenti o dirigenti. Il punto invece è renderle parte integrante del percorso scolastico, accessibili a tutti gli studenti, non solo a una minoranza.

Siamo nel pieno degli esami di maturità: percorsi come questo come possono contribuire al percorso dei nostri ragazzi?

Sono sempre più convinta che la “maturità” si costruisca attraverso esperienze come queste: lavoro di gruppo, progettualità, responsabilità. Se nella scuola si fanno iniziative come questa, mettendo a disposizione dei ragazzi esperienze laboratoriali, di lavoro di gruppo, di collaborazione… quasi non sia necessario l’esame di maturità. Rispetto a qualche anno fa però prendo atto del fatto che i nostri ragazzi sono sempre meno abituati a sostenere prove e confronti pubblici. In questo senso, la maturità resta un’esperienza utile, perché li mette alla prova davanti a una valutazione esterna. A Roma i ragazzi sono stati valutati da cento giudici adulti, per due giorni, hanno ricevuto dei feedback, hanno riflettuto su quello che potevano fare meglio.

Cos’è la “cultura del feedback”?

Oggi la scuola è ancora troppo centrata sul giudizio e troppo poco sul feedback. Nei nostri programmi i ragazzi lavorano, si confrontano, ricevono valutazioni continue da docenti, mentori e giurie. Anche quando non vincono, hanno comunque la possibilità di capire cosa ha funzionato e cosa no. È una cosa molto diversa da un voto finale statico. E il fatto di non aver vinto diventa una elaborazione dell’esperienza, un capire perché un’idea non ha vinto o non ha funzionato come previsto, cosa aveva “in più” l’altro team. È un processo molto più ricco e utile rispetto a un giudizio secco.

Che ruolo hanno gli adulti e i coach nei progetti?

Sono fondamentali. I coach creano un ponte tra scuola e mondo esterno e costruiscono un rapporto di fiducia con i ragazzi. Molti dream coach volontari, dopo anni di collaborazione, sentono davvero di far parte del progetto, partecipano alle finali regionali e nazionali, ci tengono a fare la foto con i ragazzi sul palco. Questo dimostra che è un’esperienza di comunità.

Qual è la prossima sfida?

Fare in modo che le idee degli studenti non restino solo esercizi scolastici, ma possano diventare veri progetti imprenditoriali. La cosa più bella che mi porto a casa da questa edizione romana dei Campionati è il fatto di essere riusciti a far passare il messaggio che anche l’idea imprenditoriale di un 17enne-18enne possa essere finanziata e accompagnata nella sua crescita. Non si tratta più di vedere le mini-imprese studentesche come degli esercizi fatti in classe, che lì si chiudono, ma come qualcosa che in alcuni casi può essere l’inizio di una vera attività imprenditoriale. Ecco, questo passaggio non è più utopia.

Che significa?

Che stiamo lavorando per creare un raccordo con istituzioni e il mondo privato per far sì che alcune di queste idee possano davvero essere supportate con un investimento. Significa avere un’attenzione verso i giovani che non è solo retorica. Un altro tema è che i progetti più interessanti che partono nelle scuole dovrebbero essere brevettati prima di arrivare agli eventi pubblici, perché dopo non è più possibile farlo: ma molte scuole non hanno le risorse. Questo è un altro aspetto importante, su cui “farsi avanti” a livello nazionale.

In prospettiva, cosa le piacerebbe vedere?

La ricerca che abbiamo realizzato con Swg dice che per i giovani essere imprenditore non è solo risultato di genio, fortuna o eredità, ma che ci sono competenze che possono essere apprese: se hai questo set di competenza c’è la voglia di provarci. Quindi mi piacerebbe una scuola in cui l’imprenditorialità non sia un’esperienza per pochi, ma una competenza per tutti. E un sistema-Paese in cui le idee dei ragazzi possano essere riconosciute, protette e accompagnate anche oltre la scuola.

Foto dall’edizione 2026 dei Campionati di imprenditorialità, organizzati da JA Italia in collaborazione con il ministero dell’Istruzione e del Merito.

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 Sara De Carli

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