Progettare o riqualificare spazi abitativi al fine di mantenere le temperature confortevoli, senza però dipendere da apparecchi particolarmente energivori, rappresenta oggi una priorità diffusa. Ma cosa si intende per raffrescamento passivo degli edifici? In linea generale, si tratta dell’insieme degli approcci architettonici e bioclimatici volti a diminuire la temperatura degli spazi chiusi, senza però impiegare condizionatori elettrici o pompe di calore. Sfruttando l’interazione dell’edificio con l’ambiente circostante, si può infatti limitare l’ingresso in casa del calore e favorire la dispersione termica, spesso con un dimezzamento dei consumi.
Che cos’è la climatizzazione passiva
La climatizzazione naturale degli edifici, conosciuta più semplicemente come raffrescamento passivo, è un approccio costruttivo nato per favorire il comfort termico estivo, avvalendosi solamente delle dinamiche ambientali e fisiche del clima. In altre parole, anziché avvalersi di apparecchi elettrici – come condizionatori o pompe di calore – per raffreddare gli spazi abitativi, si assecondano i flussi d’aria naturali e si studia la posizione dei raggi solari.
Ideale per le nuove costruzioni, ma adattabile anche alle ristrutturazioni, questa filosofia architettonica si sposa perfettamente con i dettami della recente Direttiva Europea “Case Green”, che promuove la riduzione dei consumi energetici per gli immobili del Vecchio Continente.
Il raffrescamento passivo degli edifici in zone a clima temperato si sta rivelando particolarmente efficace e, fra le tecniche di punta impiegate, si elencano:
- la schermatura radiante preventiva, con la massimizzazione della riflessione della radiazione solare, affinché non penetri all’interno dell’edificio;
- la regolazione igrometrica naturale, grazie all’impiego di tecniche di bioedilizia e materiali come argilla e canapa, che favoriscono l’assorbimento dell’umidità in eccesso, migliorando la percezione di fresco;
- lo sfruttamento dell’albedo, con una certosina progettazione verde attorno all’edificio e la scelta di pavimentazioni chiare, che riducono l’effetto isola di calore, garantendo ambienti più confortevoli;
- l’orientamento dell’edificio e la convezione naturale dell’aria, sia per ridurre l’irrorazione solare che per favorire la dispersione termica verso l’esterno.
La differenza tra raffrescamento passivo e attivo
Per comprendere al meglio le peculiarità delle tecniche di climatizzazione naturale, è indispensabile coglierne le differenze con i sistemi attivi attualmente molto diffusi:
- il raffrescamento passivo privilegia la prevenzione e la dissipazione naturale del calore, sfruttando l’orientamento dell’edificio e tecniche costruttive che minimizzano l’irrorazione solare, al fine di raffreddare gli ambienti senza consumi di elettricità;
- il raffrescamento attivo si basa invece su elettrodomestici e apparecchi che raffreddano l’aria interna in modo forzato. Per quanto molto efficaci, presentano consumi energetici elevati.
Che cos’è un sistema di raffrescamento passivo
Entrando maggiormente nel dettaglio, è utile comprendere gli elementi e le modalità di funzionamento dei sistemi di raffrescamento passivo.
Le configurazioni delle soluzioni di raffrescamento passivo della casa possono variare enormemente, a seconda dell’orientamento dell’edificio, della sua irrorazione solare media e del luogo in cui sorge. Tuttavia, di solito gli elementi funzionali che caratterizzano questo approccio comprendono:
- camini solari e torri di ventilazione, ovvero strutture verticali che estraggono l’aria calda dalle parti alte dell’abitazione, attirando invece aria fresca dal basso, sfruttando la differenza di densità e pressione, nonché la convezione naturale;
- masse termiche di accumulo, cioè murature massive – pietra, cemento o laterizio pieno – che aiutano a trattenere il calore di picco durante il giorno, per rilasciarlo lentamente durante la notte;
- sistemi di ventilazione incrociata, con la disposizione strategica di porte e finestre, spesso su fronti opposti, per favorire le correnti orizzontali e la dispersione del calore interno verso l’esterno;
- barriere architettoniche solari, come aggetti, pergolati e schermature che bloccano i raggi diretti del sole durante l’estate, favorendo invece l’irradiazione durante l’inverno.
Fondamentale è anche l’impiego di materiali isolanti, come ad esempio soluzioni di bioedilizia in canapa, argilla, paglia, fibra di legno, sughero o fibra di cellulosa per isolare pareti e tetti, così come vernici naturali riflettenti, vetrate frangicaldo a triplo strato e molto altro ancora.
Come funziona il raffrescamento passivo geotermico
Proprio poiché non esiste una configurazione unica dei sistemi che si avvalgono di elementi naturali per raffreddare la casa, è utile soffermarsi su una delle frontiere più interessanti di questa disciplina costruttiva e architettonica: il raffrescamento geotermico passivo.
Questa tecnica si basa su un assunto di fondo, derivato dalla termodinamica: in profondità, il terreno mantiene una temperatura di circa 12-15 gradi, costante per tutto l’anno. In estrema sintesi, grazie a una rete di tubature, un circuito scambia calore con il sottosuolo, facendo poi circolare dell’acqua in pannelli radianti da pavimento o da soffitto. La differenza termica con gli ambienti interni permette di catturare il calore, per poi smaltirlo a terra.
I vantaggi di queste tecnologie sono innumerevoli, fra i più importanti è utile citare:
- l’esclusione del ciclo frigorifero, tipico dei classici condizionatori a compressore, con evidenti riduzioni in termini di energia consumata;
- la possibilità di sfruttare il sistema anche nei mesi invernali, con un processo inverso, ovvero il trasferimento del calore nel terreno agli ambienti interni della casa.
È però necessario sottolineare che, quando si parla di raffrescamento geotermico, spesso ci si riferisce a soluzioni ibride di free cooling. A differenza dei sistemi completamente passivi, questa tecnologia può comunque includere il ricorso a dispositivi elettrici, come pompe di calore o strumenti di ventilazione meccanica controllata. In ogni caso, l’effettiva richiesta energetica è molto ridotta rispetto a un classico impianto di condizionamento estivo o invernale.
II raffrescamento passivo nelle nuove costruzioni
Le tecniche di raffrescamento passivo sono sempre più sfruttate per le nuove costruzioni, sia perché l’edificazione parte da zero, sia perché il quadro normativo nazionale, in linea con la Direttiva EPBD e con l’aggiornamento del D.M. 28 ottobre 2025 – ovvero, il D.M. Requisiti Minimi – spinge verso standard NZEB e ZEB. In parole più semplici, le nuove costruzioni dovranno essere progressivamente sempre più a emissioni zero.
A questo scopo, le tecnologie passive di raffreddamento si rivelano molto utili, ad esempio con:
- la progettazione bioclimatica, che tenga conto dell’orientamento ottimale dell’edificio, nonché di forme e volumetrie che facilitino lo scambio naturale del calore;
- la scelta di materiali con elevata inerzia termica o particolarmente isolanti;
- l’integrazione di fonti rinnovabili sia per la produzione di energia che di acqua calda sanitaria, al fine di abbattere i consumi energetici, ad esempio quelli relativi a ventilazione e schermature;
- il ricorso a tetti riflettenti, manti vegetali, vetrate rinforzate e intercapedini isolanti, per proteggere il più possibile gli spazi interni da quelli esterni.
Si può sfruttare il raffreddamento passivo in un edificio già esistente?
Infine, è utile sapere se il raffrescamento passivo possa essere applicato anche a edifici già esistenti, ad esempio con interventi di ristrutturazione. A discapito delle credenze comuni, le principali tecniche passive possono trovare applicazione anche su immobili non di recente costruzione, con delle performance del tutto analoghe al nuovo.
I cosiddetti interventi di retrofitting, peraltro consigliati anche dal Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC), correggono infatti carenze strutturali degli immobili, senza stravolgerne l’aspetto o alterarne la stabilità. Ad esempio, si può procedere:
- all’applicazione di pellicole basso-emissive o di vernici naturali riflettenti su pareti, vetri e altri elementi dell’edificio, per aumentare la rifrazione solare;
- alla creazione di pareti ventilate esterne, spesso abbinate a cappotti termici, per disperdere rapidamente il calore accumulato sulle facciate;
- alla conversione di lastrici solari inutilizzati in tetti verdi, intensivi o estensivi, che fungano da scudo termico e da regolatori dell’umidità;
- alla predisposizione di impianti geotermici, spesso allacciabili ai sistemi di raffrescamento e riscaldamento interno già esistenti.
Le soluzioni effettivamente implementabili variano a seconda della tipologia dell’immobile, delle sue caratteristiche costruttive e della posizione, da valutare con l’aiuto di tecnici qualificati.
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Marco Grigis
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