Non è ancora in azione, ma l’impianto operativo – e soprattutto i soldi, 1 milione di euro – ci sono tutti. L’Olanda lavora da tempo al sistema degli hub come luogo di “ricezione” – la società civile la chiama “deportazione”, di certo non è un “ritorno”, visto che non si tratta di paesi di origine o transito – delle persone migranti. E l’Uganda, nell’entroterra dell’Africa orientale, tra paesaggi incredibilmente rigogliosi e immense strade di fango rosso, è il primo paese prescelto.
Su Kampala, ma anche Ruanda e Ghana come “return hub” ha accelerato in questi giorni l’esecutivo di Giorgia Meloni, sulla scia delle immagini arrivate da Ceuta. L’Italia è al lavoro sull’apertura già nel 2027 di questi hub. E non più sola, come lo era per i costosi centri in Albania. Il commissario Ue alla Migrazione, Magnus Brunner, definisce “legittimo” il percorso di Olanda, Danimarca, Germania, Grecia, Austria e appunto Italia: incerto a livello operativo e legale, è però, dice, una sperimentazione necessaria. Sui soldi, vero nodo, si vedrà: con i negoziati politici sul prossimo Quadro finanziario pluriennale 2028-2034.
Opacità
È il settembre 2025 quando, a margine dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, il governo olandese firma una “Lettera d’intenti” con l’Uganda per l’istituzione di un “hub di rimpatrio”. La proposta risale a un anno prima, nell’ottobre 2024, con l’allora ministra del commercio estero e della cooperazione allo sviluppo del Regno dei Paesi Bassi Reinette Klever: prevede il trasferimento di richiedenti asilo che si vedano respingere la domanda di asilo, in particolare provenienti dalla regione dell’Africa orientale, in un centro in Uganda dove dovrebbero poi attendere il “rimpatrio indipendente” verso i paesi d’origine.
Il governo dell’Aia si rifiuta di rendere pubblico il testo della lettera, sostenendo che la diffusione danneggerebbe le relazioni diplomatiche. Qualche dettaglio emerge dalle richieste di accesso agli atti fatte dalla società civile. «Alcuni documenti che abbiamo ottenuto rivelano che i funzionari governativi hanno espresso forti dubbi sulla fattibilità legale», racconta a VITA Sofie Croonenberg, Migration Advisor di Stichting Vluchteling, la Netherlands Refugee Foundation attiva dal 1976. «Emergono timori di violazioni della Convenzione Europea dei Diritti umani e del divieto di refoulement». Emerge anche quel 1 milione di euro che il ministero dell’Asilo e della Migrazione stanzierà per l’attuazione. E la procedura di rimpatrio sembra essere già stata definita, ricostruisce ancora Croonenberg: il dipartimento per il Turismo e la Vigilanza seleziona i casi e l’Agenzia Nazionale per l’Informazione emette una decisione di rimpatrio supplementare relativa all’Uganda e ascolta le obiezioni del cittadino o della cittadina straniera attraverso il centro di transito. «Non è certo in quanti casi il rimpatrio nel paese di origine avrà successo», si legge nelle note interne. E il monitoraggio? Da elaborare. L’accordo di coalizione del gennaio 2026 ha messo il piano ufficialmente “in sospeso”. Ma la porta in Europa, ancor più dopo Ceuta, sembra aperta.
Il modello Trump
Oltreoceano d’altro canto la “via” di Donald Trump alla lotta alle migrazioni è sempre più “ricca” di accordi con altri Paesi: almeno una quarantina ormai, racconta a Vita Yael Schacher che con Refugees International si occupa di monitorare quella che è stata definita la “Deportation Diplomacy” dell’amministrazione guidata dal tycoon. L’Asylum Cooperative Agreement (ACA) firmato da Washington con l’Uganda compie proprio in questi giorni un anno: è del luglio 2025. I e le richiedenti asilo sul territorio americano possono vedere la loro domanda “terminata” d’ufficio per essere inviati a cercare “protezione” nel Paese africano. A differenza dell’accordo olandese, quello statunitense è operativo. Con numeri che però raccontano qualcos’altro: tra dicembre 2025 e giugno 2026, 2.700 persone hanno visto i propri casi di asilo chiusi con destinazione Uganda. «Ma solo otto persone sono state effettivamente deportate nell’aprile 2026», racconta Schacher. «L’obiettivo non sembra essere il trasferimento di massa, ma la creazione di un ‘clima di paura’ che spinga le persone alla ‘auto-deportazione’ sotto la minaccia di essere spediti in un Paese totalmente estraneo». Delle otto persone portate a Kampala ad aprile, due avrebbero effettivamente chiesto e ottenuto asilo nel paese, una se l’è visto rifiutare, le altre sarebbero tornate nei loro paesi di origine.
In Uganda, il sistema d’asilo è al collasso, con tagli massicci ai fondi internazionali. Che avrebbero colpito anche l’Unhcr, riducendo la sua capacità di supportare le autorità locali nella gestione delle domande d’asilo, con il risultato dell’accumulo di enormi arretrati. L’hub di rimpatrio “rischia di diventare una “stazione di transito” priva di tutele, dove le persone sono vulnerabili al traffico di esseri umani o a ritorni forzati verso i pericoli da cui erano fuggite”. La Law Society ha impugnato l’accordo con gli Usa davanti alle corti nazionali, definendo il processo di deportazione “deumanizzante”.
Un pericolo concreto è il “chain refoulement”, ovvero il respingimento a catena, per chi viene inviato nei paesi con cui l’amministrazione Trump sta facendo accordi. “Sappiamo già di persone inviate dagli Stati Uniti in Ghana e successivamente “scaricate” in Togo, senza alcuna garanzia legale”, dice Yael Schacher.
Uganda: un rifugio non sicuro
La stabilità di un Paese come l’Uganda, “non libero” secondo la classificazione di Freedom House, viene raccontata dal fatto che da oltre 40 anni qui ci sia un solo presidente: Yoweri Museveni, 81 anni, che a gennaio scorso ha “vinto” il suo settimo mandato tra violenze e accuse di brogli. Il leader dell’opposizione, Bobi Wine, è stato posto sotto assedio militare, la poca stampa di opposizione messa nelle condizioni di non lavorare in parlamento, e il mondo dell’attivismo e della difesa dei diritti umani è destinatario di arresti e torture.
L’Uganda ospita circa 2 milioni di rifugiati. Ma la sua situazione interna è fatta di povertà, violazione dei diritti umani, una delle leggi anti-LGBTQ+ più severe al mondo, che prevede la pena di morte per “omosessualità aggravata”. Matrimoni precoci e gravidanze infantili costituiscono, soprattutto in alcune aree, la punta dell’iceberg di una società dove la violenza di genere è ancora tutta da estirpare. Nel 2023 gli stessi Paesi Bassi avevano tagliato i fondi per la cooperazione allo sviluppo proprio a causa delle violazioni dei diritti civili. “Inviare persone vulnerabili in un Paese dove rischiano l’ergastolo o la morte per il proprio orientamento sessuale rappresenta”, secondo Amnesty International, “una violazione diretta degli obblighi internazionali”.
Il presidente dell’Uganda Yoweri Museveni, 81 anni, a sinistra, si trova all’interno di una cabina di vetro mentre passa in rassegna la guardia d’onore durante la cerimonia di insediamento per il suo settimo mandato quinquennale consecutivo, a Kampala, martedì 12 maggio 2026. (Foto AP/Hajarah Nalwadda/LaPresse)
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Anna Spena
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