In Ciociaria esiste una specialità burocratica che non ha eguali in Europa: far sparire gli investimenti senza un diniego formale, senza una motivazione pubblica, senza nemmeno il coraggio di dire no. Semplicemente non rispondendo. 160 milioni e 800 posti di lavoro ad Anagni stanno sperimentando quella specialità. Tre enti su quattro hanno già detto sì. Il quarto tace.
È un’abitudine che in Ciociaria dura da decenni e che si ripete con la puntualità di un cronografo svizzero: un investitore arriva, presenta il progetto, ottiene i pareri di tutti tranne uno, aspetta, aspetta ancora, e alla fine va via. O rimane bloccato fino a quando il progetto non è diventato vecchio.
La storia si sta ripetendo ad Anagni. Un investimento da 160 milioni di euro, circa 800 nuovi posti di lavoro. La Regione Lazio ha dato parere favorevole. Il Demanio ha dato parere favorevole. Il Consorzio di Bonifica ha dato parere favorevole. La Provincia di Frosinone non ha ancora rilasciato il proprio. E nemmeno si sa quando lo farà.
Il cimitero degli investimenti
Per capire cosa significa questo ritardo, bisogna fare un passo indietro. Più di uno.
Settembre 2016. La Dphar Spa — poi diventata Acs Dobfar — firma con Invitalia un contratto di sviluppo per lo stabilimento di Anagni. L’investimento previsto sfiora i 50 milioni di euro: nuovo antibiotico, additivi per mangimi, enzimi per l’industria della carta, efficienza energetica. Assunzione di 60 persone dall’ex bacino Videocon. Un progetto concreto, finanziato, firmato davanti al Ministero dello Sviluppo Economico.
Quando arrivano le autorizzazioni ambientali di Provincia e Regione, siamo intorno al 2019. Tre anni dopo. Nel frattempo quel nuovo antibiotico era diventato vecchio. Il progetto era sorpassato. L’investimento sfumato.
Primavera 2022. È il turno di Catalent, multinazionale farmaceutica. Cento milioni di euro che avrebbero dovuto restare in Ciociaria. Stessa storia, stesso epilogo: le lungaggini burocratiche spingono l’azienda a spostare l’investimento in Inghilterra. Cento milioni. In Inghilterra. (Leggi qui: Catalent, arriva l’autorizzazione: non serve più. Rifiuti: la denuncia del prefetto).
Almeno quella volta, la Provincia di Frosinone non c’entra: il presidente Antonio Pompeo aveva convocato una Commissione ed avviato lo snellimento delle procedure. Duravano mediamente due anni: un modo per non dire no e far capire che era meglio andare a produrre da un’altra parte. (Leggi qui: Catalent, Pompeo respinge i sospetti: “Noi non c’entriamo”).
2025. Novo Nordisk arriva con oltre un miliardo di euro da investire ad Anagni. Il Governo — consapevole di cosa succede quando si lascia fare alla burocrazia ordinaria — evita il rischio in partenza: nomina Francesco Rocca Commissario straordinario di Governo con il compito di assicurare il coordinamento e l’accelerazione delle procedure. Il risultato? Il piano va avanti.
La lezione era chiara: per fare arrivare un investimento importante in Ciociaria senza che sparisca nel nulla, bisogna bypassare la burocrazia ordinaria con un commissario.
Follie ciociare
Sotto il governo di Antonello Iannarilli se n’erano inventata un’altra per evitare le procedure d’infrazione che quelle lungaggini avrebbero innescato. Cosa si inventarono? L’ultimo giorno utile rilasciarono le autorizzazioni a tutti quelli che le avevano chieste: ma con decine di prescrizioni che le rendevano carta straccia.
Gli industriali trascinarono la Provincia al Tar: le prime otto cause le vinsero tutte. Poi il nuovo presidente Peppe Patrizi chiese una tregua e riunì un tavolo anche su sollecitazione di due Prefetti: ottenne il ritiro delle decine di denunce al Tar assicurando una procedura più snella ma altrettanto rigorosa. Risultato? Il presidente Patrizi è finito sotto processo per quello. E regolarmente è stato assolto. (Leggi qui Cosa insegna l’assoluzione di Peppe Patrizi).
Se a qualcuno era venuto in mente di accelerare il treno si è subito adeguato alla rigorosa e strettissima osservanza del principio che è meglio farsi i fatti propri e non smuovere niente. Lezione appresa.
E adesso ci risiamo
Il nuovo caso ha le stesse caratteristiche dei precedenti, con numeri ancora più grandi: 160 milioni di euro. 800 posti di lavoro. Un progetto che ha già ottenuto il via libera da Regione, Demanio e Consorzio di Bonifica — tre enti su quattro, tutti e tre favorevoli. Manca la Provincia di Frosinone.
Non c’è una motivazione pubblica, non c’è un diniego formale, non c’è una richiesta di integrazioni documentate. C’è il silenzio. Quel silenzio che nel lessico burocratico ciociaro si chiama iter in corso e che nella realtà degli investitori si chiama aspetto e nel frattempo valuto altre opzioni.
Il presidente Luca Di Stefano nella riorganizzazione degli uffici ha preteso un rigoroso solco tra politica e procedura amministrativa. Nessun amministratore deve nemmeno tentare di tirare per la giacca gli uffici. Da un lato è positivo perché non ci sono sollecitazioni, dall’altro però chi deve mettere la firma rischia di sentirsi totalmente solo.
E non tutti hanno lo spessore di un professor Francesco Scalia che negli anni in cui fu presidente non si limitò a rendere indipendenti gli uffici o a leggere le norme ma le interpretò anche ed andò davanti ai magistrati a spiegarle. Come avere la Cassazione a portata di mano dentro la Provincia.
Il meccanismo che allontana gli investitori
Antonio Baldassarra, fondatore di Seeweb, lo aveva raccontato anni fa con una lucidità disarmante: quando aprì una sede in Lombardia nel 2006, fu contattato dalla Regione Lombardia che voleva sapere chi fossero e «come potevano esserci utili». Dalla Regione Lazio, dalla sua nascita nel 1998, non aveva mai avuto notizie.
Francesco Borgomeo, quando salvò l’ex Ideal Standard di Roccasecca per convertirla in Grestone, pretese una sola clausola nel contratto firmato al Ministero dello Sviluppo Economico: «Lo Stato si impegna a rilasciare le autorizzazioni entro i tempi di Legge». I fondi stranieri presenti in sala erano perplessi: quella frase sembrava del tutto superflua. Non lo era. Come sia finita la parabola di Borgomeo è storia recente: sta ancora aspettando le autorizzazioni e nel frattempo ha cambiato settore ed investimento.
In alcune aree al confine con l’Italia, le procedure vengono espletate in due settimane. In Ciociaria si contano in anni.
160 milioni e 800 famiglie
Un investimento da 160 milioni non è un capannone. È una scelta di campo: un’azienda ha deciso che vuole stare qui, che il territorio è quello giusto, che i numeri tornano. Ha fatto i calcoli, ha presentato il progetto, ha ottenuto i pareri di tre enti su quattro.
Ottocento posti di lavoro non sono una promessa astratta. Sono 800 famiglie che potrebbero smettere di chiedersi se mandare i figli a studiare fuori e non farli tornare. Sono 800 contribuenti in più per i comuni della zona. Sono l’indotto — i servizi, i fornitori, i bar e i ristoranti — che gravita intorno a un polo produttivo.
Tutto questo è in attesa di un parere. Uno. Quello della Provincia di Frosinone.
Il conto che non si smette di pagare
Sommando i casi degli ultimi anni — Dobfar, Catalent, e ora questo — si arriva a un numero che nessuna delibera provinciale citerà mai: centinaia di milioni di euro di investimenti mancati, migliaia di posti di lavoro che non ci sono stati, un territorio che si lamenta della desertificazione industriale senza mai fare i conti con i motivi per cui gli investitori scelgono altrove.
Per Novo Nordisk il Governo ha nominato un commissario. Non perché la burocrazia ciociara fosse diversa ma perché l’investimento era così grande che perderlo sarebbe stato inaccettabile. Per quel motivo, e solo per quello, il miliardo è arrivato.
Centosessanta milioni e 800 posti di lavoro ad Anagni stanno aspettando di capire se appartengono alla categoria «abbastanza grandi da meritare attenzione» oppure a quella «abbastanza piccoli da poter sparire in silenzio».
La Provincia di Frosinone è sicuramente nel rispetto delle leggi. E fa bene. Ma se per rispettare le norme – a causa dei tagli imposti dalla riforma Delrio – non ha più le forze per affrontare il tema in tempi moderni, ha il dovere di dirlo. E spiegare come mai qui si impieghi ancora tutto questo tempo: sollecitando rinforzi; o pretendendo chiarezza sulle norme per avere certezza che non ci sia mai più un Caso Patrizi. Oppure si dica con chiarezza: non venite ad investire qui.
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