“Scrivere musica significa mettersi alla prova, non esser mai contento, scontrarsi con i lati nascosti della personalità e dell’inconscio. È un viaggio che mi arricchisce ogni giorno, come uomo e musicista”, dice Fabio Massimo Capogrosso (Perugia, 1984). Pochi giorni dopo la vittoria del David di Donatello 2026 come Miglior Compositore per Primavera, esordio alla regia cinematografica di Damiano Michieletto liberamente tratto da Stabat Mater di Tiziano Scarpa, il compositore racconta una partitura costruita tra scrittura originale e repertorio barocco, con Vivaldi al centro del racconto. Eseguita dai Solisti Aquilani, da Daniele Orlando e dall’Orchestra e Coro del Teatro La Fenice, la colonna sonora nasce dal dialogo con le immagini, con gli interpreti e con la voce interiore della protagonista Cecilia. Con lui abbiamo parlato del premio, della musica come spazio di libertà e disciplina, del lavoro con Marco Bellocchio e Francesca Calvelli, e di cosa significhi scrivere oggi dentro la grande memoria della musica per il cinema italiano.
Intervista a Fabio Massimo Capogrosso
Quanta emozione ha provato nel ricevere il premio?
Moltissima. Ricevere un premio significa vedere riconosciuto il valore del lavoro fatto, e diventa anche un’occasione per dire grazie a chi ha accompagnato quel percorso con supporto, vicinanza e sacrifici importanti. Per me condividere ogni traguardo con le persone che amo e sento più vicine è sempre la parte più bella.
Sul palco ha detto che la musica le ha cambiato la vita, l’ha resa libero ed è stata un contenitore anche per le cose brutte. Cosa vuol dire comporre partendo da questa idea di libertà?
Significa tutto! La musica esige grande sacrificio, solitudine, assoluta dedizione. L’atto creativo nella sua complessità è per me anche espressione di grande libertà creativa. È complesso da spiegare ma, anche se da una parte un compositore trascorre gran parte del proprio tempo in solitudine, in una stanza con lo sguardo perennemente rivolto alla partitura, dall’altra è proprio nel rapporto con quella partitura che il pensiero può trovare la sua libertà di espressione.
Ha iniziato da bambino col pianoforte, poi la composizione al Conservatorio dell’Aquila. Cosa c’è ancora di quella formazione nel suo modo di scrivere per il cinema?
Resta tanto, non trovo particolari differenze tra lo scrivere musica per il cinema e musica da concerto. Il mio approccio alla partitura non cambia assolutamente. Forse, paradossalmente, il cinema offre maggiori possibilità di sperimentazione e di ricerca. Bisogna saper uscire dai canoni e mettersi continuamente alla prova perché ogni film esige il suo suono, e trovarlo significa mettersi sempre in discussione.
Carlo Boccadoro ha detto che i suoi lavori sono “complessi, ma fruibili al massimo”. È complicato scrivere una musica “colta” che arrivi a chi ascolta?
Per me è una necessità. Ho iniziato giovanissimo a scrivere musica con la consapevolezza che nel linguaggio musicale trovavo la capacità di dire cose che con le parole non riuscirei mai a comunicare. La complessità della musica deve essere un’opportunità per scavare in maniera profonda, senza diventare una barriera con il pubblico. Studiare e sviluppare una solida tecnica compositiva significa acquisire tutti i mezzi necessari per poterrealizzare le proprie idee.
Primavera tra scrittura contemporanea e repertorio barocco, con Vivaldi al centro del racconto: come si trova l’equilibrio tra tradizione e ricerca del nuovo?
Conoscere la tradizione è imprescindibile per un compositore. La mia estetica musicale si è formata attraverso l’ascolto e lo studio delle partiture dei grandi compositori del passato e, in qualche modo, ne è figlia. Primavera per me è stata una preziosa opportunità per ristudiare e approfondire la musica di uno dei più fulgidi geni della storia della musica e cercare di costruire una colonna sonora che avesse una sua compattezza formale è stata per me una sfida estremamente stimolante.
Per questa colonna sonora ha scelto interpreti d’eccellenza, dai Solisti Aquilani all’Orchestra e Coro del Teatro La Fenice. Conta immaginare la musica attraverso chi la eseguirà?
Il confronto con l’esecutore è per me un qualcosa di imprescindibile. Sono grato a Indigo Film per avermi dato l’opportunità di lavorare con musicisti straordinari con cui ho costruito nel tempo un rapporto di grande stima e fiducia. Carlo Boccadoro, i Solisti Aquilani, Daniele Orlando, Orchestra e Coro del Teatro La Fenice, David Romano rappresentano un pezzo importante del mio percorso musicale e ritrovarli tutti in questo progetto è stato per me molto importante.
Il film di Michieletto nasce da una storia in cui il talento musicale è anche “costrizione”. Come ha tradotto quella tensione senza “andar sopra” le immagini?
Come sempre faccio, ho cercato di sviluppare un’idea musicale a partire dalla lettura della sceneggiatura. Pensando agli archi, e immaginando il violino come strumento di connessione tra il mondo musicale di Vivaldi ed il mio, ho pensato alle diverse articolazioni come fonte di espressione della personalità di Cecilia: lo spiccato, il pizzicato, le note sospese al ponticello in qualche modo mi portavano a raccontare il carattere di questo personaggiopotente e complesso. Poi con Damiano Michieletto c’è stato un confronto continuo che è stato per me fondamentale per la comprensione di ciò che lui voleva fosse il compito della musica in questo film. È stata davvero, anchecon il montatore Walter Fasano, una bellissima esperienza che mi ha arricchito molto.
Prima di oggi ci sono stati concorsi, festival, orchestre e istituzioni internazionali. È stata importante questa palestra nella costruzione del suo lavoro?
Qualcuno prima di me ha detto che “le gare le fanno i cavalli, non gli artisti”… Direi, quindi, che i concorsi a mio avviso contano poco, servono al massimo a offrire un pizzico di visibilità e magari nuove opportunità di collaborazione. La dedizione, lo studio, la fame di conoscenza, la libertà di pensiero, la sincerità, l’umiltà sono invece fattori imprescindibili, vera palestra per la costruzione del lavoro.
Ha ringraziato Marco Bellocchio e Francesca Calvelli per averle fatto scoprire la musica per il cinema. Cosa le ha insegnato il lavoro su Esterno Notte e Rapito?
Marco e Francesca sono tra le persone più importanti della mia vita. Ancora oggi mi commuove pensare che il mio esordio cinematografico sia stato su un capolavoro assoluto come Esterno Notte. Non basterebbero cento interviste per poter raccontare quanto importante sia stato per me e quanto io abbia appreso da loro. Però posso dire che in loro ritrovo tutti i valori di cui ho parlato in questa intervista e, in più, una smisurata quantità di purissimi talento e genialità.
Da Cannes al Soundtrack Stars Award, fino al David: come si resta fedeli alla propria voce?
Restando fedeli ai principi che stanno alla base della stesura di una partitura e di cui abbiamo già discusso.
Con CAM Sugar il rapporto nasce con Rapito e arriva a Primavera. Che ruolo ha avuto nella crescita del suo percorso? E cosa significa scrivere dentro la grande memoria della musica per il cinema italiano?
Con CAM Sugar stiamo costruendo un bel percorso. Ho la sensazione che ci sia grande attenzione verso il mio lavoro e che si faccia sempre il possibile per comprendere le mie idee e offrirmi l’opportunità di realizzarle. Questa attenzione all’aspetto artistico per me è molto importante; inoltre far parte di un catalogo che vede la presenza di compositori che davvero hanno lasciato un segno importante nella grande memoria della musica per il cinema italiano è per me motivo di grande orgoglio.
Ginevra Barbetti
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