Ecco perché il mancato assegno dei target aziendali non basta per il risarcimento e come provare il diritto al premio per perdita di chance.
Nel mondo del lavoro moderno, i sistemi di incentivazione rappresentano uno strumento fondamentale per motivare il personale. Molti contratti prevedono infatti un premio economico al raggiungimento di determinati traguardi. Tuttavia, capita spesso che la direzione dimentichi o eviti di comunicare i parametri precisi da raggiungere. In questi casi, il dipendente prova un senso di frustrazione e si interroga sui propri diritti: cosa fare se l’azienda non assegna gli obiettivi per il premio? La questione non è solo di principio, ma ha risvolti economici concreti. Molti lavoratori ritengono che il semplice silenzio dell’azienda basti a far scattare un risarcimento automatico. La realtà giuridica è però più complessa. Non basta infatti dimostrare che il capo ha sbagliato a non dare le direttive. Serve qualcosa di più solido per convincere un giudice a condannare la società al pagamento di una somma di denaro per il mancato guadagno. La legge richiede che il dipendente fornisca una prova concreta della sua capacità di vincere la sfida, anche se quella sfida non è mai stata ufficialmente lanciata dal datore di lavoro.
L’azienda ha l’obbligo di fissare i traguardi per i dipendenti?
La struttura di molti rapporti di lavoro subordinato prevede una parte della retribuzione legata ai risultati. Questa componente prende spesso il nome di premio annuo o incentivo di performance. Quando esiste un accordo sindacale che impone al datore di lavoro di stabilire obiettivi individuali, nasce un vero e proprio obbligo giuridico. L’azienda non può decidere arbitrariamente di ignorare questa disposizione. La fissazione degli obiettivi serve a rendere trasparente il percorso di crescita e a permettere al lavoratore di orientare i propri sforzi verso i risultati attesi dalla proprietà.
Se il datore di lavoro non comunica questi parametri per una o più annualità, commette un inadempimento datoriale. Si tratta di una violazione degli impegni presi in sede di contrattazione. Tuttavia, questo errore della società non si trasforma automaticamente in un debito da saldare nei confronti del dipendente. L’obbligo di assegnare gli obiettivi è infatti strumentale al raggiungimento del risultato. Se il datore fallisce in questo compito, il lavoratore ha certamente ragione a lamentarsi, ma per ottenere i soldi deve dimostrare che quel silenzio gli ha causato un danno reale e misurabile. In altre parole, deve provare che, se avesse conosciuto i traguardi, sarebbe stato in grado di tagliarli.
Basta il solo inadempimento per chiedere i danni al datore?
Molti ricorsi legali falliscono perché si fondano esclusivamente sulla prova che l’azienda è stata pigra o inadempiente. Il ragionamento che molti seguono è semplice: “Non mi hai dato gli obiettivi, quindi mi hai impedito di prendere il premio, perciò ora mi devi pagare una somma equivalente”. La giurisprudenza però respinge questa logica automatica. Il risarcimento del danno non è una punizione per chi sbaglia, ma una riparazione per chi subisce una perdita economica ingiusta. Per i giudici, il semplice fatto che gli obiettivi manchino non garantisce che il dipendente li avrebbe raggiunti se fossero stati presenti.
Per ottenere un ristoro, il personale deve agire invocando la figura giuridica della perdita di chance. Questo concetto si applica quando un comportamento scorretto della controparte priva qualcuno della possibilità di ottenere un vantaggio futuro. Ma attenzione: la chance non è una speranza vaga, deve essere una probabilità concreta. Se un dipendente non spiega in che modo la sua attività quotidiana e le sue capacità professionali lo avrebbero portato al successo, la sua domanda viene respinta. Il datore di lavoro può anche essere in torto marcio per non aver rispettato l’accordo sindacale, ma se il lavoratore non dimostra il proprio potenziale, non riceverà alcun risarcimento.
Che cos’è la perdita di chance nel rapporto di lavoro?
La perdita di chance consiste nella privazione della possibilità di conseguire un risultato favorevole. Nel caso dei premi aziendali, il danno non è la perdita del premio in sé (che non è mai entrato nel patrimonio del lavoratore), ma la distruzione della possibilità di vincerlo. Per quantificare questo danno, si guarda alla percentuale di probabilità di successo che il dipendente aveva prima che l’azienda decidesse di non assegnare gli obiettivi. È un calcolo che non si basa sulla certezza, ma sulla verosimiglianza dei fatti.
Facciamo un esempio pratico per chiarire il concetto. Immaginiamo un venditore che negli ultimi cinque anni ha sempre superato i target di vendita con una media del venti per cento. Se l’azienda, per il sesto anno, decide di non comunicargli alcun obiettivo, il venditore può sostenere di aver perso una chance. La sua storia professionale parla per lui: è molto probabile che avrebbe raggiunto anche i nuovi obiettivi. Al contrario, un dipendente che ha sempre faticato a raggiungere il minimo della performance avrà molta più difficoltà a dimostrare che, per quell’anno specifico, sarebbe stato in grado di ottenere il premio. La chance deve essere reale e non meramente ipotetica. Senza questa dimostrazione, il ricorso viene dichiarato infondato.
Come si dimostra la possibilità di raggiungere un obiettivo?
Il lavoratore che intende fare causa deve preparare una difesa molto dettagliata. Non può limitarsi a citare il contratto collettivo o l’accordo integrativo. Deve invece ricostruire la propria vita professionale all’interno dell’ufficio o del reparto. Per convincere un tribunale, è necessario allegare circostanze specifiche che rendano credibile il raggiungimento del risultato. Queste informazioni servono al giudice per capire se il premio sarebbe stato alla portata dell’interessato o se sarebbe rimasto un miraggio indipendentemente dal comportamento dell’azienda.
Gli elementi che il dipendente deve allegare riguardano solitamente:
- le modalità lavorative effettivamente adottate durante il periodo contestato;
- la tipologia dell’incarico svolto e le responsabilità assegnate;
- le proprie caratteristiche professionali e il curriculum interno;
- i risultati di performance ottenuti a livello aziendale complessivo;
- la coerenza tra le mansioni e i possibili obiettivi che l’azienda avrebbe potuto fissare:
- la prova che la struttura organizzativa permetteva il raggiungimento di tali vette.
Senza queste deduzioni, la pretesa risarcitoria resta vuota. Il tribunale non può integrare di propria iniziativa le mancanze del lavoratore. Se il dipendente non spiega perché sarebbe stato un “vincitore”, il giudice non può presumere che lo sarebbe stato. La verifica datoriale dei risultati è un passaggio necessario, ma se mancano i parametri di riferimento, il dipendente deve essere in grado di proporre dei parametri alternativi basati sulla logica e sulla storia passata del rapporto.
Quali sono i criteri della Cassazione per negare il risarcimento?
La Suprema Corte ha affrontato il tema confermando un orientamento molto rigoroso. In una recente ordinanza (Cassazione n. 1235/2026), gli Ermellini hanno analizzato il caso di alcuni dipendenti che avevano chiesto i danni per due anni consecutivi di mancata assegnazione degli obiettivi. La Corte ha stabilito che la domanda è inammissibile se il ricorso si fonda solo sull’errore del datore di lavoro. La decisione sottolinea che i lavoratori hanno l’onere di dimostrare la propria idoneità a raggiungere i traguardi.
Secondo i giudici di legittimità, per ottenere il denaro è necessario che il personale fornisca elementi per valutare:
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la natura dei compiti svolti quotidianamente;
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la qualità del lavoro prestato;
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la capacità di incidere sui risultati dell’azienda.
Se il dipendente non allega nulla su questi punti, la causa è persa in partenza. La Cassazione ricorda che il risarcimento per perdita di chance richiede una prova specifica della probabilità di successo. Non si può condannare un’azienda a pagare un premio solo perché non ha fissato i target, se non è chiaro se quei target fossero realisticamente raggiungibili da quel particolare lavoratore. Il principio è chiaro: l’inadempimento del capo è una condizione necessaria per iniziare la causa, ma non è sufficiente per vincerla. Serve sempre la prova del merito professionale e della fattibilità del risultato.
Quale ruolo ha la performance aziendale nel calcolo del premio?
Un altro elemento spesso ignorato dai lavoratori è il legame tra il premio individuale e la salute economica della società. In molti accordi sindacali, il premio annuo viene erogato solo se, oltre agli obiettivi del singolo, vengono raggiunti anche gli obiettivi di performance prefissati a livello generale. Questo significa che il dipendente deve dimostrare due cose: che lui sarebbe stato bravo e che l’azienda è andata bene. Se l’azienda è in perdita o non ha raggiunto i suoi target collettivi, il premio non sarebbe scattato comunque, anche in presenza di obiettivi individuali chiarissimi.
Il lavoratore deve quindi dedurre informazioni anche sullo stato dell’impresa. Se il bilancio aziendale è positivo e i parametri di performance collettiva sono stati centrati, la chance di ottenere il premio individuale diventa più forte. Se invece l’intero sistema degli incentivi è bloccato per motivi economici globali della società, la mancata assegnazione degli obiettivi individuali non sposta l’equilibrio: il danno non esiste perché il premio sarebbe rimasto un miraggio per tutti. Questa analisi analitica è ciò che i giudici chiamano verifica della possibilità effettiva. Senza questo sguardo d’insieme, la richiesta di risarcimento viene percepita come una pretesa ingiustificata che non trova riscontro nella realtà operativa della fabbrica o dell’ufficio. La prudenza suggerisce quindi di valutare sempre il contesto prima di avviare un’azione legale complessa e rischiosa.
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Angelo Greco
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