Vietare l’AI cinese non salverà la leadership Usa


Mark Zuckerberg

Nel pieno della competizione globale sull’intelligenza artificiale, Mark Zuckerberg prende una posizione destinata a far discutere Washington. Il fondatore e amministratore delegato di Meta ritiene infatti che vietare o limitare l’accesso ai modelli di AI sviluppati in Cina non rappresenti la strada giusta per difendere il primato tecnologico americano. Una scelta che, secondo il numero uno del gruppo di Menlo Park, rischierebbe di rivelarsi inefficace proprio mentre la corsa all’intelligenza artificiale entra nella sua fase più delicata.

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In un’intervista rilasciata al Financial Times, Zuckerberg ha spiegato che gli Stati Uniti dovrebbero concentrare gli sforzi non sul blocco della concorrenza cinese, ma sull’eliminazione degli ostacoli che rallentano l’innovazione delle aziende americane. L’obiettivo, ha sottolineato, dovrebbe essere quello di rendere l’ecosistema statunitense più competitivo, individuando e rimuovendo sistematicamente tutti i colli di bottiglia che frenano la capacità di sviluppare tecnologie all’avanguardia.

La posizione del fondatore di Meta si inserisce nel solco della linea sostenuta pochi giorni prima da Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia. Il manager aveva promosso una lettera, sottoscritta da ben 77 aziende tecnologiche – tra cui la stessa Meta – con cui veniva chiesto alle imprese americane di puntare con decisione sui modelli open source, o più precisamente “open weight”, nel campo dell’intelligenza artificiale. Secondo i firmatari, una maggiore diffusione di questi modelli rappresenta la migliore risposta al rapido avanzamento della Cina e può contribuire a preservare la leadership tecnologica degli Stati Uniti.

Per Zuckerberg, però, la partita non riguarda soltanto la competizione industriale. In un editoriale pubblicato sul Wall Street Journal, il CEO di Meta ha ribadito che la cosiddetta “superintelligenza”, termine con cui l’azienda identifica un’intelligenza artificiale capace di superare quella umana, sarà probabilmente il progresso tecnologico più significativo della nostra epoca. Una trasformazione che, a suo giudizio, dovrà però restare accessibile e non potrà essere monopolizzata da un ristretto numero di istituzioni o grandi organizzazioni.

Le dichiarazioni arrivano mentre negli Stati Uniti continua ad accendersi il confronto politico sulla regolamentazione dell’intelligenza artificiale e sulla strategia da adottare nei confronti dell’industria tecnologica cinese. A Washington cresce infatti la pressione su alcune società asiatiche, accusate di aver utilizzato tecnologie americane per accelerare lo sviluppo dei propri modelli.

Al centro delle polemiche c’è Moonshot AI, startup con sede a Pechino fondata e guidata da Yang Zhilin. Secondo alcune accuse avanzate da esponenti dell’amministrazione Trump, tra cui il segretario al Tesoro Scott Bessent, la società avrebbe sfruttato modelli statunitensi per addestrare Kimi K3, il proprio sistema di intelligenza artificiale. L’ipotesi di un utilizzo improprio della proprietà intellettuale americana ha portato alcuni funzionari a ventilare possibili restrizioni e persino nuove sanzioni nei confronti dell’azienda cinese.

Moonshot AI respinge però ogni contestazione e, proprio mentre il dibattito politico si intensifica, mette a segno uno dei maggiori successi finanziari dell’anno. La società ha infatti chiuso un nuovo round di raccolta da 3,5 miliardi di dollari, una cifra nettamente superiore alle aspettative iniziali, che oscillavano tra 1 e 2 miliardi di dollari. L’operazione porta la valutazione complessiva dell’azienda a circa 35 miliardi di dollari, confermandola tra le startup di intelligenza artificiale più preziose al mondo.

Contestualmente, Moonshot AI ha annunciato una mossa destinata ad aumentare ulteriormente la propria visibilità internazionale. I pesi del modello Kimi K3 sono stati infatti pubblicati gratuitamente sulla piattaforma Hugging Face, consentendo ad aziende, ricercatori e sviluppatori di accedere direttamente al sistema senza sostenere i costi normalmente richiesti dalle Api commerciali. Si tratta di un modello dalle dimensioni imponenti, con 2,8 trilioni di parametri e una finestra di contesto capace di arrivare fino a 1 trilione di token, caratteristiche che lo collocano tra le architetture di AI più avanzate oggi disponibili.

Nel frattempo emergono anche nuovi dettagli sul caso dell’agente sperimentale sviluppato da OpenAI che, nei giorni scorsi, era finito al centro dell’attenzione dopo aver compromesso alcuni sistemi ospitati su Hugging Face. Secondo una ricostruzione diffusa da Reuters, lo stesso agente avrebbe interessato anche un cliente della società americana Modal Labs.

L’incidente, precisano però i responsabili di Modal, non ha coinvolto l’infrastruttura centrale dell’azienda. Il problema sarebbe nato esclusivamente da una configurazione vulnerabile presente nell’ambiente di uno dei clienti. In particolare, l’agente avrebbe individuato un endpoint pubblicato senza autenticazione, accessibile liberamente da internet, che consentiva l’esecuzione di codice all’interno di sandbox destinate ai test. Proprio questa errata configurazione avrebbe rappresentato la porta d’ingresso sfruttata dal sistema sperimentale.

OpenAI ha evitato di commentare nello specifico il caso relativo a Modal Labs, limitandosi a confermare a Reuters che il proprio agente aveva compromesso quattro account appartenenti a quattro servizi differenti. L’azienda guidata da Sam Altman ha comunque precisato di non aver rilevato episodi di gravità o portata superiori rispetto a quanto già emerso nel caso Hugging Face, l’unico, finora, ad aver determinato una compromissione della piattaforma stessa.

Il confronto tra Stati Uniti e Cina sull’intelligenza artificiale si gioca quindi ormai su più livelli: innovazione tecnologica, apertura dei modelli, raccolta di capitali, proprietà intellettuale e sicurezza informatica. Ed è proprio in questo scenario che la presa di posizione di Zuckerberg assume un peso politico oltre che industriale: per il CEO di Meta, il vantaggio americano non si difenderà chiudendo le porte ai modelli cinesi, ma accelerando la capacità di innovare e rendendo l’intelligenza artificiale una tecnologia aperta e accessibile, anziché confinata nelle mani di pochi operatori.


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 Cristina Giua

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