La crisi si misura nei sondaggi, nei deputati che se ne vanno, nei palazzetti che si riempiono per ascoltare chi ha lasciato il Partito. Ma si misura anche nel silenzio: quello delle segreterie che trattano, dei Consigli Federali convocati con ordini del giorno volutamente vaghi, delle indiscrezioni che circolano senza che nessuno ci metta la faccia.
La Lega di Matteo Salvini sta vivendo entrambe. E il ritiro del 4 e 5 luglio, che doveva essere un momento di rilancio, rischia di diventare il teatro di una resa dei conti che nessuno ha ancora il coraggio di chiamare con il suo nome.
Zaia: la Lega che non grida
Luca Zaia non conferma niente. Non smentisce niente. Ma il documento che circolava per chiedere un congresso straordinario – con l’obiettivo massimo di un avvicendamento al vertice – dice che qualcosa si è mosso. E la trattativa per arrivare a luglio con una proposta di nuovo assetto (Zaia Vice Segretario unico, azzeramento degli attuali numeri due) dice che quella mossa ha già trovato interlocutori.
Mario Abbruzzese, già presidente del Consiglio Regionale del Lazio, oggi primo dei non eletti al Parlamento Europeo nell’Italia Centrale, legge la vicenda con la lucidità di chi ha attraversato stagioni politiche difficili e sa distinguere il momento tattico da quello strategico.
«Ben venga un profilo come quello di Zaia», dice. «È l’esempio più evidente della Lega di Governo, quella che non si misura sui palchi ma sui risultati. Il Veneto che ha guidato per anni è la dimostrazione concreta di cosa significa essere radicati nel territorio: non come slogan, ma come presenza quotidiana accanto alle persone. E il radicamento vero si costruisce così, stando vicino ai problemi reali, non urlando contro i nemici immaginari».
Ma Abbruzzese si affretta a precisare che non si tratta di mettere in discussione Salvini: «Non significa che sia finita la sua stagione. Significa che accanto a lui, in questo momento, occorre anche la voce e il volto della Lega delle origini. Quella che sapeva governare prima ancora di sapere protestare. E Zaia è il migliore rappresentante di quella tradizione».
Durigon: la competenza silenziosa
C’è un altro nome che Abbruzzese porta nel ragionamento e che il dibattito mediatico tende a trascurare in favore dei protagonisti più rumorosi: Claudio Durigon. Il sottosegretario, coordinatore regionale della Lega nel Lazio, è la faccia della competenza tecnica quella che non finisce sui giornali perché fa dichiarazioni incendiarie ma perché produce risultati concreti.
«Durigon è il papà di Quota 100», ricorda Abbruzzese. «L’unico esempio finora concreto di contrasto alla famigerata legge Fornero, quella che ha tagliato fuori milioni di lavoratori dalla pensione che avevano maturato con anni di sacrifici. Lui l’ha fatto senza urlare, senza show televisivi, con il lavoro tecnico certosino di chi sa come funziona la macchina legislativa. Ecco cosa intendo per Lega di Governo: non chi promette ma chi mantiene».
Il punto ideale del ragionamento è una Lega a tre velocità: Salvini come leader politico e identità del partito, Durigon come motore tecnico-legislativo, Zaia come voce della tradizione territoriale e di governo. Non una sostituzione — un completamento.
Vannacci: chi va appresso a chi grida più forte
Il caso Vannacci è quello che più divide la Lega — e che rischia di essere letto in modo sbagliato. Il Salone delle Fontane all’Eur pieno, i 90.000 iscritti, i 300.000 euro raccolti in quattro mesi da una costellazione di donatori che va dal petroliere al carciofaio: i numeri sembrano dire che il generale sta costruendo qualcosa di solido.
Abbruzzese non ci crede. O meglio: crede che quei numeri raccontino un fenomeno reale, ma non quello che sembra. «Vannacci non sta portando via niente alla Lega», dice con una precisione che vale la pena riportare integralmente. «Con lui sta andando quella parte di elettorato che non è né leghista né vannacciano — è quell’elettorato volatile che va appresso a chi grida più forte. E i problemi non si risolvono gridando».
La dimostrazione, secondo Abbruzzese, è proprio Durigon: «Ha dato una pensione a chi era stato tagliato fuori, senza gridare. Ha lavorato. Ha prodotto risultati. Ecco la differenza tra governare e urlare: uno risolve i problemi, l’altro li racconta con parole sempre più forti».
Il rischio di Futuro Nazionale — il movimento di Vannacci — non è che sottragga voti strutturali alla Lega: è che attiri risorse, attenzione mediatica e parlamentari verso un progetto che per ora non ha ancora dimostrato di saper trasformare le piazze piene in politiche concrete. I Domenico Furgiuele, i Davide Bergamini, i deputati che transitano: sono segnali di instabilità, non di una fuga organizzata.
Il nodo del luglio
Il Consiglio Federale di mercoledì e il ritiro di luglio sono i due momenti in cui la Lega dovrà decidere cosa vuole essere. Zaia vice segretario unico con azzeramento dei numeri due è uno scenario che nessuno vuole confermare — ma che circola con insistenza sufficiente da non poter essere liquidato come fantapolitica.
Abbruzzese guarda a quel momento con l’occhio di chi conosce la politica dall’interno: «La Lega ha bisogno di ritrovare se stessa. Non nel senso della nostalgia — nel senso della sostanza. Quella che porta a vincere le elezioni governando bene i territori, costruendo radicamento vero, producendo risultati concreti per le persone. Zaia e Durigon insieme rappresentano quella tradizione. Salvini ne è il motore politico. Se riescono a stare insieme, la Lega ha ancora molto da dire».
Il modello tedesco Cdu-Csu che Zaia rilancia — Partito nazionale e Partito del territorio — è una proposta di architettura politica che richiederebbe anni per essere costruita. Ma la direzione che indica è quella di valorizzare le differenze interne invece di schiacciarle, dare spazio alla competenza territoriale invece di centralizzare tutto sulla figura del leader nazionale.
Chi grida più forte porta le piazze. Chi governa meglio porta i voti. La Lega deve decidere quale dei due le interessa di più — e deve deciderlo prima che sia Vannacci a rispondere per lei.
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