C’è tanto debito in giro. E il fatto di essere grandi, come un big del tech o uno Stato, non garantisce dai rischi. La regola da tenere sempre a mente su rendimenti e prezzi dei titoli di Stato


Due fotografie scattate alla Casa Bianca — sempre più un palcoscenico e sempre meno un’istituzione — sono emblematiche del nostro tempo. La prima è recente. Vede il presidente degli Stati Uniti circondato da tutti i grandi protagonisti della corsa all’Intelligenza artificiale (Ai): da Huang (Nvidia) ad Altman (OpenAi), da Amodei (Anthropic) a Zuckerberg (Meta) e via di seguito. Non è la prima volta che ciò accade. Ma lo scatto ha fornito l’occasione all’economista francese Gabriel Zucman, autore della proposta di tassazione dei grandi capitali (che pare ispirare anche il campo largo italiano), di stimare su «X» gli imponibili fiscali di tutti i presenti. La massima concentrazione di Paperoni di tutti i tempi (compreso Trump che, pur povero al confronto con i suoi ospiti, non se la passa malissimo). Un gettito fiscale complessivo ipotetico e stellare.
La seconda immagine è del febbraio dello scorso anno e vede riuniti nell’ufficio ovale, intorno al padrone di casa, i principali esponenti delle confessioni religiose americane. Sono assorti, quasi in trance, in una preghiera officiata da Paula White-Cain, imprenditrice della «fede del denaro». La massima concentrazione di pastori d’anime. Sono due mondi distanti ma fino a un certo punto. Il settore high tech appare, non raramente, preda di una visione fideistica dell’economia e della finanza.
I suoi protagonisti, onusti di fama e denaro, si comportano non raramente come se fossero investiti da una specie di missione evangelica della tecnologia. Le varie chiese o sette sfruttano abilmente gli strumenti digitali e la stessa Intelligenza artificiale per fare proseliti. Addirittura, sostenendo l’esistenza di una «teologia della prosperità». Chi è ricco lo è perché merita di esserlo. Due fenomeni ormai caratteristici. Tutto si polarizza. Le posizioni moderate, in politica, hanno minore presa. Convincono di meno perché realisticamente promettono poco. Non fanno sognare, ma non illudono.
In parallelo, sul versante dell’innovazione, c’è spazio, attenzione, risorse, quasi solo per le avventure più estreme. E, nello stesso tempo, più affascinanti, anche se qualche volta distopiche. Certo, siamo sulla frontiera inesplorata del progresso, dunque tutto è benvenuto. La fiducia, o meglio la fede, nelle gesta dei protagonisti più affermati, è però assoluta. E forse un filo pericolosa.
In questi giorni si è sviluppato un dibattito, che speriamo non rimanga confinato a un ambito accademico, sui pericoli della concentrazione. In perfetta controtendenza rispetto alla necessità, sentita con particolare affanno soprattutto dagli europei, di creare soggetti, nell’economia e nella finanza, con masse critiche sempre più rilevanti. In un articolo su Il Sole 24 Ore, Donato Masciandaro e Gianmarco Ottaviano, si domandano se Nvidia non svolga un ruolo sistemico simile a quello della Federal Reserve, cioè della più grande banca centrale del mondo. Una similitudine che entrambi tendono a respingere ma che non è così improponibile. La Fed fornisce liquidità monetaria. Nvidia determina l’offerta di «liquidità di calcolo». Paragone suggestivo. «La prima può accelerare o frenare, la seconda può solo accelerare». In questa esagerata sintesi vi è tutta la pericolosità del momento che stiamo vivendo.
Chi accelera ha bisogno di una grande leva finanziaria. Il «collaterale» cioè la garanzia, è una tecnologia, quella dei microprocessori di cui è rapida sia l’evoluzione sia l’obsolescenza. Forse è anche questa una delle ragioni che spiegano perché molti dei partecipanti alla prima «foto segnaletica», chiedano alla politica di «frenare» l’Intelligenza artificiale. Preoccupati più della sostenibilità dei loro bilanci che dei destini del resto dell’umanità.
Un altro importante contributo, sempre sul tema della concentrazione (geografica, settoriale, proprietaria, dimensionale), è apparso su Economia e Management di questo mese. E lo ha scritto Maurizio Dallocchio.
La prima criticità riguarda il debito mondiale. Prima di tutto statale.
Il Fondo monetario prevede per il 2031 un debito lordo vicino al 142% del Pil per gli Stati Uniti e al 127% per la Cina. «Una quota crescente di domanda mondiale dei capitali — scrive Dallocchio — proviene da pochi emittenti sovrani enormi». Ciò spinge all’insù i rendimenti e il costo del denaro, fa tremare il mercato obbligazionario. Quello che è accaduto in questi giorni sui titoli di Stato di molti Paesi europei. Ma ci sono anche i privati. Sono fortemente indebitati anche loro. Con una «piccola» differenza. Chi è grande, soprattutto nell’high tech, raccoglie capitali più facilmente, a tassi più bassi di alcuni stati. Altri settori meno attraenti, ma non privi di importanza economica con ritorni non disprezzabili, soffrono una rarefazione del credito. 
L’ultimo rapporto Mediobanca mette in chiaro le difficoltà di finanziamento bancario di molte imprese europee, spesso di quelle che si vorrebbe far crescere e aggregare. «A settembre 2026 — nota ancora Dallocchio — le prime otto società mondiali si avvicinavano complessivamente a un valore di circa 30 mila miliardi di dollari; circa dodici volte il corrispettivo delle prime otto nel 2005». Secondo la Fed — come ha riportato Vittorio Carlini su Il Sole 24 Ore — nel secondo trimestre del 2026 lo 0,1 per cento dei superricchi è arrivato a possedere, tra corporate equity e mutual fund share, ben 16 mila e 154 miliardi di dollari contro i 12 mila 360 miliardi di un anno prima.
Qual è il problema, allora? «La dimensione viene confusa con l’assenza di rischio». C’è anche una concentrazione proprietaria. E siamo sempre alla foto di cui sopra. Secondo i dati Ocse, cinque grandi azionisti detengono il 35% circa delle prime dieci società per capitalizzazione, circa diecimila miliardi di valore. «Per anni ci siamo preoccupati — conclude Dallocchio — soprattutto dei soggetti troppo grandi per fallire. Oggi dovremmo preoccuparci anche dei sistemi troppo concentrati per assorbire un errore». E magari, aggiungiamo noi, anche in grado di vedere — grazie soprattutto all’Ai — l’errore prima di doverlo assorbire. Ma in una platea di semidei o di nuovi messia è assai difficile.  

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