Fabio Mirabella: “Ogni alunno può avere il suo dieci”. La valutazione non è una media aritmetica, ma il riconoscimento di un percorso di crescita


Le riflessioni del professor Fabio Mirabella, docente “illuminato” dell’Istituto Tecnico “Girolamo Caruso” di Alcamo, guidato dal dirigente scolastico prof.ssa Vincenza Mione, aprono una discussione di grande attualità sul significato della valutazione scolastica. Gli studenti non possono essere ridotti a numeri, medie o classifiche: ciascuno è portatore di una storia unica e di un personale cammino di maturazione. Attraverso il contributo di Mirabella, le considerazioni del dirigente scolastico Vincenzo Caico e il ricordo dell’insegnante Michela Di Gaetano Fundarò, emerge una visione della scuola fondata sulla personalizzazione, sull’autostima e sulla responsabilità educativa del docente.

Le parole del professor Fabio Mirabella meritano di essere ascoltate con attenzione, perché nascono dall’esperienza quotidiana di chi vive la scuola non come un luogo di mera trasmissione del sapere, ma come una comunità nella quale si formano persone.

«Gli alunni non sono un numero. Ogni essere umano è unico, irripetibile e meraviglioso». In questa affermazione è racchiusa una filosofia educativa che dovrebbe orientare ogni scelta didattica e valutativa.

Per troppo tempo il dibattito scolastico si è concentrato sulla ricerca di formule, medie aritmetiche, algoritmi e procedure capaci di trasformare la complessità dell’apprendimento in un semplice dato numerico. Ma la crescita di uno studente non può essere compressa dentro un calcolo matematico.

Il voto racconta un percorso, non definisce una persona

Uno dei passaggi più significativi della riflessione di Fabio Mirabella riguarda il significato stesso del voto.

«Dico sempre ai miei alunni che, per me, il voto definisce un percorso perché ognuno può essere un dieci».

È una frase che invita a superare una concezione selettiva della valutazione. Il dieci non rappresenta un privilegio destinato a pochi eletti, ma può diventare il riconoscimento del massimo livello di crescita raggiunto da uno studente rispetto alle proprie potenzialità.

Lo stesso Fabio Mirabella ricorda di avere accompagnato agli esami di Stato dodici studenti con il massimo dei voti nella propria disciplina. C’è chi potrebbe ritenere insolito un numero così elevato di eccellenze. Eppure la questione centrale non è questa.

La vera domanda è un’altra: che importanza ha stabilire chi meritasse quel risultato più di un altro, se ciascuno di quei ragazzi aveva raggiunto il proprio personale traguardo, il proprio livello massimo di maturazione, il proprio dieci?

In una scuola autenticamente inclusiva il confronto decisivo non è quello con il compagno di banco, ma con sé stessi e con il proprio percorso di crescita.

La valutazione non coincide con una media aritmetica

Persistono ancora pratiche e convinzioni secondo cui il voto finale dovrebbe essere il risultato automatico della media matematica delle verifiche svolte durante l’anno.

Una simile impostazione rischia però di impoverire il significato pedagogico della valutazione.

Valutare significa osservare l’evoluzione dello studente, coglierne i progressi, apprezzarne l’impegno, analizzare la partecipazione, la capacità di recuperare difficoltà iniziali, la maturazione delle competenze e il livello di autonomia raggiunto.

La scuola non è un laboratorio statistico. È un ambiente educativo nel quale il docente esercita una responsabilità professionale che richiede discernimento, equilibrio e capacità di leggere il percorso nella sua interezza.

Ridurre tutto a una media significa dimenticare che dietro ogni voto esiste una persona.

Le parole del dirigente Vincenzo Caico

Particolarmente significative appaiono le riflessioni del dirigente scolastico Vincenzo Caico, che sintetizzano con efficacia la funzione educativa della valutazione.

Secondo Vincenzo Caico, il compito di docenti e dirigenti è far comprendere che un alunno non è una media e che la scuola non è il luogo nel quale costruire classifiche o eseguire semplici operazioni aritmetiche. Al contrario, essa deve essere lo spazio in cui si costruiscono percorsi credibili e personalizzati, si alimentano sogni, si offre speranza e si aiuta ogni ragazzo a immaginare il proprio futuro.

È una prospettiva che dialoga perfettamente con il pensiero di Fabio Mirabella e che richiama il principio costituzionale di una scuola chiamata a promuovere il pieno sviluppo della persona.

L’autostima come primo obiettivo educativo

Tra i passaggi più intensi della riflessione di Fabio Mirabella emerge il tema dell’autostima.

Ogni studente ha bisogno di sentirsi riconosciuto nelle proprie possibilità. Il docente, forse più di qualunque altra figura adulta, può contribuire a costruire o a distruggere quella fiducia che accompagna una persona per tutta la vita.

Una parola di incoraggiamento può cambiare una storia. Una valutazione vissuta come etichetta definitiva può invece generare insicurezza e rinuncia.

Per questo motivo la scuola dovrebbe interrogarsi continuamente non soltanto su ciò che insegna, ma anche sul modo in cui comunica agli studenti il senso del loro valore.

Una lezione che viene da lontano

Dietro il pensiero di Fabio Mirabella si coglie anche una tradizione culturale importante, rappresentata dalla figura del padre Gaspare Mirabella, storico, saggista e pedagogista, che ha contribuito a diffondere una concezione della cultura come strumento di crescita umana prima ancora che intellettuale.

L’idea che la persona venga prima del numero sembra attraversare idealmente questa eredità e ritrovarsi oggi nelle parole del figlio, che pone al centro della propria azione educativa la dignità dello studente.

Un ricordo personale che continua a guidare il mio insegnamento

Le considerazioni di Fabio Mirabella richiamano alla memoria un episodio che ha segnato il mio ingresso nella professione docente.

Era il 12 ottobre 1991. Stavo per entrare in classe per la prima volta dopo aver vinto il concorso ordinario. L’emozione era fortissima.

Poco prima dell’inizio delle lezioni, mia madre, Michela Di Gaetano Fundarò, che era docente molto apprezzata, mi disse che quella dell’insegnante (che deve lasciare un segno indelebile e positivo nella vita dei suoi alunni) è una professione seria, che impone di aggiornarsi continuamente, di comprendere i cambiamenti della società e di adattare il proprio insegnamento alle nuove generazioni senza pretendere che siano uguali a quelle precedenti.

Infine pronunciò una frase che è rimasta impressa nella mia memoria: «Antonio, ricordati che ciascun alunno deve poter avere il suo dieci».

Quelle parole, ancora oggi, rappresentano una bussola professionale. Perché il compito dell’insegnante non consiste nel distribuire privilegi, ma nel creare le condizioni affinché ogni studente possa esprimere pienamente il proprio potenziale.

La scuola che guarda le persone costruisce il futuro

Le riflessioni di Fabio Mirabella offrono uno spunto prezioso per ripensare il significato della valutazione nella scuola italiana.

Valutare non significa semplificare la complessità di una persona in un numero. Significa accompagnare un percorso, riconoscere una crescita, valorizzare un cambiamento, sostenere una conquista.

Ogni studente possiede tempi, talenti, fragilità e aspirazioni differenti. La vera equità non consiste nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel mettere ciascuno nelle condizioni di raggiungere il meglio di sé.

Forse è proprio questa la lezione più importante consegnata dalle parole di Fabio Mirabella: la scuola non è chiamata a stabilire chi valga di più, ma a fare in modo che ogni ragazzo possa scoprire il proprio valore.

E quando ciò accade, il dieci non è semplicemente un voto. Diventa il simbolo di un cammino, di una fiducia conquistata e di una persona che ha imparato a credere nelle proprie possibilità.


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 Antonio Fundarò

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