Ne parlano tutti i giornali, se non altro per i nomi che porta con sé. È la fenice che rinasce. Con 200 milioni di dollari come impegno iniziale, il Phoenix species project è la più grande singola iniziativa filantropica dedicata al recupero di 100 specie classificate come “in pericolo critico” ed “estinte in natura”, fra quelle inserite nella Lista Rossa Iucn (Unione internazionale per la conservazione della natura). Le specie minacciate sono in tutti i continenti e infatti il progetto prevede oltre 100 partner locali e internazionali in tutto il mondo, inclusi popoli indigeni, comunità locali, conservazionisti e governi. Una notizia.

Promosso dall’organizzazione Re:wild (co-fondata da Leonardo DiCaprio e da Wes Sechrest) e dal Bezos Earth Fund di Jeff Bezos, in collaborazione con la Species Survival Commission dell’Unione internazionale per la conservazione della natura – Iucn e con il sostegno dell’ente non profit Age of Union e della Todd Graves Family Foundation, il progetto supporta i paesi che stanno cercando di raggiungere il target 4 del Kunming-Montreal Global biodiversity framework (Gbf). Il Gbf è un accordo storico adottato nel dicembre 2022 durante la Cop15 della Convenzione sulla diversità biologica a Montréal, e fissa una tabella di marcia globale per fermare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2050. Il target 4 si concentra sulla salvaguardia delle specie a rischio e della loro diversità genetica, per arrestare l’estinzione indotta dall’uomo delle specie minacciate conosciute, promuovere la loro ripresa e ridurre significativamente il rischio di estinzione entro il 2030. 

L’impegno di figure mediatiche come DiCaprio e Jeff Bezos aiuta a portare l’urgenza della crisi della perdita di biodiversità al grande pubblico, oltre che a muovere capitali e (si spera) volontà politiche. La notizia è quindi l’occasione per confrontarci sull’urgenza del tema della biodiversità con un esperto: Gustavo Calderucio Duque Estrada, dottore di ricerca in ecologia, consulente e membro della Iucn Commission on Ecosystem Management.

Crisi climatica e perdita di biodiversità sono fenomeni strettamente interconnessi. Per far arrivare l’urgenza di questo tema al grande pubblico, la biodiversità va raccontata per ciò che è realmente: una infrastruttura naturale indispensabile che eroga servizi ecosistemici primari per la salute e la sicurezza dell’essere umano. Come si può farlo?

Oggi occorre superare la visione della tutela ambientale come mera scelta etica, estetica o “romantica”. È questo il passaggio fondamentale per comunicare l’urgenza della crisi climatica e della perdita di biodiversità. La biodiversità non è un ornamento, ma la base fisica e biologica dei sistemi da cui dipende direttamente la nostra sopravvivenza. Strumenti come il Global biodiversity framework evidenziano come la natura garantisca e mantenga servizi ecosistemici primari, indispensabili per la salute umana e l’economia. Occorre quindi modificare la narrativa pubblica sostituendo i concetti astratti con gli impatti diretti sulla vita di tutti i giorni, intelligibili a tutti.

Gustavo Calderucio Duque Estrada, membro della Iucn Commission on Ecosystem Management

Per esempio?

Per esempio basterebbe ricordare che circa il 75% delle colture alimentari mondiali dipende, almeno in parte, dall’impollinazione. Senza il lavoro gratuito svolto da api e altri animali impollinatori, gran parte della produzione di cibo su scala globale semplicemente non avverrebbe. Oppure che la biodiversità del sottosuolo è il motore biologico che mantiene i terreni fertili e coltivabili e contribuisce a proteggerli da erosione e desertificazione. O che le zone umide costiere, come le foreste di mangrovie, funzionano come vere infrastrutture di difesa naturale, riducendo l’impatto delle mareggiate e degli eventi meteo estremi sulle aree costiere abitate. 

Il Phoenix species project nasce dalla consapevolezza che ci troviamo di fronte a una crisi di estinzioni senza precedenti. Qual è lo stato attuale della biodiversità globale che rende iniziative di questo tipo non solo utili, ma indispensabili?

La biodiversità globale è in crisi profonda. Secondo la Lista rossa Iucn, su oltre 175mila specie valutate, più di 50mila sono minacciate e oltre 31mila si trovano in pericolo critico o sono estinte in natura. Il Phoenix species project interviene proprio su queste emergenze estreme. Casi emblematici, come la vaquita del Golfo di California – il cetaceo più minacciato al mondo, ridotto a poche decine di esemplari – o il rinoceronte di Giava, mostrano che oggi la sfida non è più prevenire il declino, ma evitare l’estinzione imminente. È fondamentale avere un progetto che si concentri su tali priorità, purché questi interventi non siano considerati azioni simboliche o isolate, ma si inseriscano in una visione sistemica di tutela degli habitat, di governance territoriale e di ripristino degli ecosistemi.

La biodiversità globale è in crisi profonda. Secondo la Lista rossa Iucn, su oltre 175mila specie valutate, più di 50mila sono minacciate e oltre 31mila si trovano in pericolo critico o sono estinte in natura

Cosa è cambiato oggi nella narrativa della tutela della biodiversità rispetto al panda del Wwf degli anni ’80? E questo non solo a livello di media

L’approccio alla conservazione è profondamente cambiato, anche grazie a iniziative scientifiche che inquadrano la natura come vero e proprio “capitale naturale”. Negli anni ’80, il panda ha dato un volto alla tutela ambientale attraverso una narrativa incentrata su specie lontane ma dalla forte carica emotiva. È un modello che funziona ancora, ma oggi non basta più: la conservazione contemporanea deve integrare i concetti di servizi ecosistemici, giustizia ambientale e responsabilità d’impresa. La biodiversità non è più una questione confinata alle Ong, ma è entrata a pieno titolo nelle agende finanziarie, regolamentari e aziendali. Ne sono un esempio strumenti come la Taskforce on Nature-related Financial Disclosures e le nuove metriche di rendicontazione dell’impatto ambientale. Per le imprese oggi è fondamentale comprendere le proprie pressioni sulla natura, imparare a gestirle, minimizzarle o azzerarle, oltre che effettuare interventi di ripristino comunicando in modo trasparente tali azioni alla società; un fattore che incide anche sulla percezione e le scelte degli investitori. In sostanza, è cambiato il discorso di fondo, anche nell’evoluzione di enti storici come il Wwf: tutelare la biodiversità coincide più solo con una specie iconica da proteggere ma è l’elemento portante della vita umana e la base stessa della nostra sopravvivenza.

Qual è il ruolo di iniziative come il Phoenix species project nel raggiungimento degli obiettivi internazionali sulla biodiversità, come il Global biodiversity framework?

Il progetto si inserisce in modo coerente nel framework, in particolare nei target 3 e 4, che indicano le azioni urgenti per arrestare la perdita di natura. Il focus sul target 4 è particolarmente significativo: non si limita a un richiamo generico alla tutela degli ecosistemi, ma interviene direttamente sulle specie più a rischio. Ciò permette di tradurre obiettivi globali astratti in interventi concreti e misurabili. Iniziative di tale tipo non possono però sostituirsi alle politiche pubbliche e devono integrarsi con i contesti territoriali.

È fondamentale mantenere le giuste proporzioni: un investimento da 200 milioni di dollari è senza dubbio rilevante, ma occorre considerare che la Convenzione sulla diversità biologica stima il deficit della finanza globale per la biodiversità in circa 700 miliardi di dollari all’anno. Questo progetto non è quindi, da solo, la soluzione definitiva ma può agire come un potente catalizzatore e definire un modello scientifico e operativo replicabile. 

È fondamentale mantenere le giuste proporzioni: un investimento da 200 milioni di dollari è senza dubbio rilevante, ma occorre considerare che la Convenzione sulla diversità biologica stima il deficit della finanza globale per la biodiversità in circa 700 miliardi di dollari all’anno

Non è un caso, poi, che in questa sfida sia coinvolta Iucn. La collaborazione con la sua Species survival commission, in qualità di partner scientifico globale, garantisce la massima rigorosità dell’approccio. Il ruolo della scienza è cruciale: procedere senza una guida scientifica sarebbe come finanziare un ospedale senza coinvolgere i medici. 

Allo stesso tempo, la validazione scientifica non basta. Il successo dell’iniziativa dipenderà dalla capacità di tradurre la scienza in azioni sul campo, affrontando nodi complessi come l’accettazione sociale, la trasparenza dei processi, il coinvolgimento dei proprietari terrieri e l’inclusione delle comunità locali che vivono e dipendono da quei territori.

Il progetto punta al recupero di 100 specie in pericolo di estinzione. Quali sono i criteri scientifici usati per stabilire quali specie hanno priorità, quando la lista rossa Iucn prevede migliaia di specie minacciate?

Il progetto ha un approccio interessante perché si concentra su specie in pericolo critico o estinte in natura, distribuendole in modo bilanciato tra diversi gruppi tassonomici – compresi gruppi spesso trascurati come pesci, invertebrati e piante – e coprendo un arco geografico ampio, di 30 Paesi. Tale diversità tassonomica e geografica è un elemento indubbiamente positivo: evita di focalizzarsi unicamente sui grandi mammiferi carismatici, arrivando a includere anche gli invertebrati, praticamente l’opposto della classica “specie simbolo”, e di cui non si parla quasi mai. Tuttavia, restano alcune zone grigie che sarà fondamentale chiarire man mano che il progetto entrerà nel vivo. Sarà importante rendere espliciti e trasparenti i criteri di selezione: perché sono state scelte proprio quelle specie e quei luoghi? Ma soprattutto, il punto centrale riguarderà le metriche d’impatto: con quali parametri verrà misurato e dimostrato che il recupero sta realmente avvenendo e che il rischio di estinzione si sta riducendo? Essendo il progetto solo all’inizio, questi aspetti operativi saranno il vero banco di prova per garantirne efficacia e credibilità. Non è una critica, bisognerà solo vedere come evolve.

La diversità tassonomica e geografica del progetto è un elemento positivo: evita di focalizzarsi unicamente sui grandi mammiferi carismatici e includere anche gli invertebrati, di cui non si parla quasi mai. Praticamente l’opposto della classica “specie simbolo”

Se la distruzione degli habitat continua ad avanzare in molti Paesi, quanto è sostenibile reintrodurre o proteggere solo 100 specie? Ossia, concentrarsi su singole specie a rischio è una strategia efficace?

Tutelare specie ad alto rischio può innescare l’effetto “ombrello”: salvaguardare una specie chiave, come il gorilla di montagna in Africa, significa proteggere l’intero ecosistema forestale da minacce quali il bracconaggio o la deforestazione. Non è ancora chiaro se il progetto adotti espressamente questa logica, ma concentrarsi su specie al limite dell’estinzione è, comunque, un’ottima premessa. Sul fronte finanziario, invece, la dotazione di 200 milioni di dollari rappresenta una svolta solo se supererà il classico limite della frammentazione dei fondi. I finanziamenti di breve durata (2-3 anni) si sono sempre rivelati inefficaci. Fenomeni come il ripristino di un habitat o il contrasto della caccia illegale richiedono tempo, manutenzione, monitoraggio, cooperazione con i governi e coinvolgimento delle comunità locali. Servono orizzonti pluriennali chiari e continuità temporale: nel ripristino ecologico, due o tre anni non bastano per ottenere risultati duraturi. È la sostenibilità. 

Il progetto interviene su ripristino degli habitat e controllo delle specie invasive. Quali di questi interventi sul campo presentano le sfide più complesse?

Il ripristino degli habitat è un processo estremamente complesso e articolato: non significa semplicemente piantare alberi o recintare un’area, ma ricostruire le reali funzioni ecologiche di un sistema. Questo richiede di intervenire sul suolo, sulla dinamica idrologica, sulla composizione floristica e faunistica, tenendo conto delle pressioni antropiche esistenti e degli impatti dei cambiamenti climatici. Un tema molto delicato dal punto di vista tecnico, sociale e politico è la gestione delle specie invasive, specialmente negli ecosistemi insulari: un aspetto centrale richiamato anche dal target 6 del Gbf. La sfida maggiore è che tali interventi richiedono competenze ecologiche, autorizzazioni, consenso locale e monitoraggio nel lungo periodo. Non sono azioni una tantum.

Che impatto ha l’ingresso di grandi capitali privati e di figure mediatiche come DiCaprio e Bezos sulle agende politiche globali della conservazione?

L’ingresso di grandi finanziatori privati e personalità internazionali ha un impatto enorme, che si articola principalmente su tre livelli: l’attenzione mediatica, la velocità di mobilitazione delle risorse finanziarie e la capacità di esercitare pressione sulle agende politiche. Queste figure hanno il merito indubbio di far uscire la tutela della natura dalla nicchia degli addetti ai lavori, portandola al centro della conversazione pubblica globale. Tuttavia, se da un lato questa straordinaria visibilità accelera i processi, dall’altro comporta il rischio di semplificare sfide ecologiche che sono intrinsecamente complesse. Il capitale privato è una risorsa preziosa e va accolto con favore, ma deve sempre operare all’interno di regole chiare, trasparenza e rigorosa guida scientifica.

L’ingresso di grandi finanziatori privati e personalità internazionali ha un impatto enorme, che si articola principalmente su tre livelli: l’attenzione mediatica, la velocità di mobilitazione delle risorse finanziarie e la capacità di esercitare pressione sulle agende politiche

Qualche scettico ha messo in dubbio la coerenza di questa attività con i data center dello stesso Bezos, a crescente impronta sulla biodiversità. Qual è la sua opinione?

Gli investimenti filantropici vanno sempre accolti favorevolmente: la finanza privata ha la velocità e la flessibilità per assumersi rischi, finanziare progetti pilota e coprire aree sottofinanziate. Tuttavia, non può sostituire le politiche pubbliche né risolvere da sola la crisi della biodiversità. In questo contesto, un sano scetticismo è utile se serve a migliorare i progetti anziché paralizzarli. Resta fondamentale il tema della coerenza: chi finanzia la conservazione deve garantire trasparenza anche sulla propria impronta ecologica complessiva. Se un finanziatore o un’azienda ha un impatto ambientale rilevante, serve una rigorosa rendicontazione di sostenibilità che chiarisca come le donazioni e l’attività industriale interagiscano strategicamente. Vale per tutti.

Il coinvolgimento dei popoli indigeni e delle comunità locali è citato come pilastro dell’iniziativa. Che ruolo hanno e come riuscire a garantirlo?

È fondamentale e importante che il progetto dichiari con chiarezza le proprie intenzioni di coinvolgere le comunità, i dettagli operativi dovranno poi dimostrarlo nei fatti. Il coinvolgimento delle comunità locali non può essere una consultazione simbolica a cose fatte: deve tradursi in una vera co-progettazione. Questo significa applicare il principio del consenso libero, previo e informato (Free, prior and informed consent – Fpic), garantire pieno accesso ai dati di monitoraggio e attribuire alle popolazioni locali ruoli decisionali effettivi, anche nella gestione e nell’accesso alle risorse finanziarie.

Molti degli habitat delle 100 specie target del Phoenix Species Project si trovano in Paesi del global south. Come evitare accuse di “neocolonialismo verde” e negoziare con i governi locali quando ci si scontra con le priorità dello sviluppo economico?

Da brasiliano, cresciuto in Brasile, sono particolarmente sensibile al tema del neocolonialismo nella conservazione: dobbiamo superare il modello in cui il Nord globale finanzia e decide, per mettere al centro le priorità locali. Proteggere un ecosistema senza generare benefici tangibili per chi lo vive e lo abita – come lavoro, sicurezza idrica o valorizzazione dei saperi tradizionali – crea solo conflitti. Le popolazioni locali non devono essere beneficiarie passive di scelte altrui, ma partner paritari coinvolti fin dall’inizio nella co-progettazione. Solo con un reale empowerment le comunità possono abbracciare il progetto e farlo proprio nel lungo periodo. Solo così non naufragherà.

Da brasiliano sono particolarmente sensibile al tema del neocolonialismo verde nella conservazione: dobbiamo superare il modello in cui il Nord globale finanzia e decide, per mettere al centro le priorità locali. Proteggere un ecosistema senza generare benefici tangibili per chi lo vive e lo abita – come lavoro, sicurezza idrica o valorizzazione dei saperi tradizionali – crea solo conflitti

Se dovesse indicare un’azione prioritaria che i governi dovrebbero intraprendere nei prossimi cinque anni per invertire la rotta, quale sarebbe?

Non basta creare aree protette se le politiche economiche e i sussidi pubblici continuano a incentivare la perdita di natura. Per arrestare la crisi ecologica occorre integrare la biodiversità in tutte le decisioni pubbliche e private, rendendola un parametro vincolante nella pianificazione territoriale, nelle autorizzazioni, nelle infrastrutture, nell’agricoltura e negli investimenti finanziari. Questo principio è il cuore del target 14 del Gbf che impone di integrare la natura e i suoi valori nelle normative, nelle strategie di sviluppo, nelle valutazioni di impatto ambientale e nella contabilità nazionale in ogni settore economico. Non possiamo più valutare un’infrastruttura o un’attività produttiva solo per la loro resa economica o per quanto producono: dobbiamo calcolarne il costo reale per la biodiversità e i servizi ecosistemici che rischiamo di perdere. La svolta avverrà solo quando la tutela della natura smetterà di essere un vincolo a posteriori e diventerà un criterio di valutazione preventivo e vincolante per la politica e per l’economia.

In apertura, Leonardo DiCaprio con i leaders indigeni in marcia per il clima a Washington DC nel 2017, foto di  Chaz Niell/LaPresse

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 Sara De Carli

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