Nell’ultimo libro di Gioacchino Criaco c’è anche la scuola, o meglio l’assenza della scuola, la carenza di opportunità, tanti destini segnati fin dalla nascita, quando si nasce in un nido sbagliato, in contesti sbagliati, in una vita sbagliata. Il suo romanzo “Dove canta il cuculo”, edizioni Piemme, è un noir mozzafiato che tiene incollati alle pagine fino alla fine, fino a quell’ultima battuta pronunciata da uno dei personaggi due secondi prima di essere ucciso, battuta che consente al lettore di capire fino in fondo la trama incredibile di un racconto portato avanti a folle velocità dal già autore di “Anime nere” (Rubbettino editore, 2008), romanzo da cui nel 2014 venne tratto l’omonimo film diretto da Francesco Munzi e vincitore di ben nove David di Donatello.
Sono pagine che ammaliano il lettore grazie a una sapiente costruzione corale delle gesta angoscianti e contestuali di alcuni protagonisti tracciate da un duplice io narrante: l’io di Gino, nato in un nido non suo, come succede in natura al malefico uccello scelto per il titolo del libro – il cuculo non prepara il proprio nido, ruba quello di altre madri inconsapevoli uccidendone la prole e abbandonando il suo uovo in casa d’altri, un uccello che richiama la figura del bullo e nel linguaggio criminale allude a chi con arroganza si vuol prendere tutto quello che non è suo – e vittima come il pennuto di orfananza e di abbandono e per ciò stesso condannato fin dalla nascita al destino di carnefice.
E l’io di Salvo Pizzi, padrone incontrastato della montagna calabrese, imprenditore specializzato nella produzione e nel commercio nazionale di prodotti biologici per palati che possono pagare, trafficante internazionale di cocaina, intrallazzatore tanto introdotto negli ambienti politici da avere ottenuto dallo Stato alcuni militari come uomini di scorta in un programma di protezione e dei quali si fa beffe lasciando il lettore prima disorientato, poi indignato, infine desideroso di una qualche forma di giustizia che dia un senso alla storia prima che la storia conduca alla tragedia, che incombe in ciascuna delle pagine di una narrazione veloce che tiene insieme i villaggi arroccati di un Aspromonte – che Criaco, amante di quella montagna, scrittore maturo e fine giurista, racconta nei minimi particolari con la sapienza di un pastore e con la competenza e l’attenzione morbosa ma che non annoia di un esperto in scienze agrarie e forestali – i palazzi di Milano, i sotterranei affollati di Toronto, i locali di Acapulco, prosceni distanti tra loro ma legati con cura e intelligenza dal filo conduttore di una tragedia greca, che in realtà è una tragùdia dell’Occidente contemporaneo, cannibale e anaffettivo. Nichilista.
“Il mio revolver, questo è lascito di mio padre, una Colt Cobra calibro 38 Special”. Così dice Gino a sé stesso mentre medita di filarsela, per uscire dal giro infernale. “Non un libro, soldi, terra, una storia edificante. Mio padre mi ha lasciato una pistola e l’inimicizia con Salvo Pizzi. Ora sì: se ci fosse un Dio in terra che mi dicesse ‘la tua vita comincia in questo istante’. Ora sì che saprei scegliere, e sceglierei di studiare, di essere in gamba come i figli di Frank. Farei il bravo bambino, cercherei di non prendere nemmeno una multa. Dopo non dovrei stare attento ogni volta che incontro uno sbirro, anzi potrei proprio farlo uno sbirro. No, lo sbirro no. Non vorrei averci più a che fare con le armi”. Ma lui ha “avuto dei diavoli come maestri, non dei santi esemplari. E sulla terra non ci sono dèi misericordiosi. Pullulano le vittime bramose di vendetta e prima o poi verrà un peccato a dilaniarmi le carni. Così, cambiare non ha senso, non ne ho voglia, non ne ho la forza. La violenza è un’infezione che piaga la pelle fino alla fine, forse anche oltre la fine, in una dannazione eterna. Non ho altra scelta, né la voglio. Gioco il mio gioco fino in fondo”.
Una vita predestinata, dunque, priva di speranza, quella di Gino, che dà al romanzo il tono dell’ineluttabilità. “Papà ci ha provato ma io non c’ero tagliato per la scuola. Per me i libri, allora, erano un patibolo. Lavorare invece non mi stanca mai, potrei farlo senza interruzioni”, risponde così alla sua madre adottiva durante una cena a Toronto. Una salvezza che non arriva nemmeno dall’amore, che in genere sa offrire una via di scampo.
Sulla strada segnata di Gino, catapultato fin da bambino dalla montagna dell’Aspromonte in Canada, poiché adottato da una famiglia senza figli, dopo l’omicidio del padre, si presenterà Tina, sarà amore, certo non genuino, ma amore, platonico e carnale. E quando l’amore puro e passionale arriva, il tempo sospende la propria corsa, a beneficio di tutti gli uomini di buona e di cattiva volontà, e concede una tregua anche all’angoscia di chi leggendo confida in una speranza.
Che si rivela momentanea “Sono degli attimi di presa di coscienza immediatamente travolti dal ritmo di un’esistenza infernale che si è scelto di vivere – ci spiegherà lo scrittore in questa intervista –. Gino ha commesso tante cattiverie che non può più tornare a una vita normale e mentre le Anime nere del precedente romanzo lasciano aperta la porta del cuore, i protagonisti di oggi lasciano piccoli spiragli per attimi fugaci”.
Dice infatti il cuculo Gino: “Questi giorni che provano a cambiarmi vorrei che durassero di più e magari facessero il miracolo. Ma quelli della mia razza sono diavoli. Creature beffarde nel cui latte alla nascita ci mettono la capacità di distruggere le favole”. La speranza è che l’anima nera di Gino, quella di Salvo, di Frank, di Giacomo, di Vincenzo, trovino una via di redenzione. Il problema è che, come ha appena spiegato Criaco, le anime nere di questo libro rappresentano un’evoluzione tragica e disarmante delle anime nere del libro precedente. Allora il destino dei criminali sembrava segnato, nessuno aveva offerto una chance a criminali che forse avrebbero potuto salvarsi. Stavolta i personaggi – ecco l’evoluzione antropologica della storia – vengono rappresentati come refrattari e non interessati alla salvezza. Figli dell’epoca triste in cui vive l’Occidente, i criminali stavolta vogliono prendersi tutto per soddisfare tutti i desideri possibili.
Grande e molto significativo si rivela il ruolo della donna, delle donne del romanzo, e forse questa è un’altra grande rivelazione del libro. La figura femminile, le tante figure femminili che animano il noir di Criaco, esce quasi vincitrice sul maschio in crisi: “Gli uomini sognano grandezze e realizzano tragedie. Le donne costruiscono quotidianità prima di badare ai sogni. Gli uomini trasmettono ai figli maschi frustrazioni. Le donne mostrano alle femmine le vie della sopravvivenza…”.
Il lettore, pagina dopo pagina, è come se vedesse le donne allargare le braccia come a voler dire: non c’è scampo per voi. La salvezza non la volete più, e allora noi vi abbandoniamo al vostro destino, fragili come siete. È un libro che senza essere un saggio, ma un romanzo noir ben costruito, assume rilevanti e voluti aspetti sociologici ed è per questo che riesce a mettere a nudo la fragilità del maschio e ad esaltare la potenza femminile; a contestare l’Occidente e la sua deriva; a demolire la figura degli uomini della ‘ndrangheta: “La fratellanza dentro la ‘ndrangheta è una favola alla quale non credono neppure gli agnelli…“, rivela Gino rivolgendosi a uno dei suoi interlocutori basiti. E infatti gli affiliati, pur avendo prestato giuramento di fedeltà all’organizzazione che fa capo idealmente all’Aspromonte, si uccidono tra di loro, addirittura tra fratelli, germani o uterini, tra padri e figli.
“Se ‘Anime nere’ era una sorta di anabasi dalla Locride verso Milano, adesso il viaggio è dalla Locride verso il mondo – spiega Criaco – o forse è un viaggio di ritorno dal mondo verso la Locride, verso l’Aspromonte. È un tour infernale che mi mostra il mondo in una dimensione diversa: il mondo visto dall’angolo del male, il mondo spiegato dal male. Un universo parallelo che i giusti non vedono mai e che per me è molto più attendibile”. Ma “Dove canta il cuculo” non è un libro che accomuna l’Aspromonte alla criminalità, né la Calabria alla ‘Ndrangheta. Non è questa l’intenzione dell’autore, non lo era stata nemmeno in occasione della stesura di “Anime nere”.
E allora sgombriamolo subito questo rischio: l’Aspromonte e la Calabria non sono devianza. Sono solo la rappresentazione un frammento. È così, Gioacchino Criaco?
È chiaro, io racconto gli ambiti marginali, non racconto il totale.
Del resto, la ‘Ndrangheta, dopo anni di indifferenza, s’è ormai ben piantata anche al Nord
È inutile che metti da parte un problema perché quel problema tornerà a trovarti
Saranno ambiti marginali ma sono angoli bui che vanno raccontati
Esattamente. Anche un piccolo contesto di devianza incide sugli altri. Tutto il corpo risente di un’infezione che abbia colpito un piccolo lembo del corpo. È qualcosa che uso come metafora per raccontare il male che sta dentro la nostra società, angoli bui dell’Occidente. Per questo il romanzo si sviluppa in Aspromonte, a Milano, in Canada, ad Acapulco. Vado dove ci sono le periferie, soprattutto le periferie morali: i contesti dimenticati, i luoghi meno sviluppati. L’Occidente è pervaso da piccoli angoli bui, Sono gli ambiti del male e non si può parlare di un male genetico ma piuttosto di un male generato dalla scarsa attenzione sociale. Se tu investi tutto al centro e non nelle periferie, è chiaro che nelle periferie la devianza prevale. È come se tu mettessi un solo lampadario in casa e pretendessi si illuminare tutta la casa: non la illumini la casa. È quindi dovere di chi ha potere di illuminare tutta la casa. Io lo faccio illuminando gli angoli bui spiegando cosa succede negli angoli bui, come nasce e come si sviluppa il male, spiegando quali sono i meccanismi mentali che hanno fatto fare scelte sbagliate.
E il romanzo ci riesce alla perfezione facendo parlare il male in prima persona. Il mondo che emerge dalla lettura di “Dove canta il cuculo” è un mondo visto dall’angolo del male. Non si racconta il male, è piuttosto un mondo spiegato dal male medesimo, sono i cattivi che parlano. Era questo l’obiettivo del romanzo?
Sì, era questo. Secondo me capisci meglio quello che succede se ti sposti verso il punto di vista dei cattivi: hai una spiegazione veritiera di quello che loro pensano e puoi agire di conseguenza. Non puoi spiegare il pensiero dei cattivi utilizzando il punto di vista dei buoni, devi provare a entrare nel loro meccanismo mentale.
Non è sempre facile
Per fare questo devi essere cresciuto in ambienti difficili e in mezzo alle devianze, sospendendo il giudizio morale e riportando quelle che sono le convinzioni dei cattivi, raccontandole per come loro le raccontano e questo è anche l’utilità del punto di vista educativo: sai come pensano e quindi hai più strumenti per prevenire ed educare. Non si può intervenire al buio altrimenti rischi il paternalismo. Rincorrere un alunno che abbia abbandonato la scuola, facendogli la paternale, non è il modo più efficace per recuperarlo. Bisogna capire il contesto e i meccanismi mentali che portano alla devianza. Gli educatori sono non solo gli insegnanti ma siamo tutti noi adulti di riferimento e abbiamo un dovere educativo. In fondo ogni cittadino è un’istituzione. Un tempo i ragazzi erano figli di tutti e tutti accettavano di essere rimproverati e anche educati, fatto impensabile oggi nella contemporaneità.
Perché?
Perché tutte le istituzioni hanno abbandonato il loro ruolo, a partire dalla famiglia. Anche per esperienza personale mi sono sempre occupato dei ragazzi del Sud del mondo che stentano a capire quale sia il percorso da fare per la propria vita. Non tutti hanno l’opportunità di ricevere per tempo gli strumenti per scegliere e lo strumento principale è la lettura. Quello che mi ha fatto avere consapevolezza è stata l’opportunità di entrare da ragazzo in una biblioteca comunale, era la biblioteca comunale di Africo, in Calabria, e di leggere tutto quello che c’era dentro quella biblioteca. Erano libri sui temi più disparati.
Cosa molto improbabile, oggi, per un gran numero di giovani. Che cos’ha spinto invece lei e suoi coetanei a frequentare allora e così assiduamente la biblioteca?
Ci siamo entrati perché quella biblioteca era diretta da una ragazza giovane, i ragazzini erano entrati soprattutto per l’attrazione di una ragazza di vent’anni. La ragazza era un motivo di grande richiamo ma era al contempo una ragazza estremamente intelligente visto che ha subito iniziato a darci consigli su che cosa leggere. Per trattenerci in biblioteca attraverso la letteratura sapeva orientarci. Con me ha funzionato e dopo un po’ frequentavo la biblioteca per i libri e non più per la ragazza. Questo mi ha dato consapevolezza sul mondo, sui desideri personali, sul fatto che la letteratura ti dà libertà, perché è ciò che ti dà consapevolezza e presa di coscienza e che più di tutto ti libera e ho scoperto che leggendo andavo meglio a scuola. Spesso ero in anticipo sugli altri e questo era dovuto ai testi che leggevo fuori dalla scuola. Leggere è diventato un supporto scolastico.
La partita oggi sembra persa in partenza, sempre a causa dei social.
I social ti allontanano dai temi della vita. Attraverso i destini che avevano avvinto i ragazzi che erano a scuola con me ho compreso che le scelte sbagliate sono frutto di scarsa conoscenza e, senza cercare alibi, sono frutto di ignoranza. La scuola dovrebbe avere un ruolo fondamentale nel costruire la conoscenza, quindi la consapevolezza, infine la possibilità di fare le scelte migliori.
Il ministro dell’istruzione Valditara proprio in questi giorni sottolinea l’importanza del tornare a leggere molto a scuola
C’è un po’ di retorica in questo, ma c’è anche del vero: solo il leggere e la letteratura ti aprono alla conoscenza vera.
Torniamo ai cuculi del suo libro. I personaggi del suo primo fortunato romanzo, “Anime nere”, erano immorali, qui i protagonisti, dice lei, sono amorali. Un bel salto. È sempre la legge del più forte a prevalere, ma qui il livello è diverso. Perché dopo tanti anni da quel primo romanzo, cui sono seguiti tanti altri, ha deciso di tornare nel mondo dei cattivi?
C’è stato in questi anni un salto genetico. I cattivi di qualche decennio fa conoscevano le regole della morale, le violavano e quindi erano immorali ma sapevano cosa fosse il bene e cosa fosse il male. Chi sbagliava sapeva di essere dalla parte del torto ed era destinato a finir male, per contesti che non offrivano loro la normalità. La cattiveria non è un fatto genetico ma è un fatto di opportunità, del contesto in cui si vive. Dall’immoralità si è passati all’amoralità. È un mondo diverso e questo vale anche per la politica: i criminali oggi nemmeno conoscono le regole della morale e se non sai che cosa siano le regole morali non ti senti nemmeno cattivo. Tutto è piegato a esigenze egoistiche. L’obiettivo dei protagonisti è il male, è l’utilizzare per sé stessi quello che andrebbe utilizzato per tutti.
Protagonisti che non si vogliono salvare
Esatto, non sanno cosa farsene della redenzione. Le Anime nere volevano essere salvate. Aspettavano che una mano si tendesse. Ai cuculi, invece, della redenzione non frega nulla. Vogliono vivere per appagare a ogni costo i propri desideri.
Nemmeno all’amore il romanzo concede un pur minimo potere salvifico. Nella vita di Gino compare Tina e germoglia in lui un amore vero che lo spinge a dire: “Questi giorni che provano a cambiarmi vorrei che durassero di più e magari facessero il miracolo…”
“…Ma quelli della mia razza sono diavoli”, conclude lui.Vede, questi sono degli attimi di presa di coscienza immediatamente travolti dal ritmo di un’esistenza infernale che si è scelto di vivere. Gino ha commesso tante cattiverie che non può più tornare a una vita normale. L’amore può salvare, certo, ma deve essere genuino. E mentre le Anime nere del precedente romanzo lasciano aperta la porta del cuore, i protagonisti di oggi lasciano piccoli spiragli per attimi fugaci.
Un altro dei protagonisti, Salvo, più volte ripete, dall’Aspromonte, “io mi prendo tutto”. Questo atteggiamento denuncia l’insaziabilità che anima un mondo frequentato da esistenze destinate a cadere sotto i pallettoni di nemici ma anche di amici e parenti, perché “sangue chiama sangue”
Il protagonista prende tutto come il cuculo che si prende tutto e soprattutto la vita degli altri
E questo emerge in maniera evidente dal romanzo. Lei ha fatto tantissime presentazioni dei sui libri nelle scuole, conosce gli studenti. Secondo lei la scuola quale ruolo può e deve giocare per prevenire queste gravi involuzioni antropologiche e sociali.
La scuola, assieme alle altre istituzioni come le associazioni, la famiglia, la società civile, diventano i presidi fondamentali del contesto sociale e civile. Sono gli elementi che creano possibilmente una società migliore ma devono funzionare tutte bene e tutte allo stesso modo e devono lavorare tutti insieme. Ogni istituzione deve sostenere l’altra e devono lavorare nella stessa direzione: se la famiglia distrugge quello che fa la scuola o viceversa, la speranza finisce.
I ragazzi avrebbero bisogno di punti di riferimento
Ma i punti di riferimento fondamentali della società mancano e si rischia che i ragazzi vadano alla deriva
Il cuculo non prepara il proprio nido, ruba quello di altre madri inconsapevoli uccidendone la prole e abbandonando il suo uovo in casa d’altri. Dove canta il cuculo, la vita degli altri si spegne, si accende la sua, esiste solo la sua. Anche Gino abita un nido non suo. Strappato ancora bambino all’Aspromonte, approda tra le nevi del Canada nella casa senza figli di un’altra famiglia di ‘ndranghetisti. Il cuculo è un uccello malefico, fuor di metafora richiama la figura del bullo, nel linguaggio criminale allude a chi con arroganza si vuol prendere tutto quello che non è suo.
Il cuculo è una nuova vita a cui genitori non hanno costruito un nido e quindi un luogo in cui abbia le sue sicurezze la propria coscienza. È una vita destinata alla deriva perché non lo attrezzo per affrontarla ma lo abbandono nella vita di altri nel senso che lo mandi in un contesto diverso dove diventa un intruso che può diventare cattivi: è più facile che diventi cattivo chi si sente un intruso. Vale per esempio per la seconda generazione degli immigrati: lei immagini i ragazzini che non stanno neppure che cosa sia l’Islam e che in Italia si sentono fuori posto. L’inclusione è questa cosa qui, devi far sentire le persone a casa. Nel libro, la cattiveria del cuculo rappresenta la cattiveria che scaturisce dal trauma dell’abbandono. Il trauma va affrontato, invece siamo in una società che non affronta mai i traumi, semmai li affronta quando si sono storicizzati.
Pensa per caso al Fascismo?
Esattamente. Non ci interroghiamo sui traumi che ci accadono, ci arriviamo tardi quando non possiamo prendere le contromisure.
Il cuculo è dunque un orfano e questo romanzo è un romanzo dedicato, come si diceva, ai traumi legati all’orfananza e agli abbandoni
È un libro sull’orfananza che non è solo individuale ma è una orfananza sociale
Chi sono gli orfani sociali?
Sono i ragazzi abbandonati dalla società. È chi non è preso in cura da nessuno e su questo c’è soprattutto da lavorare e servirebbe più attenzione sulle scuole di periferia e di paese. Su quello che va alla scomparendo. Non puoi avere una scuola che marcia a mille nel centro di una città e una scuola che è ferma sul quartiere periferico più periferico: ci vuole la stessa velocità. E per velocità intendo la velocità culturale ed educativa.
Bisogna per forza avere pietà del cuculo?
No, però bisogna conoscere i contesti, sospendere il giudizio e poi giudicare
La scuola è attrezzata?
Dico che la scuola non è attrezzata e non per colpa di chi vi opera ma per responsabilità di chi a livello centrale è chiamato a decidere ma non lo fa. La scuola avrebbe bisogno di enormi investimenti materiali ma anche ideali, e di preparazione, di formazione di tutto il contesto educativo per colmare le carenze di cui dicevo. È un discorso che si può fare per tutto l’Occidente visto quel che succede in tutto l’Occidente.
Nel condannare l’Occidente lei salva l’Oriente?
Non salvo l’Oriente perché è perfetto, dico che l’Oriente riesce a salvaguardare l’umanesimo mentre l’Occidente continua a ragionare per schemi economici. La scuola e le famiglie non devono formare solo bravi manager ma brave persone. È un concetto molto differente.
Una bella sfida
Sarà un’utopia ma anche se non ci si riesce è un problema che la società si deve porre come obiettivo. Se l’obiettivo invece è formare lavoratori siamo in un ragionamento differente: avremo dei buoni lavoratori, certo, ma mancherà tutto quello di che stiamo parlando. Dal mio punto di vista la brava persona non è quella capace tecnicamente ma quella che è attrezzata culturalmente e umanamente.
Lei ama la montagna dell’Aspromonte, Mana Ghe, la Grande Madre, che dopotutto è la vera protagonista del romanzo.
La montagna è la natura, è una madre che richiama alla responsabilità i figli, cioè tutti noi. Vivere socialmente significa avere cura non solo di noi stessi e dei nostri desideri ma avere cura anche dell’altro. L’altro è la natura, sia sul piano etico, sia sul piano spirituale ma soprattutto rispetto a tutto ciò che appartiene a tutti o meglio a tutto ciò a cui tutti apparteniamo.
Lei adesso è in vacanza, nella sua Locride accarezzata dal sole e dal mare, oltre che dal vicino Aspromonte, e come tutti i calabresi assiste allo scempio puntuale degli incendi estivi. Che cosa si prova nel vedere la Grande Madre in fiamme?
È chiaramente il tradimento che qualcuno ha fatto di ciò che appartiene a tutti.
Il suo libro demolisce il mito della fratellanza sui cui si baserebbe la forza della ‘Ndrangheta – in pratica nel libro gli affiliati si ammazzano tra di loro, addirittura tra congiunti – annienta la figura del maschio, infine premia la figura femminile: la donna abbandona al proprio destino il maschio, avvertito come non più in grado di desiderare una redenzione.
Il mondo della ‘Ndrangheta è un mondo di ipocrisia che crea valori totalmente inventati. Il mondo femminile da parte sua per tanto tempo ha cercato di tenere insieme i due universi, quello maschile e quello femminile. Ma ora gli uomini sognano la gloria e costruiscono la tragedia, le donne costruiscono la quotidianità che è la cosa che fa andare avanti il mondo. Non tengono ai sogni di gloria ma badano ad affrontare i problemi quotidiani minimi, la donna fa questo, l’uomo sogna la gloria e inevitabilmente costruisce la tragedia, l’uomo ha sempre una Troia da conquistare. L’uomo ha avuto sempre questa prospettiva. Ulisse s’impegna in tanti anni di guerra. In realtà non voleva tornare perché tornando avrebbe dovuto affrontare ciò che Penelope aveva affrontato per vent’anni. Lui per tanti anni ha girato in mare ma in quegli anni Itaca è andata avanti perché c’era l’opera di Penelope. La metafora del telaio è che lei costruiva la quotidianità, mentre lui lottava per la gloria per restare nella storia, e in questo momento storico le donne hanno deciso di lasciare la prospettiva maschile al proprio destino. La contemporaneità è il fallimento del maschio. Gli uomini di oggi cercano le mamme, sono tornati bambini.
Gioacchino Criaco, finiamo l’intervista tornando alla scuola. Lei conosce bene la vita condotta ai margini perché ha vissuto fin da piccolo in ambiti bui di devianza che ha bene illuminato con i suoi libri ma ha sperimentato sulla propria pelle l’importanza decisiva della lettura e della cultura, grazie alla biblioteca comunale e ai suoi tanti libri che ha divorato a uno a uno. Quanto è importante lo studio per il riscatto sociale?
Lo studio non è riscatto sociale (da cosa?) e non deve esserlo. E non è rivalsa (per cosa?). Studiare non può essere il mezzo per spostarsi di casella, magari rinnegando quella d’origine. Dev’essere conoscenza e riscatto personale. Acquisire la consapevolezza ti rende una persona migliore, non una persona di successo. Un po’, a noi poveri, ci hanno fregato, forse avremmo fatto più strada, strada buona, saremmo andati avanti col sapere, cercando di aumentare il capitale di conoscenza che i nostri ci trasmettevano. E non mi sembra male fare il falegname con amore, essere bravissimo a farlo. Non mi sembra affatto male essere un pastore libero su un altopiano alpino o appenninico, un pescatore che conosce tutte le correnti del golfo di Sicilia. La laurea è servita? Ma davvero ci è servita la laurea?
Lei dopo le superiori frequentate ad Africo ha lasciato la Calabria per andare a studiare Giurisprudenza a Bologna, dove si poi si è laureato, poi è diventato avvocato. Oggi, se tornasse indietro, farebbe il pastore?
Si parte perché non si ha consapevolezza. Spesso il meccanismo del partire non ha una ragione profonda, è un automatismo, si parte perché si è sempre fatto così e si farà sempre così e quindi non ci si interroga mai sulle ragioni profonde della partenza e se veramente si desidera andar via o ti stanno cacciando, se veramente qui in Calabria non c’è una scuola che funziona, se veramente la sanità fa poi così schifo. Si è vittime di meccanismi automatici, si fa così perché si è sempre fatto così. Occorre invece prendere consapevolezza di quello che si desidera e di cosa si vuol fare nella vita. È chiaro che se vuoi fare l’economista o realizzare un’industria aeronautica te ne vai da un’altra parte, non resti in Calabria. Se invece decidi di restarci devi scegliere un modello alternativo a quello che altri hanno deciso per tutti. Io sono andato via per studiare perché da ragazzo non volevo fare il pastore ma non lo volevo fare perché allora non avevo gli strumenti, non avevo la consapevolezza e se io potessi tornare indietro io sceglierei di fare il pastore, un mestiere peraltro dignitoso e bellissimo, beati coloro che fanno i pastori, è un mestiere che nel tempo ho rivalutato dal punto di vista anche culturale. Non sono coloro che hanno costruito il modello economico dell’Occidente a dovermi dire se il mestiere del pastore è dignitoso o meno, lo decido io. Purtroppo allora non avevo gli strumenti e il modello mi ha fregato, così ho lasciato Africo e sono andato a fare l’avvocato a Milano.
E lo scrittore
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Vincenzo Brancatisano
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