Clima, quali sono le aziende italiane con obiettivi vaildati dalla SBTi


Per capire come procede la decarbonizzazione delle imprese, un primo passo è guardare agli obiettivi che si sono date: quanto intendono ridurre le emissioni, entro quando e con quale coerenza rispetto alla scienza climatica. È qui che entra in gioco la Science Based Targets initiative (SBTi), che aiuta le aziende a fissare traguardi coerenti con la scienza climatica e verifica che gli obiettivi proposti rispettino i suoi criteri.

A livello globale l’iniziativa corre, con oltre 9.700 aziende con target validati e un nuovo standard in arrivo. Di queste, 277 sono le organizzazioni italiane che hanno ottenuto la validazione degli obiettivi a breve termine; in 64 casi, risultano validati anche gli obiettivi net zero. Moda e lusso sono in prima linea, trainati dalle grandi maison; tra le utilities figurano Enel ed ERG, mentre la presenza del settore finanziario resta limitata.

Per altre trenta organizzazioni è stato rimosso l’impegno a presentare obiettivi a breve termine: in 29 casi (tra cui ITA Airways, Iveco Group, Gruppo Veronesi e INALCA) per la scadenza dell’impegno, in uno (PROCOS Spa) perché il target è stato definito dalla società madre. Ecco cosa comporta la validazione e come si stanno muovendo le imprese del nostro Paese.

Cos’è la Science Based Targets initiative (SBTi)

Quanto deve ridurre le proprie emissioni un’impresa, e in quanto tempo, per contribuire a limitare il riscaldamento globale? Tradurre gli impegni globali in target basati sulla scienza che ogni singola azienda può adottare è la ragion d’essere della Science Based Targets initiative (SBTi), un’organizzazione no profit fondata nel 2015 e oggi considerata il punto di riferimento internazionale per la definizione degli obiettivi climatici delle imprese.

Di fatto, le aziende elaborano i propri obiettivi di riduzione delle emissioni seguendo i criteri forniti da SBTi, per poi sottoporli alla sua validazione. Così facendo, possono dimostrare a clienti, investitori e stakeholder di avere messo a punto obiettivi di riduzione coerenti con la scienza climatica. Si tratta in ogni caso di tabelle di marcia per il futuro: la validazione non dice quali interventi siano già stati realizzati e quali risultati siano stati raggiunti.

Quante aziende nel mondo hanno obiettivi climatici basati sulla scienza

A fine 2025, a livello globale, 9.764 aziende avevano target a breve termine validati (near-term, da raggiungere nell’arco di cinque-dieci anni), il 40% in più rispetto all’anno precedente. Di queste, 2.325 avevano validato anche gli obiettivi net zero. Il percorso verso il net zero comprende obiettivi di riduzione delle emissioni a lungo termine, che per la maggior parte delle imprese prevedono un taglio di almeno il 90% lungo la catena del valore entro il 2050 o prima. Le emissioni residue devono essere neutralizzate attraverso rimozioni permanenti di CO2.

Il sistema, intanto, si prepara a cambiare. A giugno 2026 è stata pubblicata la versione 2.0 del Corporate Net-Zero Standard, che aprirà alle richieste di validazione dal 1° febbraio 2027. La revisione introduce requisiti differenziati in base alle dimensioni e alla localizzazione delle imprese e rafforza il legame tra obiettivi e attuazione, attraverso piani di transizione e approvazione dei vertici aziendali. Prevede inoltre rendicontazioni periodiche e una valutazione dei progressi al termine del ciclo degli obiettivi.

Quali sono le aziende italiane con obiettivi climatici validati dalla SBTi

Nel database SBTi figurano 397 organizzazioni italiane: 277 hanno già ottenuto la validazione degli obiettivi a breve termine, mentre altre 90 si sono impegnate a definirli e per trenta l’impegno risulta rimosso. Tra quelle con target validati, 195 hanno fissato la scadenza al 2030; per le altre, gli anni indicati vanno dal 2027 al 2036.

Quanto all’ambizione climatica, 266 hanno obiettivi classificati come allineati a un percorso di contenimento del riscaldamento globale entro 1,5°C, quello più ambizioso ma anche ritenuto più auspicabile dalla scienza, perché scongiurerebbe le conseguenze peggiori del riscaldamento globale. Nove sono allineate a un percorso “ben al di sotto dei 2°C” e due a 2°C. Delle 277 organizzazioni con target a breve termine validati, 64 hanno validato anche gli obiettivi net zero: tre puntano al 2035, 13 al 2040, una al 2045 e 47 al 2050.

Il settore moda e lusso in testa, con 51 aziende italiane nella lista SBTi

Il settore della moda e del lusso, per cui l’Italia è celebre a livello internazionale, è anche quello che conta il maggior numero di aziende con target climatici a breve termine validati dalla SBTi: sono ben 51. Di queste, però, solo sei hanno ricevuto la validazione anche dei propri obiettivi a lungo termine: Brunello Cucinelli, Ermenegildo Zegna, Moncler, Salvatore Ferragamo, Sidi Sport e Trerè Innovation.

Armani ha già superato uno dei propri traguardi: nel bilancio di sostenibilità 2025 dichiara una riduzione del 63% rispetto al 2019 delle emissioni dirette (Scope 1) e di quelle legate all’energia acquistata (Scope 2), calcolate con il metodo market-based, a fronte di un obiettivo del 50% entro il 2030. Resta da completare il percorso sui beni e servizi acquistati e sulla distribuzione a valle, che rientrano nello Scope 3: per queste categorie, il gruppo riporta già una riduzione del 31%, ma entro il 2029 bisognerà raggiungere il 42%. Tra gli interventi descritti ci sono l’ottimizzazione dei carichi delle spedizioni e il maggiore ricorso al trasporto marittimo rispetto a quello aereo.

Brunello Cucinelli aveva annunciato il proprio piano di riduzione delle emissioni già nel 2021, ottenendo la validazione SBTi nel 2023. La relazione di sostenibilità 2024 conferma gli obiettivi: rispetto al 2019, ridurre entro il 2028 del 70% le emissioni Scope 1 e 2 e del 22,5% quelle della catena del valore, per arrivare al net zero nel 2050. Il primo ambito su cui intervenire è l’acquisto e la lavorazione delle materie prime, responsabile del 59,3% delle emissioni Scope 3 nel 2024. Il gruppo ha quindi chiesto a 314 laboratori artigiani di indicare le fonti energetiche utilizzate e i relativi consumi, per conoscere più da vicino l’impronta climatica della produzione.

È invece recentissima la validazione di Dolce&Gabbana, annunciata a settembre 2026. Entro l’anno fiscale 2035 il gruppo punta a dimezzare le emissioni Scope 1 e 2 e a ridurre del 30% quelle Scope 3 relative a beni e servizi acquistati e attività correlate all’energia (tutte le percentuali sono calcolate sul 2025). I primi obiettivi sono allineati a una traiettoria di 1,5°C, quelli di filiera a un riscaldamento “ben al di sotto dei 2°C”.

Sul coinvolgimento dei fornitori lavora anche Ermenegildo Zegna. Insieme a Chanel, Kering, Moncler e Prada, è uno dei gruppi che partecipano all’European Accelerator promosso da The Fashion Pact. Si tratta di un’iniziativa congiunta che cerca di agevolare i progressi dei fornitori, per esempio sottoponendo un solo questionario standardizzato su energia, acqua e rifiuti, offrendo loro opportunità formative e agevolando l’accesso ai finanziamenti.

Dalle utilities alle banche, chi ha validato i propri obiettivi climatici

Va da sé che il tema della decarbonizzazione è centrale per le utilities, perché coinvolge la natura stessa del loro modello di business. Dodici quelle italiane con obiettivi a breve termine validati dalla SBTi, tra acqua ed energia. Di queste dodici, quattro hanno ricevuto l’avallo anche sugli obiettivi di lungo termine: Alperia, Enel, ERG e Italgen.

Non stupisce la presenza di ERG, sistematicamente in cima alle classifiche che riguardano la sostenibilità: è una delle trenta italiane ad avere ottenuto una A da CDP (ex Carbon Disclosure Project) per la trasparenza e le performance su clima, foreste e gestione idrica e nel 2026 figura al primo posto nella Global 100 di Corporate Knights, la classifica internazionale che ogni anno individua le aziende più sostenibili al mondo.

Molto più sporadica la presenza del settore finanziario: appena quattro le società con obiettivi climatici a breve termine validati. Si tratta della più grande banca italiana per attivi e capitalizzazione di mercato, Intesa Sanpaolo, della società di gestione del risparmio Ambienta Sgr, dell’investment holding Italmobiliare (l’unica con anche un obiettivo a lungo termine validato) e della sua controllata Clessidra Group.

Dai servizi professionali all’industria, gli obiettivi di decarbonizzazione degli altri settori

Nei servizi professionali, BDO Italia punta a ridurre del 42% entro l’anno fiscale 2030 le emissioni Scope 1 e 2 e quelle delle categorie Scope 3 incluse nei target, rispetto al 2023. Il taglio dovrà raggiungere il 90% entro il 2050, anno fissato anche per il net zero lungo la catena del valore. Gli obiettivi a breve e a lungo termine sono entrambi validati dalla SBTi e classificati come allineati a 1,5°C.

Per De’ Longhi, la prima scadenza è invece il 2034: entro allora il gruppo dovrà abbattere del 58,8% le emissioni Scope 1 e 2 e del 35% quelle Scope 3, sempre rispetto al 2023. Anche in questo caso il percorso validato dalla SBTi prosegue fino al 2050, con una riduzione del 90% in tutti e tre gli ambiti e il raggiungimento del net zero.

La filiera agricola entra negli impegni di Caffè Borbone che, entro il 2030, prevede un taglio del 30,3% delle emissioni legate ad agricoltura, foreste e uso del suolo, insieme a una riduzione del 42% delle emissioni Scope 1 e 2 rispetto al 2022. Il net zero è fissato al 2050, con obiettivi validati dalla SBTi anche a lungo termine.

ENAV, la società che gestisce il traffico aereo in Italia, si concentra invece sul 2030: i target validati prevedono una riduzione del 70% delle emissioni Scope 1 e 2 rispetto al 2019. Per lo Scope 3 il taglio è del 13,5% e riguarda beni capitali, attività connesse a combustibili ed energia e spostamenti casa-lavoro dei dipendenti.


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