Al parco Pasolini del Rione Pilastro, a Bologna, ogni pomeriggio, ci sono anziani seduti sotto gli alberi e bambini che corrono dietro una palla o giocando ad acchiapparella. Ci sono donne giovani, velate, con veli diversi, di origini diverse. È la normalità del Pilastro, un quartiere dove età e provenienze si mescolano nello stesso spazio senza che nessuno debba spiegarsi.
È lo stesso quartiere dove, poche settimane fa, è morto Abderrahim Fakir, e dove la comunità marocchina, sabato 25 luglio, si è stretta intorno alla sua famiglia in un rito di condoglianze collettive, l’aza: cous cous cucinato per centinaia di persone, tè offerto a chiunque arrivasse, bambini che correvano tra i tavoli mentre gli adulti condividevano ricordi e dolore. Sono arrivate persone da tutta la provincia, anche chi non conosceva Fakir di persona, solo per stare vicino alla famiglia.
Com’è nato il Pilastro
Per capire meglio la comunità marocchina del Pilastro, abbiamo bisogno di capire meglio il Pilastro. Il quartiere nasce, tra gli anni Cinquanta e Settanta, per accogliere l’immigrazione interna del dopoguerra: famiglie del Sud Italia e del Nordest povero, soprattutto Friuli, arrivate a Bologna per lavorare nelle fabbriche. Oggi il 33% dell’edilizia popolare dell’intera città è concentrato qui. Ma la vera scelta progettuale, spiega l’architetta Noemi Piccioli, che al Pilastro ci vive e sta crescendo suo figlio, non è stata costruire case grandi per famiglie numerose, con appartamenti del primo nucleo che arrivano ai 180 metri quadri. È stato pensare lo spazio pubblico insieme allo spazio privato, contemporaneamente. I portici del primo nucleo di costruzioni richiamano quelli del centro storico, ma si affacciano su parchi e orti pensati per chi, nei paesi d’origine, non viveva la socialità dentro le quattro mura, ma nella strada, nel cortile, nell’orto sotto casa.
È un progetto pensato per persone che arrivano non come singoli, ma con un bagaglio comunitario, chiunque esse siano. È per questo, dice Piccioli, che comunità diverse si sono potute radicare qui così saldamente nel tempo: lo spazio, fin dal principio, era già pensato per loro.
Le comunità del Pilastro si riconoscono camminando per il quartiere. Le donne del Sud si vedono sotto i portici, dove scendono in vestaglia e ciabatte a cercare un po’ di fresco tra gli archi. Le donne bengalesi si vedono per strada, con i loro figli in giro per il quartiere. Le donne marocchine sedute sotto gli alberi che chiacchierano mentre guardano i loro figli giocare al campo di basket della Biblioteca Spina. Nei palazzi di costruzione più recente, i cognomi kosovari si mescolano a quelli italiani, perché quella comunità è arrivata solo da poco. La comunità marocchina, invece, abita per lo più le costruzioni più vecchie, e non è un caso: non è la più numerosa, oggi conta circa 500 persone su un quartiere di quasi settemila abitanti, ma è tra le più antiche, arrivata già tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta in Italia e poi al Pilastro.

Questa anzianità di insediamento è confermata da chi il quartiere lo vive dall’interno da decenni. Alle scuole Romagnoli, l’unica primaria della zona, un’insegnante presente dal 1998 racconta che la componente maghrebina è rimasta costante nel tempo, oscillando tra il 15 e il 20% dei bambini, mentre altre comunità, come quella ex jugoslava, sono progressivamente calate. Un altro docente dello stesso istituto ricorda che, nella storia della scuola, sono passate una ventina di etnie diverse.
Tre generazioni
Al Pilastro convivono spesso, nello stesso quartiere e talvolta negli stessi palazzi, tre generazioni della stessa famiglia, anche se, va detto, non è una regola assoluta, ma la tendenza resta forte, ed è un fatto che definisce molto il rione.
C’è il nonno, arrivato negli anni del boom economico, che ha trovato lavoro e messo su famiglia. C’è il figlio, cresciuto o nato in Italia, oggi sui quarant’anni. Quando si parla genericamente di «seconda generazione» si pensa spesso ai bambini di oggi, ma la vera seconda generazione di migranti in Italia sono proprio i quarantenni arrivati dopo i genitori. Fakir era uno di loro. È una generazione che ha vissuto per prima l’esperienza di essere italiana senza esserlo del tutto, ed è entrata nel mondo del lavoro non nel boom dei genitori ma nella crisi economica che è seguita. E c’è il figlio del figlio, che oggi ha tra i 5 e i 15 anni: la vera terza generazione.
Nel quartiere, la Romagnoli è l’unica scuola elementare, e questo la rende, per forza di cose, il principale luogo di socialità del Pilastro per i bambini ma anche per i genitori. È stata la prima scuola a Bologna ad avere il tempo lungo, pensato, all’origine, per i figli degli operai i cui genitori tornavano a casa tardi. Oggi la stessa struttura serve, allo stesso modo, le famiglie delle comunità straniere il cui lavoro non lascia sempre spazio per essere a casa.
Il primo insegnante, quello che insegna alla Romagnoli dal 1998, definisce l’istituto «il primo e più importante momento di aggregazione di cittadinanza» del quartiere: qui, dice, si lavora sul gruppo prima ancora che sulla provenienza, un lavoro che, secondo lui, non si può mai dare per scontato, né a scuola né altrove. È lui a offrire anche una riflessione amara sulla vicenda di Fakir: quando succede qualcosa in un quartiere come il Pilastro, dice, scatta quasi un destino che si autoavvera, un’attenzione mediatica che rinforza uno stigma che il quartiere non ha scelto.


Sono soprattutto le donne marocchine, ad aver segnato negli ultimi vent’anni un cambiamento reale: lavorano più di prima, spesso nel terzo settore o nei servizi, guidano più di prima, e insieme al lavoro e alla famiglia trovano spazio per il volontariato nel quartiere. Sono donne che gestiscono contemporaneamente tanti figli, tante situazioni, il lavoro e la vita sociale. Lontane, dicono chi le osserva da scuola, dall’immagine di un tempo della donna che resta a casa mentre il marito lavora.
Raja, marocchina, 55 anni, arrivata in Italia nel 2000 e al Pilastro per un decennio prima di trasferirsi in un altro comune, di questa evoluzione è testimone diretta: lavora nella stessa azienda da 23 anni, dopo aver iniziato come babysitter, i primi anni in Italia, senza parlare una parola d’italiano. Della sera dell’aza per Fakir spiega il comportamento delle donne che, pur non conoscendo tutti, hanno accolto e abbracciato tutti e invitato i passanti a sedersi. «Fa parte della nostra cultura religiosa», dice Raja, «che ti obbliga a essere una persona per bene».
I nuovi italiani si rifanno una vita altrove
Ma Raja racconta anche che la maggior parte delle sue amiche marocchine, coetanee, arrivate in Italia negli stessi anni, se ne sono andate: Francia, Spagna, dove il lavoro è meno precario e la vita costa meno. Hanno portato via anche i figli, nati o cresciuti in Italia, che spesso non vogliono più tornare. È una generazione di «nuovi italiani», per usare le sue parole, che sceglie comunque di rifarsi altrove una vita.
«Il Pilastro», riassume Raja citando un’amica, «è fatto per i vecchi o per i bimbi. Chi ha figli piccoli, quando diventano adolescenti, li deve portare via». È un’osservazione che rovescia, in parte, l’immagine di un quartiere che tiene insieme le generazioni: le tiene insieme finché sono bambini o finché sono anziani, dice Raja, mentre chi è nel mezzo, ventenni, trentenni, quarantenni, spesso sceglie di andarsene.
La sera dell’aza, centinaia di persone della comunità marocchina, molte delle quali non conoscevano Fakir, sono arrivate solo per portare un piatto di cous cous e restare vicino a una famiglia in lutto. È la stessa capacità di fare spazio, di stare insieme, di non lasciare nessuno solo, che l’urbanistica del Pilastro ha reso possibile fin dagli anni Sessanta. Che quella capacità regga ancora, in un quartiere dove la generazione di mezzo sceglie sempre più spesso di andarsene altrove, da qualsiasi altrove provenga, è forse la domanda che ci si deve porre per comprendere meglio chi arriva, chi resta e chi parte.
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Anna Spena
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