Aerospazio, occasione per 730 imprese. Riello: «La sfida dell’industria veronese»


La scorsa estate, tracciando uno scenario a conclusione del primo semestre dell’anno, in prospettiva dell’autunno, Giuseppe Riello indicava nella competitività la vera sfida per il sistema produttivo. Energia, infrastrutture, semplificazione, investimenti, innovazione: dossier diversi ricondotti a una stessa necessità, quella di consentire all’industria italiana ed europea di misurarsi con trasformazioni sempre più rapide e con una competizione globale. «La competitività deve tornare al centro dell’agenda», era stata la sua sintesi.

Oggi una delle frontiere su cui quella sfida prende forma è quella dell’aerospazio, difesa e sicurezza: una filiera ad altissima intensità tecnologica, nella quale ricerca, intelligenza artificiale, tecnologie dual use e geopolitica tendono sempre più a intrecciarsi. In Italia il comparto vale oltre 21 miliardi di euro con circa 54 mila addetti e investe mediamente il 5% dei ricavi in ricerca e sviluppo. Ma quanto è pronto il sistema veronese a entrare in questa nuova economia?

Presidente Riello, tutti parlano di aerospazio, difesa e sicurezza come di uno dei nuovi motori della crescita industriale. Tuttavia, per molte imprese entrare in queste filiere non è semplice: servono competenze, investimenti, certificazioni e relazioni industriali consolidate. C’è il rischio che una parte della manifattura veronese resti a guardare mentre questa trasformazione prende forma?

Esatto. Per questo Confindustria con il vicepresidente Marsiaj ha avviato il progetto Connext 2.0 filiere dedicato alla filiera dell’aerospazio, difesa e sicurezza. Proprio per mettere in relazione le imprese che per il loro tipo di produzione possono già inserirsi in questa filiera. Da una nostra indagine emerge che il 53% delle imprese veronesi considera lo sviluppo dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza un’opportunità, ma appena il 6% ritiene di possedere già oggi competenze e prodotti per entrare in queste filiere. La sfida sta proprio qui, nell’accompagnare la trasformazione di imprese che sono già in settori affini ma hanno bisogno di percorsi di formazione, innovazione, certificazione e networking. In questo sta anche la forza di Confindustria. Sono già una ventina le imprese veronesi che si sono iscritte alla piattaforma.

Verona ha una manifattura molto diversificata. Avete già individuato quali comparti veronesi possano avere le maggiori possibilità di agganciarsi alla filiera?

Da una nostra prima ricognizione sui semplici codici Ateco potenzialmente in linea con la filiera, emerge che le aziende veronesi che potrebbero avere le caratteristiche per entrare nella filiera dell’aerospazio sono oltre 730 imprese che rappresentano più di 2 miliardi di fatturato e oltre 7.400 addetti. Sono aziende della meccanica avanzata, dell’automazione, dell’elettronica, dei materiali, dell’Ict e della cybersecurity che possono trovare applicazioni concrete all’interno di queste catene del valore. Non si tratta di trasformare tutte le aziende in imprese aerospaziali, ma di valorizzare competenze già esistenti. In particolare, le Pmi possono avere quella velocità di reazione e flessibilità che in questa prima fare può essere fondamentale.

Parliamo di un comparto che in Italia supera i 21 miliardi di fatturato e nel quale oltre l’80% delle imprese sono Pmi. Quindi non è necessariamente un mondo riservato ai grandi gruppi. Dove può trovare spazio la piccola e media impresa veronese?

Questa riconversione permetterebbe di dare nuovo valore al patrimonio industriale già esistente, affinché la crescita del comparto si traduca in crescita per l’intero sistema produttivo veronese. Gli effetti sul territorio potrebbero essere molteplici, dalla spinta all’innovazione tecnologica alle ricadute dual use come applicazioni utili anche in ambito civile, alla cybersicurezza, con effetti che superano i confini del comparto.

Nell’ultima intervista a L’Arena ci aveva detto che la competitività doveva tornare al centro dell’agenda. La space economy è uno dei luoghi nei quali si deciderà la competitività industriale dei prossimi vent’anni?

Ne sono convinto perché è una filiera altamente tecnologica che ha sempre dimostrato di essere in grado di trasferire tecnologie e innovazioni all’intera economia. Non penso solo allo sviluppo dell’AI ma anche a innovazioni di processo o alla nascita di nuove relazioni e mercati. Si tratta di un formidabile acceleratore. Tra i primi benefici delle imprese c’è la crescita degli investimenti in ricerca e innovazione.

Con il progetto «ConneXt 2.0 – Filiere, Aerospazio, Difesa e Sicurezza» si sottolinea che la sfida non è costruire da zero una filiera: l’Italia possiede già grandi player industriali, Pmi altamente specializzate, università, centri di ricerca e distretti tecnologici. Il problema è valorizzare e mettere a sistema queste competenze. È questo forse uno dei limiti storici italiani, avere eccellenze straordinarie ma non riuscire a trasformarle in massa critica e capacità industriale?

L’intuizione sta proprio qui: nell’agevolare la nascita di relazioni. All’interno di Connext 2.0 infatti trovano spazio tutti i soggetti così che sia un hub strategico di creazione della filiera. Accompagnare le imprese comprese le Pmi in processi di crescita, aggregazione e accesso al credito.

Qui entra in gioco il dual use: tecnologie nate per la difesa con applicazioni civili e viceversa. È ancora possibile tracciare un confine netto tra industria civile e quella della difesa o stiamo entrando in una fase in cui le due dimensioni saranno sempre più integrate?

Da sempre la spinta più grande all’innovazione viene dall’industria della difesa e dall’aerospazio. Storicamente si tratta di settori ad alto contenuto tecnologico e con molte risorse a disposizione. Pensiamo all’energia nucleare. Il dual use è una grande risorsa, è fondamentale perché l’innovazione si propaghi a tutta la filiera economica e non resti vincolata ad un solo settore. Per questo occorre spingere perché le imprese possano cogliere questa opportunità di crescita.

Guerre, tensioni internazionali, sicurezza e industria sono tornate a intrecciarsi. Per un imprenditore la geopolitica sta diventando ormai una variabile industriale tanto quanto energia, credito e costo del lavoro?

L’instabilità delle relazioni internazionali è una delle variabili da tenere in conto. Il fatto è che è totalmente imprevedibile e soprattutto è difficile anticipare gli effetti di certi spostamenti negli equilibri mondiali. Interruzione di rotte, catene di forniture che saltano all’improvviso. Certo è che se guardiamo bene le imprese sono abituate a fare i conti con cambiamenti repentini e improvvisi, pensiamo al mondo agricolo e preindustriale legato strettamente alle condizioni meteo. Quello che oggi è cambiato drasticamente è la scala, diventata mondiale. Siamo così interconnessi che le implicazioni di singoli fatti possono propagarsi rapidamente a tutti i paesi. Questa che però può sembrare solo una debolezza è anche una grande opportunità perché più relazioni si hanno più si riesce rapidamente a far fronte all’emergenza. Per questo sono convinto che accordi come il Mercosur possano essere una chiave.

E allora c’è anche un tema di autonomia. Quanto può essere sovrana un’Europa che dipende da altri per tecnologie strategiche, infrastrutture spaziali, dati o componenti essenziali? L’autonomia tecnologica è ormai anche autonomia politica?

C’è un cambio di paradigma che ha dato un forte impulso a questa dipendenza, da quando sempre più le tecnologie non risiedono fisicamente nelle nostre imprese. Pensiamo all’AI, di fatto tecnologie che paghiamo per usare ma che non si trovano nei nostri capannoni o nei nostri uffici. Essere esclusi dalla produzione di queste innovazioni, dalla loro creazione e sviluppo è un tema da affrontare.

Negli ultimi anni della sua vita Henry Kissinger aveva intuito che l’intelligenza artificiale avrebbe modificato non soltanto l’economia, ma gli stessi equilibri di potere tra gli Stati. Oggi AI, spazio e difesa tendono a convergere. La nuova competizione industriale globale si giocherà sulla capacità di controllare queste tecnologie strategiche?

Nell’ultimo libro di Mario Draghi si legge che secondo l’Ocse nel prossimo decennio la metà della crescita della produttività potrebbe derivare dall’AI e dalla sua diffusione nell’economia non solo, l’Economist ha scritto che in America l’AI avrebbe creato circa un milione di nuovi posti di lavoro, contro i circa 200 mila persi dal 2023. Quindi i dati fino ad oggi ci dicono che si tratta di una rivoluzione dirompente su cui occorre avere una politica di sviluppo europea. Dobbiamo anche ricordarci però che si tratta di una tecnologia ad alto consumo di energia e quindi è fondamentale avere anche un piano di politica energetica che rende le nostre imprese in grado di competere sui mercati.

Chiudiamo tornando alla domanda da cui siamo partiti. Qualche mese fa parlavamo delle sfide che attendevano le imprese in autunno. Oggi guardiamo allo spazio, all’intelligenza artificiale, alla difesa, a tecnologie che cambiano a una velocità impressionante. Se dovesse indicare una scelta da compiere adesso perché Verona non si trovi tra dieci anni a inseguire questa trasformazione, quale sarebbe?

L’unica scelta possibile: dobbiamo scegliere l’industria. Sul tavolo ci sono tante questioni aperte ormai da anni: Marangona, Mobilità, Qualità della vita, attrattività e sono convinto che la risposta sia solo una: scegliere di essere un territorio industriale e manifatturiero perché solo l’impresa ha le potenzialità per generare sviluppo, attrarre investimenti e stimolare l’innovazione. Guardiamo i numeri: l’industria genera circa 15% del Pil percentuale che raddoppia considerando anche l’indotto. Il settore manifatturiero svolge un ruolo strategico per la competitività del Paese. Viene dalla manifattura oltre un terzo degli investimenti nazionali, e circa il 50% delle risorse destinate alla ricerca e sviluppo, alimentando innovazione e progresso tecnologico. È inoltre il principale protagonista dell’export italiano, che per oltre il 95% è riconducibile a produzioni manifatturiere. Avere una visione industriale di Verona vuol dire avere una visione di sviluppo e crescita che si integri nel territorio e sia di spinta al benessere delle persone.




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