Il 2025 conferma che le imprese italiane hanno ormai archiviato la fase della crescita sostenuta seguita alla ripresa post-pandemia e si confrontano con uno scenario più complesso, caratterizzato da una domanda meno dinamica, margini sotto pressione e una redditività in progressivo ridimensionamento. È la fotografia scattata dall’Osservatorio Bilanci 2025 di Cerved, che ha analizzato i primi 180 mila bilanci depositati dalle società di capitali italiane entro giugno 2026, un campione che rappresenta il 38% del valore aggiunto nazionale. I dati restituiscono un quadro fatto di luci e ombre: da una parte rallentano crescita e profitti, dall’altra le imprese continuano a rafforzare la propria struttura finanziaria, riducendo il peso del debito e aumentando la patrimonializzazione.
Il rallentamento emerge già dall’andamento dei ricavi. Dopo il +2,4% registrato nel 2024, nel 2025 il fatturato cresce soltanto dell’1,7%, con una frenata di 0,7 punti percentuali. Una dinamica che riflette il progressivo raffreddamento dell’economia italiana e internazionale, ma anche la normalizzazione dei prezzi dopo gli anni segnati dalle forti tensioni inflazionistiche.
La diminuzione del costo delle materie prime, tornate su livelli più vicini alla normalità dopo i picchi registrati tra il 2022 e il 2023, ha consentito comunque alle aziende di incrementare il valore aggiunto del 3,7%. Si tratta però di una crescita decisamente inferiore rispetto al +5,6% osservato nel 2024, segnale che il beneficio derivante dalla riduzione dei costi industriali non è stato sufficiente a compensare il rallentamento dei ricavi e l’aumento di altre componenti di spesa.
Uno degli aspetti più significativi evidenziati dall’analisi riguarda la distribuzione della crescita. Il 43,9% delle imprese italiane non è riuscito ad aumentare il proprio fatturato nel corso del 2025, una quota cresciuta dell’8,7% rispetto al 2023. Parallelamente diminuisce in modo netto il numero delle aziende capaci di registrare incrementi a doppia cifra del giro d’affari: erano oltre il 45% nel 2023, mentre nel 2025 scendono al 32,7%. La polarizzazione del sistema produttivo appare quindi sempre più marcata, con una fascia crescente di imprese che fatica a mantenere ritmi di sviluppo soddisfacenti.
Nemmeno il calo del costo delle materie prime è riuscito a tradursi in un miglioramento dei margini. Secondo Cerved, la principale ragione è rappresentata dall’aumento dell’occupazione, che ha comportato un incremento del costo del lavoro. Nel 2025 gli occupati sono aumentati di circa 185 mila unità rispetto all’anno precedente, pari a una crescita dello 0,8%, portando il numero complessivo dei lavoratori stabili a 24 milioni e 121 mila persone. All’interno del campione analizzato l’incremento è stato di circa 20 mila addetti, corrispondente a un aumento dello 0,7%.
Il risultato è un progressivo indebolimento della marginalità. Cresce infatti la quota di imprese con un Margine Operativo Lordo negativo, cioè con costi operativi superiori ai ricavi. Nel 2023 rappresentavano il 13% del totale, mentre nel 2025 raggiungono il 15,5%, confermando un deterioramento costante nel corso dell’ultimo triennio.
Le grandi imprese mostrano una migliore capacità di difendere i margini rispetto alle aziende di dimensioni inferiori, ma continuano a presentare livelli assoluti di EBITDA Margin inferiori. Nel 2025 il margine operativo lordo delle grandi aziende si attesta all’8%, contro l’8,8% delle piccole imprese e il 9,4% delle microimprese.
Guardando ai singoli comparti, il settore energetico continua a distinguersi come quello con la marginalità più elevata, raggiungendo un EBITDA Margin del 25,3%, in lieve miglioramento rispetto sia al 2023 sia al 2024. Tutti gli altri macrosettori registrano invece una riduzione dei margini, con le costruzioni che evidenziano il peggior peggioramento, influenzate soprattutto dall’esaurimento degli incentivi pubblici che negli anni precedenti avevano sostenuto in modo straordinario il comparto.
La frenata interessa anche gli indicatori di redditività. Il Return on Equity (ROE), che misura il rendimento del capitale investito dagli azionisti, passa dal 10,7% del 2024 al 9,5% nel 2025, perdendo 1,2 punti percentuali. Anche il Return on Assets (ROA) registra un arretramento di mezzo punto percentuale.
Nonostante il rallentamento generale, alcune differenze emergono osservando dimensioni aziendali e settori economici. Le grandi imprese riescono sostanzialmente a mantenere invariata la redditività del 2024, con un ROA vicino al 6%, mentre le piccole imprese continuano a rappresentare il cluster più redditizio in termini di ROE, attestandosi al 12%, solo lievemente inferiore al 12,2% dell’anno precedente. Le medie e le grandi aziende convergono entrambe intorno al 9,5%, mentre le microimprese registrano il peggior arretramento, passando dall’11,6% del 2023 all’8,7% del 2025.
Dal punto di vista settoriale, le costruzioni restano il comparto più redditizio nonostante il forte ridimensionamento degli ultimi anni. Il ROE scende infatti dal 16,5% del 2023 al 10,9% del 2025, mantenendosi comunque leggermente superiore a quello dei servizi, che si attestano intorno al 10%. Energia e industria superano di poco l’8%, mentre l’agricoltura continua a mostrare livelli di redditività inferiori al 2% lungo tutto il triennio analizzato.
Anche osservando il ROA emergono differenze significative. Costruzioni e servizi restano gli unici comparti sopra il 7%, industria, distribuzione ed energia gravitano intorno al 6%, mentre l’agricoltura rimane stabilmente poco al di sotto del 2%, confermandosi il settore meno redditizio del panorama produttivo italiano.
Un ulteriore segnale della pressione sui conti economici arriva dall’utile netto sul fatturato, che passa dal 3,3% del 2024 al 3% nel 2025. Dopo due anni di sostanziale stabilità, le imprese mostrano quindi una minore capacità di trasformare i ricavi in profitti, nonostante il progressivo alleggerimento degli oneri finanziari favorito dalla discesa dei tassi di interesse.
La conseguenza più evidente è l’aumento delle società che chiudono il bilancio in perdita. Nel 2025 la quota sale al 19,6%, rispetto al 18,5% dell’anno precedente. In pratica quasi un’impresa italiana su cinque registra un risultato netto negativo. L’incremento appare comunque meno marcato rispetto a quello osservato tra il 2023 e il 2024, quando la crescita delle aziende in perdita era stata ancora più significativa.
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Cristina Giua
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