In nove anni non era mai capitato che qualcuno lasciasse un bambino nella culla per la vita delle Suore minime di Santa Clelia Barbieri, a Bologna, in via Tambroni. È successo la sera dello scorso 8 agosto. La piccola che è stata lasciata lì è stata affidata alle cure dei sanitari, per una decina di giorni resterà in ospedale, prima di essere dichiarata “in stato di adottabilità”, per permettere ai genitori di riprenderla con sé in caso di un ripensamento. Per Frida Tonizzo, segretaria dell’Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie – Anfaa, «questo fatto ci spinge a sottolineare che occorre tutelare le gestanti in gravi difficoltà, fornendo la necessaria assistenza a loro e ai loro nati e la conoscenza del diritto alla segretezza del parto, ancora non abbastanza conosciuto».
Tonizzo, ci spieghi meglio.
Partiamo dal fatto che ogni vita salvata è una notizia positiva. Ma ricordo che è successo anche che bambini lasciati nella culla per la vita siano purtroppo morti prima che ci si accorgesse della loro presenza perché il sistema non ha funzionato, come l’anno scorso ad un bambino lasciato nella culla a Bari. Quello che a noi di Anfaa sta a cuore mettere in evidenza, quando accadono fatti come questo, è il fatto che non si parla mai del diritto alla segretezza del parto, che tra i Paesi dell’Unione europea hanno solo l’Italia e la Francia. È il diritto garantito alle gestanti, coniugate e non coniugate, con o senza permesso di soggiorno, di partorire in sicurezza in ospedale, in anonimato: una sicurezza sanitaria che è una garanzia sia per le donne sia per i bambini.
Come funziona esattamente? Vale la pena ricordarlo, visto che Anfaa afferma appunto che è un diritto non così conosciuto dalle donne…
In base alle leggi vigenti in Italia, le donne che non intendono riconoscere il proprio nato, hanno diritto di partorire in assoluta segretezza negli ospedali e nelle altre strutture sanitarie e di essere, quindi, seguite dal punto di vista medico-infermieristico come tutte le altre partorienti. Ovviamente viene assicurata anche al neonato l’assistenza sanitaria e tutte le cure di cui necessita.
In questi casi cosa appare sull’atto di nascita del neonato?
L’atto di nascita viene redatto con la dizione “nato da donna che non consente di essere nominata” e l’Ufficiale di Stato civile, dopo aver attribuito al neonato un nome ed un cognome, procede entro 10 giorni dalla formazione dell’atto alla segnalazione al Tribunale per i Minorenni per la dichiarazione di adottabilità ai sensi della Legge 4 maggio 1983, n. 184 e successive modifiche. Così, a pochi giorni dalla nascita, il piccolo viene inserito in una famiglia adottiva scelta dal Tribunale, fra quelle già valutate idonee dal Tribunale per i minorenni. Rispetto a questo procedimento, la culla per la vita ha un grosso limite.
Non si parla mai del diritto alla segretezza del parto, che tra i Paesi dell’Unione europea hanno solo l’Italia e la Francia. È il diritto garantito alle gestanti, coniugate e non coniugate, con o senza permesso di soggiorno, di partorire in sicurezza sia per loro sia per i bambini
Frida Tonizzo, segretaria dell’Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie – Anfaa
Qual è il limite?
Il grosso limite della culla per la vita, al di là delle intenzioni dei promotori, è che si fa carico solo del neonato. Dobbiamo interrogarci sulle condizioni in cui una donna in gravi difficoltà economiche, familiari e di altro tipo può arrivare a partorire. Ci sono madri che danno alla luce i propri figli in ambienti assolutamente inadatti al parto, c’è chi ha partorito nel bagno di un fast food e chi sotto un ponte. Non raccontiamoci che questi bambini possono essere stati partoriti in casa, con tutte le condizioni di sicurezza, perché le donne in condizioni di grave disagio personale e socio-economico non hanno alcuna possibilità di sostenere le spese che comportano i parti a domicilio effettuati con le necessarie garanzie sanitarie per la donna e il neonato.
C’è un altro tema, che vale per il futuro: le culle, a differenza dei parti in ospedale, non offrono la possibilità di raccogliere i dati sanitari della partoriente, relativi ad esempio a possibili malattie geneticamente trasmettibili o altro, la cui conoscenza potrebbe rivelarsi utile, in futuro, per il bambino.
Il fatto che gli ultimi bambini lasciati nelle culle siano in buone condizioni fisiche e siano stati ben accuditi deve farci pensare. È successo l’altro ieri con la bambina di Bologna, ma anche negli altri recenti casi. Dobbiamo farci una domanda.
Sono stati 169 i bambini non riconosciuti alla nascita nel 2022, in forte diminuzione: erano stati 337 nel 2012, 642 nel 2007
Quale domanda?
Se queste donne fossero state adeguatamente accompagnate e assistite, anche a livello economico se necessario, la scelta di mettere il bambino nella culla sarebbe avvenuta? È stato straziante il caso di un bambino lasciato a Bergamo qualche mese fa, con un biglietto di accompagnamento in cui la mamma scriveva che gli voleva bene ma non ce la faceva a crescerlo. Dobbiamo chiederci se la scelta di una donna che lascia suo figlio nella culla per la vita – scelta che merita tutto il nostro rispetto e la nostra comprensione – sia stata una scelta libera, non “forzata” in mancanza di altre possibili alternative. In Piemonte per esempio sono stati istituiti quattro servizi pubblici che fanno capo al comune di Torino, al comune di Novara, al Consorzio servizi sociali Cissaca di Alessandria e al Consorzio socio-assistenziale di Cuneo. In questo progetto, che si chiama “Sos donna parto segreto”, le gestanti che non sanno se riconoscere o meno il proprio nato, che non conoscono i supporti che potrebbero avere, si possono rivolgere in assoluta riservatezza ai servizi ed essere accompagnate verso quella che è una scelta che deve essere loro ma responsabile, con la possibilità di valutare le diverse alternative. Vorrei però sottolineare che sono pochissimi i bambini che vengono lasciati nelle culle e, in generale, sono pochi anche i bambini che non vengono riconosciuti alla nascita.

Quanti sono i neonati non riconosciuti alla nascita?
Secondo una rilevazione a cura dell’Anfaa sugli ultimi dati disponibili del Servizio statistico del Dipartimento della giustizia minorile, sono stati 169 i bambini non riconosciuti alla nascita nel 2022, sono molto calati: erano stati 337 nel 2012, 642 nel 2007. I dati che abbiamo sono solo quelli riferiti ai bambini non riconosciuti e dichiarati adottabili dal tribunale, un tempo l’Istat forniva i dati anche dei parti in anonimato, ma poi per ragioni di privacy quella colonna è stata sospesa.
Ogni volta che un neonato viene ritrovato in una culla per la vita, voi di Anfaa ribadite anche un appello che riguarda i mezzi di informazione.
I mezzi di informazione dovrebbero fare di più per informare le gestanti sui loro diritti, compreso il diritto alla segretezza del parto. Dovrebbero promuovere l’informazione corretta nei confronti delle partorienti, affinché la loro scelta sia meditata e consapevole ed i servizi siano adeguati alle loro esigenze. Ribadisco che nell’Unione europea siamo solo noi e la Francia ad aver riconosciuto il diritto alla segretezza del parto: ciò significa che negli altri Paesi, per una donna che partorisce l’alternativa è tra il riconoscimento obbligatorio del bambino oppure l’affidamento alle culle termiche. Un’azione informativa, rivolta soprattutto alle donne straniere, deve essere fatta perché le donne devono sapere che in Italia c’è questo diritto.
Abbiamo molto a cuore la situazione delle partorienti, sappiamo quanto può essere delicato il momento del parto e quanto può essere delicato e duro il post-parto, quanto c’è il rischio della depressione post partum, che è fisiologica fino a un certo punto, ma poi può anche diventare patologica. Affrontare questo tema pensando solo al futuro del bambino ignorando un sistema di assistenza che comprenda tutti e due non è corretto. Recentemente, in un suo intervento, Claudia Roffino, che è una figlia adottiva non riconosciuta alla nascita, ha posto proprio l’attenzione su questo tema. E vorrei ribadire un problema di privacy.
Quale problema di privacy?
Capisco la reazione delle suore, è estremamente emozionante sapere che una neonata potrà vivere grazie alla culla per la vita: se un neonato viene lasciato in un cassonetto, al contrario, è difficile si riesca a ritrovarlo vivo. Però dobbiamo rispettare la privacy di questi bambini, quindi si poteva evitare di dire il nome che è stato dato alla bimba. Lasciamo ai suoi futuri genitori adottivi la scelta del nome. Questa bimba fra 20 anni può fare delle ricerche rispetto al periodo in cui è nata e scoprire di essere stata lasciata in una culla. C’è un discorso di tutela della privacy, per ogni bambino che viene ritrovato c’è un tutore, un curatore che si dovrebbero attivare.
Come Anfaa avete chiesto da tempo al ministero della Salute di fare due cose. Perché?
La prima è di trasmettere una circolare agli ospedali per ricordare la normativa perché abbiamo notato che, di fronte alla scelta del non riconoscimento, c’è un atteggiamento negativo da parte del personale sanitario, che invece deve rispettare la decisione della donna e accompagnarla in questa decisione. La seconda è la richiesta di una campagna informativa a livello nazionale rivolta alle donne: l’ultima risale a circa vent’anni fa.
Foto di Ignacio Campo su Unsplash
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Ilaria Dioguardi
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