Riforma della disabilità, domande in calo: disintermediare a volte significa abbandonare


Avrebbe dovuto essere una svolta: meno burocrazia, procedure più veloci, rapporto più diretto tra cittadino e Stato. La riforma dell’accertamento della disabilità – avviata in sperimentazione nel 2025 e progressivamente estesa fino a 60 province – è partita con queste ambizioni. Ma a sei mesi dal 1° gennaio 2027, quando le novità previste saranno regime su tutto il territorio nazionale, il bilancio è fatto di luci e ombre.

Un dato su tutti: nelle aree dove la riforma è in vigore, le domande di invalidità civile sono calate in modo significativo. I dati Inps registrano un calo dal 13 al 20% circa. Un calo che certo non è dovuto a una diminuzione del bisogno, ma più facilmente alla rinuncia a un supporto. Qualcosa non sta funzionando: i medici certificatori sono oberati di lavoro burocratico, i costi dei certificati sono aumentati, i tempi di attesa restano lunghi. Tanto che, per alcune categorie, si è deciso di tornare indietro. È il caso degli ultrasettantenni con patologie croniche e progressive i quali, a partire dal 1° giugno, dovranno tornare alle procedure pre-riforma e “pre-semplificazione”: non solo certificato medico, dunque, ma anche domanda, come da tradizione. Lo ha fatto sapere l’Inps, con il messaggio del 23 aprile

Paolo Ricotti, presidente del Patronato Acli, è uno degli osservatori più attenti di questo processo, dal campo. Che cosa sta succedendo? Perché le promesse di semplificazione, alla prova della realtà restano troppo spesso tali? E quali strategie e strumenti si possano mettere in campo, nei patronati, per accompagnare le famiglie in questa transizione?

Presidente Ricotti, a che punto è la riforma e cosa cambia concretamente per i cittadini?

La principale novità riguarda il fatto che, nelle province coinvolte, il procedimento si avvia attraverso la sola trasmissione telematica all’Inps del certificato medico introduttivo: non serve più una domanda amministrativa separata. L’obiettivo è semplificare, ma nella fase di avvio serve attenzione massima per evitare che nuove procedure generino nuove barriere. Non è detto che la disintermediazione aumenti l’accessibilità. Anzi, se non ben governata, può aumentare le diseguaglianze. In questo momento, c’è grande confusione, perché l’Italia è divisa in più parti.

Luca Ricotti

Può spiegarci meglio?

Circa trenta province sono rimaste fuori dalla sperimentazione e lavorano ancora come prima. Le altre – quelle coinvolte – hanno adottato la nuova procedura in momenti diversi: alcune da gennaio, altre da settembre, altre da marzo 2026. E ora, nelle ultime settimane, stiamo vivendo un’ulteriore complicazione: anche per le province in sperimentazione, alcune da quasi un anno e mezzo, si torna parzialmente indietro per alcune categorie di persone. La situazione è diventata ancora più frammentata e difficile da comunicare ai cittadini.

Il Decreto Pnrr (Dl 19/2026), convertito in legge, ha introdotto una modifica significativa: dal 1° giugno 2026 – e comunque non oltre il 31 dicembre 2027 – gli ultrasettantenni con patologie croniche e progressive tornano alle “vecchie” procedure, anche nelle province in sperimentazione. Lo ha comunicato l’Inps con il messaggio n. 1377 del 23 aprile 2026.

Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile.
DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA

Cosa cambia in concreto per questi anziani?

Si ripristinano le vecchie modalità: il medico invia un certificato medico introduttivo, e il cittadino deve poi presentare – entro 90 giorni – anche la domanda amministrativa ordinaria, che può essere patrocinata tramite un patronato. Non basta più il solo certificato del medico, come previsto dalla nuova procedura. Parliamo di moltissime persone: nelle province in sperimentazione, più del 50% dei procedimenti attivati dal 2025 in poi ha riguardato proprio cittadini ultrasettantenni. Sono la fascia più numerosa e spesso più fragile.

Come si spiega questa retromarcia proprio sugli over 70?

La ragione, almeno quella dichiarata, è alleggerire il carico sui medici di famiglia e sulle commissioni Inps. La nuova procedura aveva infatti trasferito sulle commissioni Inps le visite di accertamento, togliendo quel compito alle Asl. Il principio è giusto, perché garantisce uniformità di giudizio su tutto il territorio nazionale. Nei fatti, però, Inps non era attrezzata per reggere un volume così alto di visite. Le commissioni si sono formate con fatica, i tempi si sono allungati anche a sei-otto mesi.

Così, invece di attraversare il fiume, siamo rimasti in mezzo al guado. Possiamo dire che la semplificazione non ha semplificato e ora si torna indietro almeno per gli over 70 con patologie croniche. Con una complicazione in più: la definizione di “patologia cronica e progressiva” infatti non è codificata, spetta al medico valutare caso per caso. Questo introduce un elemento di discrezionalità che rischia di aggiungere confusione a confusione.

Con il 1° giugno si è tornati indietro, almeno per gli over 70 con patologie croniche. Con una complicazione in più: la definizione di “patologia cronica e progressiva” non è codificata, spetta al medico valutare caso per caso. Questo introduce un elemento di discrezionalità che rischia di aggiungere confusione

Paolo Ricotti, presidente del Patronato Acli

I dati Inps parlano di un calo delle domande di invalidità nelle aree dove la riforma è attiva. Di che numeri stiamo parlando?

Nei primi due mesi di applicazione della riforma Inps registra un calo fino al 90% delle domande attivate. Poi c’è stato un riassestamento: si è risaliti, ma il calo strutturale resta. Siamo ancora intorno al 13-20% in meno rispetto al periodo pre-riforma. Non si tratta di un assestamento fisiologico: quelle persone esistono, i loro bisogni esistono.

Come si spiega questo calo?

Ci sono almeno tre fattori che si sommano. Il primo è la disponibilità dei medici: molti non sono pronti o disposti a sobbarcarsi l’intero processo di caricamento della documentazione nel gestionale Inps. Si tratta di almeno un’ora di lavoro burocratico per ogni pratica: un onere significativo. Molti rimandano il paziente ad altri medici, allungando i tempi e scoraggiando chi non ha energie o risorse.

Il secondo fattore è il costo del certificato medico introduttivo. Prima, tra certificato e invio della domanda tramite patronato, si poteva stare tra i 100 e i 150 euro. Ora, con la nuova procedura, in alcuni casi i medici arrivano a chiedere fino a 350 euro, visto il carico di lavoro richiesto e spesso anche la necessità di formarsi, per imparare le nuove procedure.

Questo può indurre le persone a rinunciare: un costo così importante – per molti anche difficile da sostenere – senza avere la certezza del riconoscimenti dell’invalidità e del beneficio economico, né  di ottenere il riconoscimento dell’invalidità, può essere un deterrente insormontabile. Come non ci si può permettere di curarsi, ci si ritrova a non potersi permettere di chiedere i diritti legati alla propria condizione.

Il terzo fattore è l’allungamento dei tempi delle commissioni Inps, che in molte sedi arrivano a riunirsi dopo sei-otto mesi. L’incertezza disincentiva. E chi rinuncia scompare dai radar: non viene intercettato, non attiva i diritti connessi all’invalidità, rischia di restare senza supporto nel momento di maggiore fragilità.

Il Patronato Acli sta cercando di calmierare questi costi?

Sì, abbiamo attivato un sistema di convenzioni con medici disponibili a collaborare con noi. In cambio di supporto nella parte burocratica – raccolta della documentazione, gestione degli adempimenti – chiediamo a questi medici di mantenere tariffe più vicine a quelle precedenti alla riforma. Non è possibile coprire tutto il territorio, ma dove troviamo medici disposti a questo tipo di collaborazione, riusciamo a offrire quello che chiamiamo “Unico Appuntamento”: un’unica presa in carico che include certificato medico, dati socioeconomici e consulenza sui diritti.

Abbiamo attivato un sistema di convenzioni con alcuni medici: diamo loro supporto nella parte burocratica e chiediamo di mantenere tariffe più vicine a quelle pre-riforma. Offriamo così un “Unico Appuntamento”: un’unica presa in carico che include certificato medico, dati socioeconomici e consulenza sui diritti

In generale, qual è il punto che vi pare più critico?

L’idea che il rapporto diretto tra Stato e cittadino sia sempre migliore e che togliere intermediari significhi migliorare le cose. Io non lo credo sempre vero: un cittadino che affronta una procedura di invalidità non è un utente che usa un servizio digitale. Spesso è una persona malata, anziana, spaventata, che non sa orientarsi in un sistema complicato.

Eliminare la domanda amministrativa, che richiede un passaggio al patronato, ha eliminato anche il momento in cui qualcuno si sedeva accanto a quella persona e le spiegava cosa stava succedendo, cosa avrebbe potuto richiedere, a cosa aveva diritto. La disintermediazione, in certi momenti della vita, non è semplificazione: è abbandono. Ciò che è un beneficio per il bilancio pubblico – meno pratiche, meno procedure, meno personale – può tradursi in un danno sociale molto concreto per le persone più fragili.

Sul nuovo numero di VITA, Disabilità, l’inclusione non basta, uno dei sette verticali che affrontiamo riguarda proprio l’attuazione della riforma, in particolare con un focus sul progetto di vita. E la ministra Alessandra Locatelli fa il punto di dieci temi caldi. Se hai già un abbonamento, clicca qui e leggi subito il magazine. Se vuoi abbonarti, clicca qui.

Foto apertura Rasmus Gerdin (Unsplash) Foto interna fonrnita da Acli

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 Chiara Ludovisi

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