Sempre meno figli in Italia: Nord e Sud non sono mai stati così vicini


Un centesimo di figlio separa ormai il Nord dal Sud. Nel 2025 il numero medio di figli per donna nel Mezzogiorno si è fermato a 1,16, praticamente lo stesso valore registrato nelle regioni settentrionali, ferme a 1,15. Mai le due grandi aree del Paese erano state così vicine. Ma dietro questa convergenza non c’è una crescita delle nascite nelle zone tradizionalmente meno feconde: c’è un’Italia che, da Nord a Sud, fa sempre meno figli.

È uno dei dati più significativi che emerge dal rapporto “Natalità e fecondità della popolazione residente” dell’Istat, che fotografa un progressivo assottigliamento delle differenze territoriali. Per anni il Mezzogiorno ha mantenuto livelli di fecondità superiori al resto del Paese. Oggi quella distanza è sostanzialmente scomparsa.

Nord e Sud sono quasi sovrapponibili. Più distante il Centro, dove il numero medio si ferma a 1,07 figli per donna, il valore più basso tra le tre grandi ripartizioni territoriali considerate.

È una convergenza che racconta molto più di una semplice variazione statistica. La geografia italiana della natalità sta cambiando perché stanno diventando sempre più simili, lungo tutta la Penisola, sia i comportamenti familiari sia gli ostacoli che accompagnano la decisione di mettere al mondo un figlio.

Secondo Sara Miccoli, ricercatrice dell’Istat, l’avvicinamento tra Nord e Sud deriva innanzitutto dalla diffusione sempre più uniforme dei nuovi modelli culturali. Scelte di vita, tempi della formazione della famiglia e comportamenti riproduttivi tendono ormai a somigliarsi molto più di quanto accadesse in passato.

Ma alla trasformazione culturale si aggiunge un elemento ancora più concreto: le stesse difficoltà socio-economiche stanno diventando comuni in tutto il territorio nazionale.

Raggiungere l’indipendenza economica richiede tempo. Trovare un lavoro stabile può essere difficile. Entrare nel mercato immobiliare rappresenta un ostacolo per molti giovani e nuove coppie. A questo si aggiunge la carenza di servizi capaci di aiutare concretamente uomini e donne a conciliare famiglia e lavoro.

Sono problemi che non appartengono più a una singola area geografica. Ed è proprio questa omogeneità delle difficoltà a contribuire, secondo la lettura dell’Istat, all’avvicinamento dei livelli di fecondità tra le diverse zone del Paese.

Il risultato è quasi paradossale. Nord e Sud si avvicinano, ma lo fanno verso il basso.

La distanza tra 1,16 figli per donna nel Mezzogiorno e 1,15 nel Settentrione è ormai statisticamente minima. Al Centro, con 1,07, il livello scende ancora. Numeri che restituiscono l’immagine di un Paese nel quale la scelta di avere figli incontra difficoltà sempre più trasversali.

Il cambiamento è particolarmente evidente proprio nel Mezzogiorno. La maggiore fecondità che storicamente caratterizzava le regioni meridionali non rappresenta più una differenza marcata rispetto al resto d’Italia. Il percorso di avvicinamento era in corso da anni e i dati del 2025 mostrano quanto quella distanza si sia ormai ridotta.

Non è soltanto una questione economica. Istat richiama anche la diffusione di nuovi comportamenti e modelli familiari, ormai presenti con caratteristiche simili nelle diverse zone del Paese. Ma il quadro sociale ed economico contribuisce a rendere la scelta della genitorialità più complessa ovunque.

Il lavoro è uno dei nodi centrali. La difficoltà nel raggiungere una posizione professionale stabile può rinviare la decisione di costruire una famiglia. Lo stesso avviene quando l’indipendenza economica arriva più tardi, costringendo a posticipare passaggi che nelle generazioni precedenti avvenivano generalmente prima.

Poi c’è la casa. L’accesso al mercato abitativo viene indicato tra gli ostacoli che oggi accomunano giovani e coppie in tutto il Paese. Senza una condizione abitativa stabile, anche la scelta di avere un figlio può essere rimandata.

Il terzo elemento riguarda i servizi. La difficoltà di conciliare famiglia e lavoro, soprattutto in assenza di un sistema sufficientemente sviluppato di sostegni, rappresenta un altro dei fattori che contribuiscono al fenomeno.

Non c’è dunque un’unica causa dietro la riduzione delle differenze territoriali. C’è una combinazione di trasformazioni culturali e difficoltà materiali che interessa ormai il Paese nel suo complesso.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più rilevanti del nuovo rapporto: la denatalità appare sempre meno come un problema concentrato in determinate zone e sempre più come una questione nazionale.

Un’altra trasformazione significativa riguarda le donne di origine straniera.

Anche in questo caso, nel corso degli anni, l’Istat ha osservato un progressivo calo della fecondità. Il numero medio di figli resta superiore rispetto a quello delle cittadine italiane, ma la distanza si è ridotta.

Tra le donne di origine straniera il tasso di fecondità si attesta a 1,74 figli per donna. È superiore all’1,07 registrato tra le cittadine italiane, ma risulta molto più basso rispetto ai livelli osservati in passato.

Anche le donne straniere si trovano quindi al di sotto della soglia di sostituzione, cioè del livello necessario perché una generazione possa rimpiazzare numericamente quella precedente.

Il fenomeno, secondo la ricercatrice Istat, è coerente con quanto normalmente avviene nei Paesi caratterizzati da una forte immigrazione. Con il procedere dei processi di integrazione, infatti, i comportamenti riproduttivi delle donne di origine straniera tendono progressivamente ad avvicinarsi a quelli della popolazione del Paese nel quale vivono.

È un altro elemento che indebolisce l’idea che l’immigrazione possa, da sola, compensare stabilmente la bassa fecondità italiana. Le donne straniere continuano in media ad avere più figli delle italiane, ma anche il loro comportamento riproduttivo sta cambiando e il numero medio di figli diminuisce.

La fotografia restituita dall’Istat è quindi quella di una convergenza generalizzata verso livelli bassi di fecondità. Si riduce la distanza tra Nord e Sud. Si riduce, pur restando evidente, anche quella tra donne italiane e straniere. E diventano sempre più comuni le condizioni che possono rendere difficile la scelta di avere figli.

Il dato territoriale è forse quello che rende più immediatamente visibile la trasformazione. Tra 1,16 del Mezzogiorno e 1,15 del Nord la distanza è ormai quasi inesistente. Il Centro, con 1,07, resta più indietro, ma all’interno di un quadro nazionale comunque caratterizzato da livelli molto contenuti.

L’Italia si sta dunque uniformando sul piano della fecondità, ma non attraverso un recupero delle nascite nelle aree più deboli. Succede il contrario: si stanno assottigliando differenze che un tempo distinguevano nettamente le diverse parti del Paese perché ovunque la propensione ad avere figli è diventata bassa.

Dietro quei decimali ci sono trasformazioni profonde. Il momento in cui si lascia la famiglia d’origine. L’ingresso nel lavoro. La conquista di un reddito stabile. La possibilità di trovare una casa. L’organizzazione della vita professionale dopo la nascita di un figlio. La presenza, oppure l’assenza, di servizi capaci di sostenere le famiglie.

Sono passaggi diversi, ma finiscono per convergere sullo stesso risultato.

Il dato del 2025 rende quindi ancora più evidente la portata nazionale della questione demografica. Non c’è più un Sud nettamente più prolifico in grado di controbilanciare le aree a minore fecondità. E anche il contributo delle donne di origine straniera, pur restando superiore a quello delle italiane, mostra una tendenza al ribasso.

Il Nord a 1,15, il Mezzogiorno a 1,16 e il Centro a 1,07 raccontano così un Paese nel quale le distanze geografiche diminuiscono mentre si diffondono gli stessi ostacoli alla genitorialità.

È forse questo il dato politicamente e socialmente più rilevante del rapporto: la crisi delle nascite non divide più l’Italia. La accomuna.




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