Quando un agente AI può accedere a database, applicazioni aziendali e strumenti software, il problema non è più la qualità della risposta che produce. Il problema è quello che può fare. È da questa considerazione che parte la riflessione presentata da AWS al NIST, l’ente statunitense che sta raccogliendo contributi per definire le future linee guida sulla sicurezza dell’AI agentica.
Nell’analisi firmata da Mark Ryland, Riggs Goodman III e Todd MacDermid, emerge una posizione molto chiara: la sicurezza non dovrebbe mai dipendere dal ragionamento di un agente AI, ma da controlli esterni che ne limitino concretamente le possibilità di azione.
È una presa di posizione che arriva mentre aziende e organizzazioni stanno sperimentando sistemi sempre più autonomi, capaci non solo di generare contenuti ma anche di eseguire operazioni, interrogare sistemi interni, utilizzare API e prendere decisioni operative.
Consigli di sicurezza by AWS: mai fidarsi (troppo) del modello AI
Tra i quattro principi individuati da AWS, ce n’è uno che emerge nettamente sugli altri: secondo l’azienda, i modelli linguistici AI non dovrebbero essere considerati strumenti di sicurezza.
Per quanto sofisticato, un LLM resta infatti un sistema probabilistico. Può essere istruito a rifiutare determinate richieste, a rispettare alcune regole o a non accedere a particolari informazioni. Ma quelle istruzioni non rappresentano una garanzia assoluta. Tecniche come il prompt injection possono aggirare questi meccanismi e portare l’agente a comportamenti indesiderati.
Per questo AWS sostiene che le regole fondamentali debbano stare fuori dal modello. Accessi consentiti, strumenti disponibili, dati raggiungibili e operazioni autorizzate devono essere definiti a livello infrastrutturale, attraverso controlli deterministici che il modello non possa modificare né aggirare.
Nella documentazione presentata al NIST questa architettura viene descritta come una “security box”: un livello di controllo attraverso cui passa qualsiasi interazione tra l’agente e il mondo esterno.
Gli agenti AI tendono ad amplificare problemi che già esistono
Un altro aspetto interessante della posizione AWS riguarda il rapporto tra AI e cybersecurity tradizionale. Nel documento non c’è alcuna teoria secondo cui l’AI agentica richiederebbe una sicurezza completamente nuova. Al contrario, AWS sostiene che i rischi già noti restano validi e, in alcuni casi, diventano persino più pericolosi.
Problemi come escalation dei privilegi, session hijacking, vulnerabilità della supply chain o code injection non scompaiono con gli agenti. Cambia piuttosto la loro scala. Un agente con autorizzazioni eccessive può infatti compiere in pochi secondi una quantità di operazioni che un essere umano impiegherebbe ore a completare.
Da qui l’insistenza sul principio del privilegio minimo, cioè concedere agli agenti soltanto gli accessi strettamente necessari. Un approccio che nella visione AWS diventa ancora più importante proprio perché gli agenti operano con una velocità e una continuità che non hanno equivalenti umani.
L’autonomia va guadagnata, non regalata
L’ultimo principio riguarda una questione destinata a diventare centrale nei prossimi anni: quanta autonomia concedere agli agenti AI.
La risposta di AWS è pragmatica. Nelle operazioni ad alto impatto — per esempio quelle che coinvolgono dati critici, transazioni finanziarie o informazioni sensibili — dovrebbe essere inizialmente una persona a prendere la decisione finale. L’agente suggerisce, l’essere umano approva.
Con il tempo, però, questa supervisione può ridursi. Se i dati mostrano che l’agente prende decisioni corrette e affidabili in uno specifico contesto, parte delle verifiche può essere automatizzata. Se invece emergono anomalie o comportamenti inattesi, la supervisione deve tornare immediatamente.
Più che una questione tecnologica, è una questione di fiducia misurabile. E il messaggio che arriva da AWS è piuttosto netto: l’autonomia non dovrebbe essere una caratteristica concessa per impostazione predefinita, ma un risultato da conquistare nel tempo attraverso verifiche continue, controlli esterni e limiti ben definiti.
Questa impostazione è molto più vicina a un magazine: apre subito con la tesi forte, elimina le formule tipo “nuova era”, “cambio di paradigma”, “l’obiettivo è”, e mette al centro il punto realmente interessante della notizia. Inoltre i grassetti accompagnano la lettura in ogni sezione.
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Marco Brunasso
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