Salute e clima. La crisi climatica è già una crisi sanitaria


Le ondate di calore sempre più frequenti e intense, gli eventi estremi in aumento e la diffusione delle malattie infettive mostrano quanto il cambiamento climatico sia ormai anche una questione di salute pubblica. Agisce come moltiplicatore dei rischi sanitari.

Ma il rapporto tra salute e ambiente ha anche una seconda faccia: quella dell’impatto generato dallo stesso sistema chiamato a proteggerci, fatto di ospedali energivori, farmaci il cui processo produttivo lascia un’impronta sull’ambiente e un’innovazioni tecnologica che impone un delicato equilibrio tra progresso e sostenibilità.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, nel mondo circa un decesso su quattro è attribuibile a fattori ambientali, che contribuiscono a un ampio spettro di malattie e condizioni patologiche, con conseguenze particolarmente rilevanti per le fasce più vulnerabili della popolazione: anziani, bambini e persone fragili.

Giuseppe Bortone con una sintesi molto efficace va al cuore della questione: «la crisi climatica è già una crisi sanitaria e un sistema sanitario sostenibile produce benefici ambientali, economici e sanitari».

Bortone dirige il Dipartimento Ambiente e salute dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), che studia il rapporto tra ambiente e salute attraverso un approccio multidisciplinare che integra indagini epidemiologiche, monitoraggio ambientale, biomonitoraggio delle popolazioni e analisi degli effetti sugli ecosistemi e dei meccanismi biologici.

A INNLIFES chiarisce perché la sostenibilità deve diventare un criterio ordinario di programmazione e gestione sanitaria.

Direttore, quali sono oggi gli effetti più evidenti sulla salute e quali rischi rischiamo invece di sottovalutare?

«C’è ormai piena consapevolezza dell’impatto che il cambiamento climatico comporta in termini di incremento delle temperature medie. Lo abbiamo visto soprattutto quest’anno, con le ondate di calore da una parte e con gli eventi estremi dall’altra, in particolare le alluvioni, sempre più frequenti e con un impatto evidente sulla salute.

Le alte temperature possono essere concause di mortalità, come dimostrano i dati dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). Ci sono poi gli impatti indiretti, che possono creare ambienti favorevoli alla crescita di determinate popolazioni di zanzare, per esempio, che possono trasmettere malattie come Dengue, Chikungunya, West Nile e Zika. Questi insetti possono proliferare in maniera più significativa a causa dell’espandersi di aree con condizioni ambientali e meteo-climatiche più favorevoli».

Gli effetti del clima non riguardano soltanto la salute delle persone, ma incidono direttamente anche sulla capacità del sistema sanitario di rispondere ai bisogni di salute. Quanto sono preparati oggi ospedali e servizi sanitari italiani ad affrontare questi fenomeni garantendo la continuità dell’assistenza?

«I nostri sistemi sanitari sono preparati, ma la sfida è importante e bisogna aumentare la capacità di risposta. Il bollettino delle ondate di calore del Ministero della Salute è un buon esempio di risposta rispetto alle necessità di adattamento agli incrementi della temperatura.

I dati sono ormai consolidati: le ondate di calore, soprattutto nelle aree urbane, dove c’è anche il fenomeno delle isole di calore, coincidono con un aumento degli accessi al pronto soccorso. La risposta del Servizio sanitario nazionale e della società deve essere complessiva e puntare sulla prevenzione. È importante la presenza di un tessuto sociale attivo, capace di assistere le persone più sole e vulnerabili, gli anziani e i bambini».

Il sistema sanitario è responsabile di una quota importante delle emissioni di gas serra su scala globale. Basti pensare agli ospedali, operativi 24 ore su 24, sette giorni su sette: sono particolarmente energivori. Ma dove si concentra maggiormente l’impatto ambientale della sanità?

«Il sistema sanitario contribuisce per circa il 5-6% alle emissioni globali di anidride carbonica. Se fosse un Paese, sarebbe il quinto stato in termini di volume delle emissioni.

Questo perché è un sistema energivoro, sia per i consumi diretti di ospedali e strutture sanitarie, sia per quelli legati al suo funzionamento e alla rete dei trasporti necessaria agli approvvigionamenti.

Energia e trasporti sono i principali bersagli su cui intervenire, insieme alla produzione dei farmaci. Ci sono poi le strategie di economia circolare: recupero e riciclo dei rifiuti, riduzione della plastica monouso e del consumo dell’acqua, riuso ed efficienza distributiva. A questo si aggiungono gli interventi di mitigazione, comprese le tecniche bioclimatiche per ridurre l’impatto dell’incremento delle temperature».

Parlando di farmaci, oggi siamo in grado di valutarne l’impronta ambientale lungo l’intero ciclo di vita? E quale ruolo può avere il settore life science?

«Queste traiettorie devono necessariamente dialogare con le esigenze produttive e con l’industrializzazione dei processi. Dobbiamo essere in grado di tracciare la vita del farmaco e valutarne gli effetti e gli impatti.

Il percorso che si sta facendo nel Technology Assessment, integrandolo con considerazioni ambientali, rappresenta un’ottima risposta, insieme alla valutazione attraverso procedure di Life Cycle Assessment.

Un settore interessante in tal senso è quello del contrasto all’antibiotico-resistenza, secondo il concetto di One Health: mettere insieme medicina umana, veterinaria, ambiente e clima consente di valutarne gli impatti in maniera complessiva e limitarne l’uso all’effettiva necessità clinica».

Anche le nuove tecnologie, a partire dall’intelligenza artificiale, possono aumentare l’efficienza del sistema sanitario, ma hanno a loro volta un impatto ambientale. Come conciliare questi due aspetti?

«Le strategie di mitigazione del cambiamento climatico, tutela ambientale e sostenibilità richiedono una capacità complessiva di valutazione. L’intelligenza artificiale offre tantissime potenzialità, ma anch’essa ha un impatto sul territorio, con la continua richiesta di installazione di data center, necessari a sostenerla.

Dobbiamo essere capaci di valutare costi e benefici a trecentosessanta gradi e in modo multisettoriale, considerando efficacia terapeutica e impatto complessivo. Gli strumenti li abbiamo; bisogna mettere in campo un sistema di governance capace di tradurre questi approcci nella pratica».

Parlando di clima e salute, cosa rappresenta la Dichiarazione di Budapest del 2023?

«È un passaggio politico importante a livello internazionale, perché segna una presa di coscienza e l’affermazione che le tre crisi – cambiamento climatico, incremento dell’inquinamento e perdita di biodiversità – hanno un effetto sulla salute. La Dichiarazione di Budapest è stata adottata dai Paesi della Regione europea che aderiscono all’OMS.

Il passaggio fondamentale è la proposta di un piano integrato e multisettoriale che coinvolge direttamente i servizi sanitari, ma anche consumi, trasporti, risorsa idrica, minimizzazione dei rifiuti e ricorso crescente alle energie rinnovabili. Una delle azioni prioritarie è la decarbonizzazione, con la riduzione del ricorso alle fonti fossili da parte del servizio sanitario. L’obiettivo è arrivare alla neutralità carbonica entro il 2050».

L’Istituto Superiore di Sanità ha fatto richiesta per aderire all’Alleanza OMS per l’Azione trasformativa su clima e salute. Quali sono gli ostacoli principali per arrivare a un SSN resiliente al clima e a basse emissioni?

«L’ISS ha fatto richiesta di adesione all’Alleanza che si impegna nello sviluppo di sistemi sanitari a basse emissioni di carbonio e a raggiungere la neutralità climatica nel settore sanitario entro il 2050.

Gli ostacoli principali per raggiungere tali obiettivi? In primis, bisogna mettere in piedi un sistema di governance capace di gestire questi percorsi secondo una logica multisettoriale e multidisciplinare. Non possiamo caricare responsabilità e proposte su un singolo settore o la sola parte pubblica. Queste strategie devono incontrare gli interessi legittimi della parte industriale, produttiva e gestionale e di tutti i settori che sono attori del sistema.

Gli strumenti e le tecnologie ci sono. La sfida è agire in rete, coinvolgendo i cittadini, le comunità e i territori e l’industrializzazione di questi percorsi. Per esempio, bisogna poter ricorrere ai criteri ambientali minimi (CAM) nell’acquisto e approvvigionamento di prodotti e servizi».

All’ESG Life Science Forum di Roma lei ha presentato come esempio emblematico il Policlinico Sant’Orsola di Bologna. Cosa può insegnare questa esperienza al resto del SSN?

«I pilastri del piano di sostenibilità del Sant’Orsola si rifanno a quanto descritto per la Dichiarazione di Budapest e si integrano pienamente con il territorio. Infatti Bologna è tra le città che entro il 2030 mirano a essere carbon neutral.

Il Policlinico viene considerato una “città nella città”, non qualcosa di avulso e a sé stante. C’è poi il tema della mobilità sostenibile, che la struttura sta portando avanti sempre insieme all’area urbana della città di Bologna».

 

 

Immagine di marian anbu juwan da Pixabay


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