A dieci anni dalla pubblicazione di Amoris laetitia, i presidenti delle Conferenze episcopali si sono riuniti a Roma, su iniziativa di papa Leone XIV, per riflettere sulle sfide che attraversano la vita familiare e sull’annuncio del Vangelo alle famiglie.
Tra i partecipanti all’incontro c’era S.E.R. Mons. Erik Varden, O.C.S.O., vescovo di Trondheim e amministratore apostolico di Tromsø, che ha pubblicato una riflessione articolata attorno ai cinque temi affrontati durante i lavori. Il presule norvegese esamina i cambiamenti culturali che interessano la famiglia, il rapporto dei giovani con la sessualità, il significato del matrimonio cristiano e le difficoltà della vita coniugale, soffermandosi anche sulle situazioni familiari irregolari e sulla missione della famiglia nella Chiesa.
Varden precisa che si tratta di considerazioni personali, che non rappresentano le conclusioni dell’assemblea. Silere non possum propone ai propri lettori la traduzione italiana integrale del testo, pubblicato il 15 ottobre 2026.
Il giorno della festa di San Giuseppe di quest’anno, papa Leone XIV ha annunciato il desiderio di convocare a Roma tutti i presidenti delle Conferenze episcopali del mondo per discutere l’impatto di Amoris laetitia a dieci anni dalla sua promulgazione. Il Santo Padre ci ha chiesto di riflettere su come annunciare più efficacemente il Vangelo alle famiglie.
L’incontro, durato una settimana, si è concluso ieri. Una relazione sarà pubblicata quando il Santo Padre si sarà ristabilito dalla malattia — una guarigione che preghiamo sia rapida e completa — ma papa Leone XIV ha chiesto ai partecipanti di condividere senza indugio l’esperienza dell’incontro con le rispettive Conferenze episcopali e diocesi.
I lavori si sono svolti secondo uno schema articolato attorno a cinque temi principali, ciascuno dei quali ha fornito materia di confronto per un’intera giornata. Di seguito propongo le mie riflessioni personali su questi temi.
Queste riflessioni non esprimono la posizione dell’assemblea, la ricchezza del cui lavoro sarà resa nota a tutti a tempo debito. Sono semplicemente il contributo di una singola voce, una seconda viola, all’interno di questa grande orchestra ben armonizzata.
Le famiglie oggi
La vita familiare è oggi sottoposta a pressioni di ogni genere: sociologiche, economiche e culturali. Ne siamo pienamente consapevoli. Tutte meritano di essere prese in considerazione.
La pressione più persistente, tuttavia, ha radici più profonde. In un tempo sorprendentemente breve abbiamo perso il senso condiviso di ciò che significa essere umani. Al di fuori dei gruppi accomunati da interessi specifici, oggi è difficile trovare parole condivise per descrivere che cosa sia un essere umano. Non siamo più d’accordo neppure su ciò che definisce una donna, un uomo, un bambino.
I transumanisti tecnologici prospettano un futuro nel quale l’uomo sarà probabilmente lasciato indietro dal «progresso», a meno che la sua natura non venga «potenziata». Abbandonata l’idea della redenzione, riponiamo ora la nostra speranza negli aggiornamenti tecnologici.
Diamo per scontato che i parametri di oggi non varranno domani. Di conseguenza, l’idea stessa di un impegno permanente, di qualunque genere, appare assurda.
Le alleanze e i patti cedono il passo agli «accordi» nella politica e nel commercio. Lo stesso accade nelle relazioni umane, sempre più considerate come transazioni pragmatiche: resto legato a qualcosa, o a qualcuno, finché ne ricavo un beneficio o un piacere. Poi passo oltre.
In un contesto simile, la famiglia, in quanto unità fondamentale della società umana, non può che disgregarsi. Non appare più evidente, come un principio indiscutibile, che le famiglie debbano essere realtà stabili, fondate sul legame per tutta la vita tra una donna e un uomo, nella speranza di generare figli.
Una donna e un uomo possono ancora decidere di unirsi — dopotutto viviamo in un mondo libero — ma una simile unione non viene considerata categoricamente diversa da quella tra due donne o due uomini, oppure tra due persone che si considerano di genere fluido. E, del resto, perché limitare questa unità a due individui? Si stanno diffondendo le richieste di riconoscimento giuridico del poliamore.
Viviamo in uno stato di eclissi metafisica.
La fede in Dio come Creatore benevolo è andata in gran parte perduta. Non crediamo più che la nostra esistenza sia stata voluta. Come possiamo, allora, conservare il senso della nostra vita come dono che, a nostra volta, possiamo offrire, persino consacrare, a un altro?
La nostra è un’epoca di desacralizzazione, nata da una letterale assenza di speranza, dall’esclusione della possibilità stessa di «sperare».
Osservo questi sviluppi nel mio ambiente sociale, nella corrispondenza e nelle conversazioni, nel confessionale.
Constato, però, anche una tendenza contraria. Incontro molti giovani, e persone non più tanto giovani, che sono stanchi dell’effimero. Rifiutano di rinunciare alla «speranza». Osano pensare che possa esistere qualcosa come una «verità» sulla quale costruire la propria vita.
Coltivando e sostenendo queste persone, aiutandole a fiorire, possiamo favorire un rinnovamento della cultura familiare. Dopotutto, tutti desiderano essere felici. Molti non lo sono. Su questo i sociologi concordano. Vedere una famiglia che prospera susciterà anche negli altri il desiderio di prosperare.
Prosperare non significa vivere in uno stato continuo di euforia. La vita umana è difficile, in qualunque forma si presenti. Mi sembra che la maggior parte delle persone ne sia ben consapevole.
Per questo possono anche stancarsi di un linguaggio benintenzionato, ma ripetitivo, fatto di «accompagnamento», di «essere in cammino», di «essere ascoltati». Naturalmente desiderano essere accolte con attenzione e rispetto, ma ciò che cercano è una direzione, l’indicazione di una meta, qualcuno che insegni loro a vivere bene.
Dio si è fatto uomo proprio per questo: per mostrarci quale sia il senso della vita e verso dove essa sia diretta, per insegnarci, attraverso consigli e comandamenti, a condurre una vita buona e feconda.
Quando Cristo incontrò la Samaritana al pozzo, non le disse: «Su, sediamoci e raccontami tutto». Le disse invece «tutto quello che [aveva] fatto» (cfr. Gv 4,29).
Fu questo a permetterle di iniziare una vita nuova.
Abbiamo bisogno di lasciare che Cristo ci dica chi siamo, ci mostri dove abbiamo sbagliato strada, ci metta di fronte alle nostre colpe e ci orienti verso il fine per il quale siamo stati creati.
Cristo è il nostro Salvatore, ma non soltanto questo. È anche l’Immagine secondo la quale siamo stati creati, il Prototipo che ci rivela a noi stessi. Saremo pastoralmente efficaci nella misura in cui gli resteremo amorevolmente obbedienti.
Potremmo persino avere la possibilità di restituire speranza alla società.
I giovani e la scoperta del matrimonio
Uno studio pubblicato un paio di anni fa dall’American College of Pediatricians riferiva che il 54% degli adolescenti aveva visto materiale pornografico entro i tredici anni e il 15% prima degli undici. Da allora, queste percentuali sono certamente aumentate.
Il consumo di pornografia è piuttosto diffuso tra i giovani adulti, uomini e donne, in tutto il mondo. Ha un impatto enorme sul modo in cui i giovani vivono le relazioni affettive.
Quando, fin dall’infanzia, si è stati perseguitati da un universo dominato dalla lussuria, nel quale il sesso è materia di consumo, l’oggetto del desiderio è continuamente sostituibile (ma sempre fisicamente perfetto), il romanticismo è assente e non esistono regole, entrare in una relazione duratura e fedele con un essere umano concreto, fallibile, bisognoso, la cui alterità non può essere cancellata, rappresenta un passo enorme, forse insormontabile.
L’universo pornografico è trasgressivo. Evoca dei confini soltanto per attirare i consumatori a oltrepassarli, insinuando la prospettiva di un potere capace di assumere qualsiasi forma.
Il paradigma classico del ragazzo che incontra una ragazza è stato superato da tempo. L’omoerotismo, che fino a non molto tempo fa era associato alla nozione di «orientamento» sessuale, è oggi un’opzione accessibile a tutti, integrata nell’intrattenimento di massa.
Le tendenze della fluidità di genere danno espressione a fantasie maturate, spesso a partire da un’angoscia interiore, nel mercato di un eros senza vincoli, dove il desiderio momentaneo viene innalzato al rango di dio e la realtà oggettiva cede il passo alle forme che l’immaginazione soggettiva impone e suscita.
Deploriamo le seduzioni del virtuale e dell’irreale, ma questo non basta. Dobbiamo tendere una mano amica ai giovani uomini e alle giovani donne intrappolati in forme di irrealtà dall’attrazione irresistibile, tirarli fuori dal pantano e permettere loro di riscoprire il mondo così com’è.
Per riuscirci, dobbiamo essere capaci di mostrare che questo mondo reale è migliore e, anzi, più interessante, capace di rendere felici.
Tre anni fa ho pubblicato un libro intitolato Chastity (Castità). Allora fui deriso da alcune persone, soprattutto uomini europei anziani, che mi assicuravano che si trattava di un argomento che non interessava a nessuno.
Mi ha colpito, invece, ritrovarmi, in un Paese dopo l’altro, a parlare davanti a grandi platee composte prevalentemente da giovani, desiderosi di comprendere il significato di questa virtù quasi dimenticata, apparentemente imbarazzante.
Lungi dall’essere sedotti dai surrogati ipererotizzati delle relazioni, molti giovani ne sono stanchi. Cercano amicizia e amore stabile.
Non sto dicendo che rappresentino la corrente dominante, ma sono abbastanza numerosi da testimoniare l’esistenza di una tendenza.
Per aiutare i giovani a riconoscere il valore del matrimonio dobbiamo intercettare questa tendenza, anzitutto aiutando le giovani donne e i giovani uomini a trovare la pace con se stessi.
In uno dei principali testi di san Paolo sul matrimonio, nella Lettera agli Efesini, l’Apostolo paragona la coppia sposata a un corpo e osserva: «Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne» (Ef 5,29).
Il problema è che oggi molte persone lo fanno e si sentono estranee al proprio corpo.
In una prospettiva secolare, il corpo è un sacco di tendini che può essere destinato a usi diversi. Lo straordinario e liberante messaggio cristiano è che io sono il mio corpo e che il mio corpo, non meno della mia anima, è fatto a immagine di Dio e merita venerazione.
Se desideriamo preparare i giovani al matrimonio, dobbiamo anzitutto aiutarli a scoprire la propria identità incarnata di donne e di uomini.
Prima di cercare di aiutare gli altri, dobbiamo compiere noi stessi questo lavoro.
Può essere salutare e umiliante scoprire che, persino nella maturità, abbiamo ancora strada da percorrere a questo riguardo.
Quale linguaggio aiuta i giovani a crescere affettivamente?
Un linguaggio di verità, che chiama serenamente le cose con il loro nome, senza violenza, senza mai disperare della misericordia di Dio.
Un linguaggio che riconosce le ferite senza idealizzare la condizione di vittima. Nasce dalla fede nella volontà salvifica di Gesù.
Il matrimonio rende manifesta la salvezza. Per esservi preparati, bisogna prima scoprire di poter essere salvati.
I primi anni di vita matrimoniale
Una coppia che conosco mi ha raccontato di una decisione presa quando si è resa conto che il loro fidanzamento stava diventando una cosa seria.
Sono andati insieme in una baita nel bosco per trascorrervi un lungo fine settimana. Durante quei giorni si sono raccontati reciprocamente la propria vita. Entrambi desideravano che l’altro conoscesse tutta la loro storia, con le sue luci e le sue ombre, i successi e i fallimenti.
Se avessero deciso di impegnare reciprocamente il proprio futuro, volevano essere certi che, più avanti, non sarebbero sorti ostacoli a causa di un passato rimasto nascosto.
Un simile proposito è coraggioso e saggio.
L’essenza dell’amore consiste nel sapere che posso essere ciò che sono, senza maschere, e continuare comunque a essere amato.
Dio ci ama in questo modo. Imparare ad amare come lui significa fare altrettanto.
Il matrimonio prospererà se entrambi i coniugi sapranno affidare all’altro la propria intimità più profonda.
All’inizio del rito matrimoniale, il sacerdote domanda: «Siete venuti qui di vostra libera volontà?».
La libertà, dalla quale dipende la validità del sacramento, richiede che gli sposi sappiano chi stanno sposando.
Molte delle difficoltà che tendono a sorgere nei primi anni di matrimonio possono essere prevenute attraverso una ricerca di sincera trasparenza prima che venga sancita l’alleanza matrimoniale.
Gli sposi sono essi stessi i ministri del sacramento. Eppure lo celebrano in chiesa, davanti alla croce.
Rispondere di sì alla domanda «Volete amarvi e onorarvi tutti i giorni della vostra vita e accogliere con amore i figli che Dio vorrà donarvi?» significa acconsentire a partecipare alla croce.
Ogni amore coniugale e genitoriale comporta sofferenza. Trafiggerà il cuore. Richiederà che la propria vita venga versata affinché altri possano vivere.
Accogliere consapevolmente questa realtà fin dall’inizio, acconsentendo a partecipare alla croce vivificante di Cristo, darà agli sposi la forza di portare i propri pesi, facendo apparire leggere persino le cose più gravose.
La relazione orizzontale tra marito e moglie, tra genitori e figli, sarà sostenuta da un asse verticale sicuro e affidabile.
Amo quel rito, previsto dalla liturgia latina, nel quale il sacerdote, dopo aver ricevuto il consenso matrimoniale, avvolge con la propria stola le mani unite degli sposi e dice: «L’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto».
Ogni volta che indossa la stola, il sacerdote recita la bellissima preghiera della vestizione: «Signore, restituiscimi la stola dell’immortalità, che ho perduto per la colpa dei nostri progenitori».
L’alleanza matrimoniale ci permette di intravedere la gloria che rivestiva Adamo ed Eva prima della caduta.
In alcuni riti orientali, gli sposi vengono incoronati in riconoscimento della dignità regale di figli di Dio che hanno ritrovato.
Nel nostro clima ipersecolarizzato, che sentimentalizza il matrimonio e considera i figli secondo una logica consumistica, come beni da ordinare nel momento più conveniente, preferibilmente prodotti secondo determinate specifiche, questa prospettiva soprannaturale è preziosa.
Ci ricorda che il matrimonio non riguarda soltanto una donna e un uomo. Li incorpora entrambi in una comunione viva con Dio; anzi, li costituisce insieme come immagine, come icona vivente della santa Chiesa di Dio.
Sapere che Cristo è costitutivamente presente nella loro unione li ispira nel difficile lavoro di abbandonare la prima persona singolare per la prima persona plurale: non dire più «io voglio», ma «noi vogliamo»; non «io ho», ma «noi abbiamo».
Questo può aiutarli ad affrontare la forza dirompente e la profonda vulnerabilità della sessualità, integrandone adeguatamente la dimensione unitiva e quella procreativa.
Li preparerà ad accogliere i figli con venerazione, come doni gratuiti di Dio.
Una coppia sposata ha bisogno di essere sostenuta da una comunità.
È sbagliato considerare la coppia autosufficiente, aspettandosi che produca da sola tutte le risorse e la soddisfazione di cui ha bisogno: una simile visione non fa che applicare l’individualismo secolare a un’unità collettiva che finirà per vacillare sotto il peso di questa responsabilità.
È qui che la comunità cattolica e la parrocchia trovano il proprio ruolo specifico, chiamate a offrire quella cura, quell’aiuto concreto, quel senso dell’umorismo e quei consigli compassionevoli che un tempo potevano garantire le famiglie allargate, oggi in gran parte scomparse.
Le famiglie in situazioni complesse
Parliamo della «gioia e della bellezza» del matrimonio. Facciamo bene.
Queste qualità rappresentano effettivamente un ideale. Dovremmo però anche essere prudenti ed evitare i luoghi comuni.
Basta leggere Anna Karenina o guardare Scene da un matrimonio di Bergman per rendersi conto che due coniugi possono trasformare reciprocamente la propria vita in un inferno.
Anche questo deve essere ricordato.
Prima della vestizione monastica, il postulante legge spesso un passo del Siracide: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione».
Anche i fidanzati potrebbero fare altrettanto. Le prove arriveranno.
Papa Francesco ha scritto Evangelii gaudium, ma Amoris laetitia. È una distinzione semantica interessante.
Il significato fondamentale della radice latina laet-, dalla quale derivano laetus e laetare, è «felicità».
Tuttavia, già nel latino classico, questa radice aveva un significato agroecologico che indicava il «rigoglio» delle piante e la «fertilità» del terreno.
Il collegamento è comprensibile. Una vegetazione «felice» cresce in un terreno che è stato lavorato per diventare nutriente.
Così, dalla radice laet- poteva derivare anche il sostantivo laetamen, «fertilizzante».
Nell’antichità, fertilizzante significava sostanzialmente letame, che puzza.
La laetitia dell’amore presuppone un terreno liberato dalle pietre, ben arato e provvisto di una quantità sufficiente di buon letame.
Sottolineare questo aspetto non significa togliere la gioia al matrimonio e alla famiglia, ma ribadire che questa gioia scaturirà dal lavoro; e che si tratta di un lavoro duro, spesso apparentemente privo di gratificazioni.
La condizione monastica e quella matrimoniale si presuppongono e si rispecchiano reciprocamente.
Credo, e ne faccio esperienza, che le famiglie possano ricevere aiuto dalla sapienza e dall’esperienza che la vita monastica ha tramandato.
I monaci vivono secondo una regola che custodisce l’alleanza della vita comune, rendendone espliciti lo scopo e il fine.
Quando marito e moglie concordano sul fine della propria famiglia, saranno meglio attrezzati per affrontare gli ostacoli rispetto a quando non hanno concepito la loro unione come un compito da realizzare.
Questo vale soprattutto se il fine che condividono è trascendente.
Allora permetteranno a Dio di agire in loro. Vedranno nelle difficoltà occasioni di conversione, per uscire dalla cella ammuffita del proprio io.
I monaci e le monache sono realisti riguardo alle lotte che appartengono alla loro vocazione.
La prima letteratura monastica, i Detti dei Padri del deserto, affronta direttamente le battaglie più comuni.
I Detti permettono ai monaci di cercare modi per risolvere problemi concreti con i quali si trovano a lottare, sotto titoli molto pratici come «Distacco dai beni», «Pazienza», «Lussuria», «Sopportazione».
La possibilità di applicare concretamente questi consigli dopo millecinquecento anni rimane sorprendente.
A mio avviso, si potrebbe trarre grande beneficio dalla preparazione di una raccolta concisa di Apophthegmata per le famiglie, fondata sull’esperienza e illuminata dalla fede, che mostri come affrontare costruttivamente le prove alla luce chiarificatrice dei comandamenti di Cristo e della sua grazia efficace.
Quando le cose si fanno difficili, restringiamo il nostro orizzonte.
Vediamo soltanto il dolore presente, senza scorgere il cammino che potrebbe aprirsi al di là di esso.
Una delle principali preoccupazioni pastorali in queste situazioni consiste nel richiamare una prospettiva più ampia, permettendo a chi soffre di scoprire il significato potenzialmente fecondo delle proprie difficoltà, che possono contribuire a ridurre l’egoismo e a purificare l’amore.
Il matrimonio, non meno della vita monastica, è una scuola di conversione.
Per quanto riguarda le relazioni «irregolari», constato che normalmente le nostre comunità cattoliche le accolgono con maturità e in modo appropriato.
Per le persone che vivono queste situazioni può essere liberante trovarsi in un ambiente nel quale la loro «irregolarità» viene riconosciuta, senza essere relativizzata, e dove tuttavia sono accolte con amicizia cristiana e messe in condizione di contribuire alla vita della comunità.
Penso all’esempio di tante persone fedeli che conosco, le quali, domenica dopo domenica, si avvicinano per ricevere una benedizione al momento della Comunione, sapendo di non poter accedere al sacramento, ma affidandosi comunque alla misericordia di Dio che opera nella Chiesa.
Il loro esempio di fedeltà contribuisce molto all’edificazione della comunità cristiana.
Testimonia il realismo vitale del sacramento e la virtù della speranza.
Un esilio sacramentale, sostenuto nel tempo, può preparare un gioioso ritorno a casa.
Cristo ci ha dato i suoi comandamenti esigenti per educarci e liberarci da noi stessi, affinché «non viviamo più per noi stessi, ma per lui che è morto e risorto per noi» (Preghiera eucaristica IV).
La sua intenzione è farci crescere fino alla piena maturità di una vita nuova, divinizzata.
Questa vita deve essere sempre la meta che proponiamo alle persone, e non semplicemente l’affermazione umana, anche se tutti abbiamo bisogno pure di un po’ di quest’ultima.
Le famiglie come soggetti della missione
Che cosa distingue la visione del mondo di un cristiano da quella dei secolaristi?
La convinzione che, attraverso tutte le vicissitudini della storia, tutti i cambiamenti prodotti dall’evoluzione della natura e dall’ingegno umano, la fedeltà di Dio all’umanità, creata a sua immagine, rimanga assoluta.
Qualunque altra cosa accada, l’amore di Dio, rivelato definitivamente in Gesù Cristo, è certo.
È la roccia sulla quale si possono costruire una vita e una società.
Possono arrivare le tempeste, i venti possono soffiare e abbattersi con violenza, ma questo fondamento rimane saldo.
La prima missione della famiglia è testimoniare questo amore stabile.
Per questo l’indissolubilità del matrimonio deve essere considerata un dono e un compito elevato, un atto di fiducia da parte di Dio (cfr. Amoris laetitia, 62).
Promettendosi reciprocamente fedeltà fino alla morte, marito e moglie rendono presente nella storia la realtà dell’amore di Dio.
La natura umana, ferita dal peccato, è segnata dall’egoismo e dalla promiscuità: cerchiamo il nostro vantaggio e non ci facciamo scrupoli a perseguirlo contemporaneamente in molte direzioni.
In questo modo possiamo provare qualche emozione intensa, ma difficilmente troveremo una soddisfazione serena.
Continuiamo a desiderare un unico amore capace di definire la nostra esistenza: ne troviamo testimonianza nelle canzoni popolari di ogni epoca, anche in quelle della nostra, generalmente priva di Dio.
Una famiglia, dunque, è missionaria anzitutto attraverso la propria fedeltà.
In questo momento, mentre tante strutture tradizionali della coesione sociale si stanno sgretolando attorno a noi, questa missione è di importanza vitale.
Una seconda forma di missione familiare è l’ospitalità.
Come un monastero «non è mai senza ospiti» (Regola di san Benedetto, 53) — perché non deve essere un circolo autoreferenziale destinato al solo beneficio dei suoi membri — così una famiglia cristiana invita gli altri a entrare nella propria vita.
«Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35).
Attraverso un impegno saggio e responsabile verso questo ideale, la stessa coesione familiare può essere rafforzata in uno spirito di servizio e di cortesia.
Talvolta viene posta una domanda: in che modo le famiglie possono contribuire alla formazione dei sacerdoti?
Non principalmente presentandosi in massa in seminario, armate di presentazioni PowerPoint sulla vita familiare, ma invitando i seminaristi, i sacerdoti (e chissà, forse persino i vescovi?) a entrare nella loro vita.
Il sacerdote celibe, fedele alla propria vocazione, ricorda alla famiglia la sua dimensione soprannaturale; la famiglia ricorda al sacerdote che il suo celibato è ordinato alla fecondità.
Ne deriva un beneficio reciproco e gioioso.
È necessaria una testimonianza di fecondità.
I tassi di natalità stanno precipitando a livello globale.
La nostra specie non riesce più a riprodursi in misura sufficiente.
Trent’anni fa i sociologi si preoccupavano della sovrappopolazione, riversando aspre critiche sull’insegnamento cattolico in materia di controllo delle nascite.
Ora vediamo che prevale la tendenza opposta.
Il desiderio fiducioso di generare figli sta diminuendo rapidamente in tutti i continenti.
Oggi la pianificazione familiare cattolica deve concentrarsi sul mettere le famiglie nelle condizioni di dire sì ai figli.
Questo richiede misure concrete: disponibilità di abitazioni a prezzi accessibili, servizi per l’infanzia e scuole. La missione ha anche una dimensione politica.
Ma soprattutto riguarda la conversione dei cuori.
Desiderare oggi di fondare una famiglia feconda è controcorrente, un po’ come voler essere punk negli effervescenti anni Settanta.
La Chiesa è chiamata a sostenere questa sana rivoluzione, permettendo ai giovani di scegliere la vita e di impegnarsi per essa.
Naturalmente, ogni tentativo di parlare della famiglia come soggetto missionario si scontra con una difficoltà esegetica.
L’atteggiamento di Cristo nei confronti della famiglia può essere esigente e problematico.
Chiama Giacomo e Giovanni ad allontanarsi dai legami familiari, lasciando il povero e anziano Zebedeo perplesso nella sua barca (Mc 1,19-21).
La guarigione della suocera di Pietro ci porta a chiederci che cosa sia accaduto alla signora Pietro quando Cefa fu chiamato (Mc 1,30-31).
Rabbrividiamo davanti a queste parole: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me» (Mt 10,37).
Queste affermazioni non sminuiscono il valore della famiglia, ma ci esortano a considerarla alla luce di una sequela radicale.
«Cercate anzitutto il regno dei cieli!» (Mt 6,33).
Questo principio vale anche per le famiglie.
Quando viene realizzato, una famiglia può manifestare quel Regno in modo mistico, ma credibile.
Il giorno successivo all’assemblea romana, mentre noi che abbiamo avuto la grazia di parteciparvi la ripensiamo con gratitudine, la Chiesa celebra, per una provvidenziale coincidenza, quell’incomparabile Dottore della Chiesa che è santa Teresa d’Avila.
L’Ufficio delle letture di oggi ci propone un brano della sua Autobiografia che comincia così:
Chi ha Cristo Gesù come amico e nobile guida può sopportare ogni cosa. Cristo ci aiuta e ci dà forza e non ci abbandona mai. È un vero amico. E vedo chiaramente che, se vogliamo piacergli e ricevere l’abbondanza delle sue grazie, Dio desidera che queste grazie ci giungano dalle mani di Cristo, attraverso la sua santissima umanità, nella quale Dio trova la propria compiacenza.
È una prospettiva meravigliosa dalla quale considerare le grazie e le sfide della vita familiare.
Nella colletta della festa odierna preghiamo: «Accendi in noi il desiderio della vera santità».
Amen!
Ma una simile chiamata non è forse troppo elevata per noi, povera gente comune?
Non lo è, se permettiamo a Dio di compiere in noi la sua opera di redenzione e se ricordiamo il significato altissimo degli ordinari gesti quotidiani di fedeltà, che rendono concreta e rinnovano una decisione presa una volta per tutte: amare fedelmente.
L’ultima parola spetta a Tevje e Golde.
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