Una persona può fallire un colloquio di lavoro e trovare, poco dopo, il posto in cui esprimere le proprie capacità. Un’impresa può partire dalla necessità di adempiere a un obbligo di legge e scoprire un partner capace di svolgere una parte della propria produzione. Una cooperativa sociale può diventare competitiva lavorando contemporaneamente nella meccanica, nella farmaceutica, nella digitalizzazione e in molti altri settori.
È quello che accade ad Arte e Libro, cooperativa sociale friulana che da oltre quarant’anni lavora per l’inclusione professionale delle persone con disabilità. La sua esperienza è tra le buone pratiche raccolte nel Bilancio di sostenibilità 2026 di Legacoop Nazionale, che quest’anno dedica un focus a Diversità, equità, inclusione e accessibilità (Deia).
Il percorso segna l’allargamento dalle tradizionali politiche per le pari opportunità a un approccio che comprende la rimozione delle barriere fisiche, culturali e organizzative e punta a incidere sulla cultura e sui modelli organizzativi delle imprese. A fine 2025 Arte e Libro aveva cinque convenzioni attive attraverso l’art. 14 del Dlgs 276/2003, a settembre 2026 le convenzioni, racconta Katia Mignogna, Presidente di Arte e Libro, sono diventate otto.
Il dialogo con le imprese come strategia
Un passaggio decisivo nella storia della cooperativa arriva poco più di 10 anni fa. “Prima del 2014 Arte e Libro stava per chiudere. Abbiamo iniziato a guardare il mondo dell’impresa in modo diverso. Dovevamo imparare a dialogare con le aziende e, allo stesso tempo, avere la loro stessa flessibilità”, racconta Katia.
Oggi diventa persino difficile rispondere alla domanda su che cosa faccia Arte e Libro. “Legatoria, meccanica, digitalizzazione, informatica, cucina, farmaceutica. Le attività devono essere molto diverse tra loro, perché dobbiamo permettere alle persone di trovare la mansione nella quale possano esprimere le proprie fragilità, ma anche i propri talenti”.
Il punto di incontro con le aziende è spesso l’articolo 14 del Dlgs 276/2003. Lo strumento permette alle imprese soggette agli obblighi di assunzione previsti dalla legge 68/1999 di coprire una parte della quota di riserva affidando commesse di lavoro a cooperative sociali che assumono persone con disabilità con particolari difficoltà di inserimento nel ciclo lavorativo ordinario. In Friuli Venezia Giulia, per le aziende con più di 50 dipendenti, queste convenzioni possono arrivare a coprire fino al 50% della quota di riserva.
“L’azienda ci dice che ha una scopertura e noi partiamo da una domanda: che cosa possiamo fare insieme. A volte c’è già un’attività da affidare, altre volte il lavoro va pensato quasi da zero. È da quel confronto che nasce il progetto”. La commessa viene svolta negli oltre duemila metri quadrati di Arte e Libro. È una scelta precisa: le persone vengono assunte dalla cooperativa e lavorano al suo interno.
Dalla farmaceutica alle valvole: il lavoro deve essere lavoro vero
Con Biofarma Group, azienda del settore farmaceutico e medicale, il percorso ha richiesto due anni di sperimentazione, formazione e adattamento organizzativo. “Non è stato facile. Dovevamo elevare tutto il nostro modo di lavorare, perché parliamo di prodotti destinati alla farmacia e alla parafarmacia ed eravamo molto monitorati. Abbiamo cominciato con sei lavoratori, poi siamo arrivati a 15 e dal prossimo anno saranno 20. Oggi Biofarma ci affida anche attività che vanno oltre quelle previste dalla convenzione”.
Un’impresa meccanica, invece, ha affidato alla cooperativa la produzione di valvole per impianti oleodinamici. “All’inizio non pensavano che questo percorso potesse diventare un beneficio anche per loro. Abbiamo riportato in Italia la produzione storicamente esternalizzata delle valvole e oggi su quella attività lavorano dieci persone, collegate direttamente con l’azienda quasi fossero lavoratori interni”.
Il rapporto con le imprese, sottolinea Katia, cambia quando la collaborazione produce valore per entrambe le parti. “Non è vero che tutte le aziende preferiscono pagare una sanzione. Devono trovare le condizioni giuste ed essere accompagnate in quella che per loro è una necessità”. Qui si trova uno dei punti centrali del modello: “Non possiamo pensare che le aziende debbano fare beneficenza. Noi possiamo essere competitivi come tutte le altre imprese. Con il giusto contesto e la giusta formazione, non c’è differenza tra commissionare un lavoro a un’azienda o a una cooperativa sociale”.
A rendere concreto questo rapporto sono anche gli investimenti delle imprese partner, che, racconta Katia, hanno destinato complessivamente oltre 300mila euro all’allestimento dei laboratori della cooperativa. Un coinvolgimento che va quindi oltre l’affidamento delle commesse e contribuisce a creare le condizioni perché le attività possano essere svolte con gli stessi requisiti richiesti al mondo produttivo. E il rapporto, in alcuni casi, si è rovesciato: “Una volta eravamo noi a cercare le aziende. Adesso sono le aziende che cercano noi”.
Il lavoro dentro una comunità
Arte e Libro conta oggi circa 65 lavoratori. L’organizzazione del lavoro cerca però di mantenere una dimensione comunitaria. “Ogni venerdì pranziamo tutti insieme, durante la settimana c’è sempre il momento della colazione di metà mattina e praticamente ogni settimana c’è un compleanno da festeggiare. Le persone non rimangono rigidamente legate alla propria mansione: imparano anche altre attività e, quando c’è un picco di lavoro, ci si aiuta”.
La scelta di svolgere le attività all’interno della cooperativa permette anche un tutoraggio molto ravvicinato. Per Katia, però, l’obiettivo va oltre l’occupazione: “Dobbiamo abbracciare anche il progetto di vita della persona: il lavoro, certo, ma anche l’abitare, l’autonomia, il tempo libero, le vacanze. Non offriamo soltanto occupazione, cerchiamo di creare una cornice di comunità e di mutuo aiuto”. Gli effetti possono essere molto concreti. Ci sono due ragazze che hanno imparato a prepararsi il pranzo alternandosi, racconta Katia, e persone che, dopo essersi conosciute in cooperativa, sono andate a vivere insieme.
Anche la partecipazione alla vita della cooperativa ha trovato una forma più strutturata. In occasione del quarantesimo anniversario di Arte e Libro è nato un comitato che riunisce alcune delle persone che, nel tempo, si erano distinte per disponibilità, aiuto e partecipazione alle attività. “Abbiamo messo intorno allo stesso tavolo persone che in diverse occasioni si erano date da fare. Oggi quel tavolo è anche un connettore: sostiene le attività lavorative e sociali della cooperativa e contribuisce a raccontarle e diffonderle”.
Marco e una seconda possibilità
È attraverso le persone che Katia misura soprattutto i risultati. Marco è un ragazzo autistico arrivato ad Arte e Libro circa tre anni fa. Partecipa inizialmente a una selezione per lavorare sulla commessa di Danieli, il gruppo siderurgico con cui la cooperativa digitalizza anche documenti e progetti dell’archivio storico.
“Marco è molto competente, studia tantissimo, ma durante quel colloquio è stato sopraffatto dall’ansia. La selezione è andata malissimo. Mi dispiaceva fermarmi lì e gli ho proposto di partecipare a quella successiva per l’attività medicale”. Marco entra così nel progetto Biofarma. Dopo due anni arriva il contratto a tempo indeterminato e successivamente anche il lavoro sulla commessa Danieli. “Oggi lavora sia per il reparto medicale sia per quello dell’acciaieria. Se ci fossimo fermati al primo stop sarebbe stato un game over”.
Nel 2025 l’esperienza di Arte e Libro viene portata anche all’estero nell’ambito di iniziative istituzionali dedicate all’inclusione lavorativa. Katia decide che con lei deve esserci Marco. “Quando ho chiamato sua mamma per dirle che sarebbe partito con noi, si è messa a piangere. Mi ha raccontato che i medici le avevano detto che Marco non sarebbe mai stato in grado di relazionarsi con persone e situazioni nuove. Oggi è diventato anche uno dei nostri ambasciatori”. La storia sintetizza forse meglio dei numeri la filosofia che Katia attribuisce ad Arte e Libro: “Una persona, nel contesto giusto, spacca il mondo”.
Ora la cooperativa sta lavorando con Legacoop Friuli Venezia Giulia, Università di Udine e Biofarma Group per rendere l’esperienza costruita attraverso l’articolo 14 un modello più leggibile e trasferibile ad altre organizzazioni. Il Bilancio di Legacoop indica proprio nella replicabilità uno degli sviluppi futuri del progetto.
Per Katia, però, crescere non significa necessariamente diventare più grandi. La misura resta la relazione con le persone: “Per me il limite è poter conoscere nome, cognome e famiglia di chi lavora qui. Se un giorno non riuscissimo più a farlo, vorrebbe dire che abbiamo superato la nostra misura. Non voglio che Arte e Libro diventi semplicemente un’impresa di servizi”.
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