Ci sono due tempi che regolano la politica di una città. Il primo è quello dell’amministrazione: il tempo del Sindaco e della sua maggioranza, chiamati a rispettare il mandato ricevuto dagli elettori e a trasformare in opere, scelte e risultati il patto di fiducia sottoscritto con la città. Il secondo è il tempo della città. Quello dei cittadini, delle aspettative, delle esigenze quotidiane. Un tempo più impaziente, spesso insofferente, che vorrebbe vedere subito il risultato delle promesse.

Di solito è il primo a inseguire il secondo. A Cassino, sulla riqualificazione di piazza Labriola, sta accadendo qualcosa di diverso. È la città, questa volta, a chiedere di fermarsi un attimo. Di guardare meglio. Di capire. Mentre il Comune accelera.

Il caso Piazza Labriola

Piazza Labriola è uno dei luoghi simbolo della città. La sera è il cuore della movida cassinate. Di giorno è il naturale punto di riferimento per avvocati, forze dell’ordine, cronisti e cittadini che frequentano il Tribunale. Oggi, però, mostra tutti i suoi anni: pavimentazione deteriorata, illuminazione insufficiente, poco verde, poche zone d’ombra. Riqualificarla, dunque, non è un capriccio dell’amministrazione di turno. È una necessità per una città con il nome, la storia, le potenzialità, le casse di Cassino.

Il sindaco Enzo Salera lo sa e ha scelto di farne uno dei progetti qualificanti del suo secondo mandato. L’idea è quella di completare il processo di rigenerazione urbana del centro cittadino avviato con piazza Diamare e corso della Repubblica.

È, in qualche modo, la grande opera della giunta Salera-bis. Quella destinata a lasciare una firma sul secondo capitolo dell’amministrazione. L’auspicio è che possa produrre lo stesso effetto del restyling del Corso: renderlo più vivo, più attrattivo, restituendogli quella funzione di vero centro della città che per anni aveva progressivamente perduto.

Il progetto by Giacomo Bianchi

Il rendering di piazza Labriola

Il progetto porta la firma dell’architetto Giacomo Bianchi, lo stesso professionista che ha disegnato la riqualificazione del Corso. E c’è un dettaglio non secondario: il progetto è stato donato al Comune.

Per l’Ente significa non dover sostenere i costi della progettazione, che per un intervento di queste dimensioni non sarebbero certamente trascurabili.

È un progetto importante. E, proprio per questo, destinato inevitabilmente a dividere le opinioni. L’intera opposizione lo contesta. Sui social e nei gruppi cittadini aumentano le perplessità. Il verde, innanzitutto. Ma anche il costo complessivo dell’intervento, che si aggira sui 3,7 milioni di euro. Sono dubbi legittimi. Anzi, sono dubbi ai quali un’amministrazione pubblica ha il dovere di rispondere. Perché il punto non è impedire alla Giunta di realizzare la propria idea di città. Il punto è consentire alla città di capire quale idea di città si stia realizzando.

Ed è qui che emerge uno dei paradossi di questa vicenda. Perché molte delle critiche sembrano nascere proprio da una conoscenza parziale del progetto.

Conoscenza parziale

Si discute del poco verde. Ma il progetto prevede che oltre il 40% della superficie della nuova piazza sia destinato proprio al verde. Gli alberi aumenteranno. Le zone d’ombra aumenteranno. Saranno previste panchine collocate sotto le alberature.

Non è la trasformazione di piazza Labriola in un parco. E probabilmente non deve esserlo: una piazza urbana deve mantenere la propria funzione, soprattutto considerando il contesto nel quale si trova. Ma è certamente una piazza nella quale il verde avrà un peso molto maggiore rispetto a quello attuale, dove gli alberi sono pochi, l’erba praticamente assente e le zone d’ombra quasi inesistenti.

Si può discutere sull’estetica. Si può discutere sulle scelte architettoniche. Si può discutere sui costi. Si può persino ritenere che il progetto sia sbagliato.
Ma prima bisogna conoscerlo.

Il problema non è il progetto. È la comunicazione E forse è proprio qui che si trova il vero problema politico della vicenda.

Una Giunta che non parla

Enzo Salera

La Giunta non ha mai raccontato fino in fondo il progetto. Non lo ha presentato alla città nella sua interezza. Non ne ha illustrato con sufficiente forza le caratteristiche, le potenzialità, le ragioni delle scelte architettoniche. Soprattutto non ha trasformato i disegni in una visione facilmente comprensibile per i cittadini. E questo è accaduto anche quando dalla minoranza, dalla stampa e dagli stessi cittadini sono arrivati solleciti e domande. Silenzio.

Ma in politica, soprattutto quando si governa una città, i vuoti non rimangono vuoti a lungo. Se non governi la comunicazione, qualcun altro finirà per governarla al posto tuo. Se non racconti il tuo progetto, qualcun altro lo racconterà per te.

E magari lo farà attraverso la lente delle criticità, delle perplessità, delle paure. A quel punto l’amministrazione sarà costretta a inseguire: rispondere, ribattere, correggere, difendere. È esattamente la fase nella quale sembra essere entrata Cassino.

Realizzare ma anche spiegare

Perché un’amministrazione deve spiegare, non soltanto realizzare. Il paradosso che rischia è di trovarsi a difendere un progetto che forse non è stato ancora realmente presentato alla città. Un progetto firmato da un professionista di rilievo internazionale, già autore della trasformazione del Corso. Un intervento che prevede una presenza del verde molto più consistente rispetto all’attuale piazza. Un’opera che nasce con l’ambizione di completare la rigenerazione del centro.

Eppure una parte crescente della città non sembra averlo ancora compreso. Non necessariamente perché non piaccia. Piuttosto perché non lo conosce. E quando un progetto non viene capito, il rischio è che l’incomprensione diventi malcontento. E che il malcontento diventi opposizione.

Per questo, forse, la partita di piazza Labriola non si gioca soltanto sui cantieri, sui rendering o sui milioni di euro da investire. Si gioca prima ancora sulla capacità politica di raccontare alla città ciò che si vuole fare. Salera ha scelto di accelerare sulla riqualificazione. Adesso deve accelerare anche sulla comunicazione. Perché una città può anche non essere d’accordo con il proprio amministratore. Ma prima deve essere messa nelle condizioni di capire cosa le sta proponendo.


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