Chi sono oggi gli attori del cambiamento? Che cosa li muove? E come generano soluzioni concrete per risolvere questioni che riguardano la collettività? Ogni mese, su VITA magazine, entriamo nella testa e nel cuore di un change maker. Storie di impatto quotidiano, nate spesso da un incontro, un’intuizione, una spinta personale. Ve le proponiamo in una serie che ci accompagnerà in questa estate, perché conoscere nuove idee, esperienze e progetti è il primo passo per ispirare il cambiamento e renderlo concreto. Apriamo a tutti le sei storie pubblicate nei primi mesi del 2026: per scoprire le altre, abbonati a VITA.
Il mio hobby preferito è il mio lavoro». È finita così, citando un maestro della pediatria italiana come Roberto Burgio, l’intervista a Serena Porcari. Una che non ama parlare di sé («preferisco raccontare quello che faccio, che poi è quello che succede al Dynamo Camp, la fatica e anche la fortuna di fare questo mestiere»), una spiccata curiosità per la tecnologia e un’insospettabile passione per la danza classica. Per centinaia di migliaia di persone (famiglie, volontari, donatori) è la ceo di una fondazione che offre programmi di terapia ricreativa per bambini con gravi patologie, disturbi del neurosviluppo o disabilità. Ma a casa, alle 7 del mattino, è soltanto Serena, che si sveglia alle 6 e mezza insieme al marito, legge il Corriere e Il Post e si prende «il lusso di un caffè con mia mamma e mio papà».
Tre figli, dai 14 ai 23 anni, due maschi e una femmina: il più piccolo è «il più assiduo camper (così si chiamano i frequentatori del Dynamo Camp di Limestre in Toscana, ndr), diventerà un volontario», quella di mezzo «una caregiver perfetta», il grande «ha vissuto la storia fin dall’inizio». Ama Parigi, New York, la Versilia, ma soprattutto Limestre e Milano, la città in cui è cresciuta. Seduta al Dynamo Cafè del City Camp, due piani sotto la redazione di Vita, la si vede di rado, più spesso sta in piedi, spiega, ascolta e si prende gli abbracci che sono una prerogativa di “quelli che lavorano a Dynamo” («lo chiamiamo il welfare aziendale», scherza). La fede ritorna più volte, intesa come apertura alle persone, la lode ogni mattina «per la giornata che ci aspetta» e la provvidenza, «io ci credo, poi certo la si deve aiutare…».
Alle 10,30, ha già ricevuto un volontario in ufficio. «Il suo gelataio vorrebbe donarci del gelato. Credeva gli dicessi di no», sorride. «Una delle cose che ho imparato in questo lavoro è che bisogna sempre incontrare tutti, perché ne vale la pena. I nostri volontari sono così, hanno questa propensione a mettersi in gioco. Un giorno, allo sportello disabilità della Regione Lombardia insieme a mia figlia, mi sono trovata davanti una persona deliziosa che mi ha spiegato tutto, poi ha fatto un twist e ha incominciato a coinvolgere anche mia figlia nella conversazione. Ho pensato: che brava. Mi sono messa la giacca staff e lei si è illuminata: era stata volontaria a Limestre. Capisci che cosa intendo? Pezzi di Dynamo si muovono per le strade, siedono dietro alle scrivanie, ti migliorano la giornata».

Ph. A. Alfieri
Il lunedì si dedica agli staff meeting, «con la prima linea manageriale del Camp e dell’Academy pianifichiamo la settimana», poi ci sono gli incontri (a cadenza regolare) con i donatori. La parte più divertente? «I pomeriggi: alle 16 arrivano le famiglie e il City Camp si popola. Ieri un gruppo di genitori si è dato appuntamento qui per giocare insieme a carte. Non è stupendo?».
Tra un’ora salirà in ufficio per incontrare uno studente all’ultimo anno del Master of Science dell’Università Bocconi di Milano: «Sono mentor per un programma che si chiama Ceo Connect. Di solito mi abbinano studenti che hanno voglia di fare qualcosa per la comunità».
Anche Porcari ha avuto i suoi mentori: «Il primo l’ho incontrato in Ibm (dove tra il ’95 e il 2004 ha occupato ruoli di vertice, ndr). È stato il mio responsabile per un periodo e da lui ho imparato moltissime cose, soprattutto nella gestione della complessità e dei conflitti». Il secondo mentore è arrivato con il cambio di carriera, quando ha accettato la sfida lanciata da Enzo Manes di creare da zero un ente non profit: «Quando ho capito che dovevo imparare il mestiere della raccolta fondi, mi sono rivolta al responsabile della fondazione creata da Paul Newman alla fine degli anni ’80 per dare vita al SeriousFun Children’s Network di cui poi saremmo diventati membri. Con lui ogni settimana passavamo due ore al telefono, mi ha insegnato tutto: dall’allargamento del board giving alla consapevolezza che ci vuole tempo per sviluppare una relazione».
Dynamo è una struttura, ispirata dalla bellezza, che non ha mai perso la sua anima di startup, basata sulle persone e sulla capacità di vedere i talenti e dar loro la possibilità di decidere, anche a costo di sbagliare
Serena Porcari, ceo di Fondazione Dynamo Camp
Il futuro immaginato in quegli anni è oggi una community da quasi 300mila persone, che sta per aprire una Caring School, «perché c’è un metodo a cui vogliamo dare continuità e la formazione è il primo passo».
Quando si sta su una giostra, a volte capita di voler scendere, ma ci sono momenti che valgono tutto il giro. «Più che aver voglia di scendere, ho avuto paura, ma ho sempre saputo chiedere consiglio e guida a Enzo. A volte guardo indietro e penso alla strada che abbiamo fatto: non è tanto la mia carriera, è quello che governiamo che è cresciuto». Che cos’è Dynamo? «Una struttura, ispirata dalla bellezza, che non ha mai perso la sua anima di startup, basata sulle persone e sulla capacità di vedere i talenti e dar loro la possibilità di decidere, anche a costo di sbagliare. La soddisfazione più grande è sapere che la nostra è una comunità in azione: gente che fa cose e si mette in moto per gli altri, dal gelato in avanti».
Questo articolo fa parte di una serie dedicata ai change maker, persone che sono diventate motore di cambiamento. Leggi anche:
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In apertura: Serena Porcari al City Camp di Milano
(foto: A. Mola)
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Antonio Mola
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