Le premesse non erano delle più incoraggianti. Pochi voli, biglietti a prezzi stellari o ad alto rischio di cancellazione. Quasi impossibile trovare una compagnia disposta a rilasciare un’assicurazione sanitaria per Israele. L’incertezza generale. All’arrivo, l’aeroporto Ben Gurion vuoto. Le sette di sera come le due di notte. O durante la pandemia. Qua e là, i cartelli illuminati Protected Area – con la freccia e il simbolo dell’omino che corre – a ricordarci che solo poche settimane prima la vita quotidiana, a Tel Aviv come nel resto del Paese, era scandita da sirene d’allarme e missili. Non andavo in Israele e al Villaggio di Neve Shalom Wahat al-Salam (“Oasi di pace” in ebraico e arabo, wasns.org – da qui in poi Nswas) dal 2022. Ci sono tornata da poco con una piccola delegazione composta dalla Associazione Italiana Amici di Neve Shalom Wahat al-Salam e Fondazione Gariwo.
Ci tenevamo molto a esserci per la cerimonia delle onorificenze 2026 al Rescuers’ Garden (dal 2015 parte della rete mondiale dei Giardini dei Giusti), e alla conferenza internazionale sul tema del genocidio che l’ha accompagnata. Due momenti lì estremamente sentiti, anche per le realtà onorate quest’anno: Aviv Tatarsky, in rappresentanza dei gruppi che operano in Cisgiordania e a nome di Engaged Dharma Israel (da anni impegnato in una presenza protettiva nonviolenta a fianco delle comunità palestinesi sotto attacco dei coloni), e la Gaza Freedom Flotilla Coalition.
Tornare era importante. Dal 7 ottobre 2023 a oggi sono pochi i gruppi che dall’estero hanno fatto un passaggio a Nswas, l’unica comunità in Israele in cui famiglie ebree e palestinesi vivono insieme per scelta. Oggi sono cento, metà e metà.
«Grazie per essere venute. Ci sentiamo così… isolati», ci siamo sentite ripetere più volte. Soli e isolati. È la condizione condivisa dal Villaggio con il resto del movimento della società civile israeliana che si batte per il dialogo e per la pace. Quel movimento, formato da una galassia di organizzazioni e gruppi, che da oltre due anni scende in piazza ogni settimana. Quello stesso movimento che, tra le altre cose, il 30 aprile si è riunito nel People’s Peace Summit di Tel Aviv, evento che ha raccolto oltre 6mila persone. Vi hanno preso parte anche diversi abitanti di Nswas e una piccola delegazione di ragazzi. «Abbiamo fatto un giro tra gli stand delle varie associazioni e partecipato al concerto finale. È stato importante per i nostri ragazzi sentirsi parte di qualcosa di più grande», ha commentato Itay, responsabile del Nadi, il club dei giovani.
Al Villaggio ho percepito senza dubbio tanta stanchezza. «Penso che dopo questi ultimi due anni e mezzo siamo tutti un po’ esauriti», ci ha confidato con un mezzo sorriso S., un’amica palestinese. «Ho bisogno di andare via qualche mese, ho bisogno di una pausa da questo Paese», ha confermato T., ebrea. Ho visto fatica e vergogna in molti abitanti ebrei. «Io ovviamente non sto passando quello che stanno passando i miei vicini palestinesi», sono le parole di S. «Ma, come ebreo, porto ogni giorno il peso della vergogna, il senso di responsabilità verso quello che il mio Paese sta facendo».
Ho anche visto però – certo non in tutti nella stessa misura – tenacia e profonda determinazione. Partecipazione alla vita della comunità. Cura, solidarietà. E questo nonostante i lutti, il trauma e il dolore che toccano da vicino diverse famiglie. Nonostante i dissidi e i conflitti interni, amplificati dall’urgenza del tempo attuale, che emerge dopo pochi minuti in qualunque conversazione.
«Hai presente quella battuta: “Due ebrei, tre opinioni ”? Ecco, qui è così», scherza (ma non tanto) S. «Anche se certamente condividiamo tutti una base di valori e siamo tutti tendenzialmente di sinistra, abbiamo una varietà di opinioni su un’infinità di punti».
Nel frattempo, il piano di espansione – quattro anni fa solo una strada e qualche fondamenta – ha fatto grandi passi avanti. Nuove famiglie giovani abitano già nelle case di recente costruzione, nella parte bassa della collina. I bambini giocano all’ombra del tendone che copre il nuovo parco giochi. «Con mia moglie abbiamo deciso di venire qui per nostra figlia», racconta un papà. «Volevamo che crescesse in un ambiente diverso, multiculturale. Come poi, semplicemente, dovrebbe essere».
La scuola primaria bilingue e binazionale – nonostante la difficoltà nel mantenere la parità numerica nella composizione delle classi e il progressivo calo nel numero degli iscritti ebrei dal 7 ottobre in poi – continua a esercitare un ruolo essenziale. Anche per le famiglie dei bambini che non abitano a Nswas, ossia più dell’ 80%.
La Scuola per la pace (sfpeace.org), lì accanto, con la sua vasta rete di attivisti prosegue nel proprio lavoro per aumentare la consapevolezza all’interno della società israeliana. Il direttore Roi Silberberg, nel mostrarci il nuovo edificio ricostruito nel 2023 a seguito dell’incendio doloso del settembre 2020, ci ha illustrato le modalità del corso per facilitatori di gruppi in conflitto in partenza proprio a giugno. Ha anche descritto con orgoglio gli ultimi progetti ideati da alcuni diplomati. Tra questi, uno – dal titolo Silence is a crime – si adopera per una contro-narrazione nei media mainstream israeliani.
Infine, mai come nel corso di questo viaggio, tornando da alcuni giri tra Betlemme, Jaffa e i dintorni di Tel Aviv, Nswas mi è parso ogni volta davvero un autentico “presidio di resistenza”. Un baluardo di “vita condivisa” (shared life, questo il termine che gli abitanti ci hanno detto preferire ora, al posto della semplice “coesistenza”) all’interno di un contesto sempre più separato, dissociato, diviso. Spesso razzista. Un contesto nel quale S., palestinese, non si sente a suo agio nel fare la spesa a Mo’din (appena sotto la collina su cui sta il Villaggio) perché più volte ha ricevuto per strada sputi o insulti, anche dai bambini. Un contesto nel quale N., ebrea israeliana, ricorda la commessa di un negozio che, al sentire quale ospedale aveva scelto per partorire suo figlio, le aveva detto: «Non andare in quell’ospedale… Lì partoriscono molte donne arabe». Tra l’altro, aggiunge guardandomi, «è assurdo. Anche solo perché gli ospedali in Israele sono pieni di bravissimi medici e infermieri palestinesi».
Giulia Ceccutti è una scrittrice, coordinatrice dell’Associazione Italiana Amici di Neve Shalom Wahat al-Salam. Il suo ultimo libro si intitola “Respirare il futuro. La sfida di Neve Shalom Wahat al-Salam”.
Le foto sono state scattate dall’autrice
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Anna Spena
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