Una serie di eventi concatenati avvenuti negli ultimi giorni ha impresso una brusca accelerazione nella corsa per la successione di Christine Lagarde alla guida della Banca Centrale Europea. L’innesco, senza ombra di dubbio, è a Parigi. La crisi politica della Francia, chiamata a far digerire una manovra lacrime e sangue, fatta di tagli e tasse aggiuntive per oltre 50 miliardi, a un Parlamento alla deriva, senza una maggioranza, si innesta nella doppia crisi dei carburanti e delle rivolte studentesche. Le forze radicali di destra e sinistra, sempre più desiderose di passare all’incasso delle urne, non sono affatto disposte a fare concessioni al disgraziato governo Lecornu. Il presidente Emmanuel Macron, ormai con un piede già fuori dall’Eliseo, dedica le ultime, deboli forze del suo mandato quasi esclusivamente alla politica estera, presentandosi come l’avamposto europeo contro le minacce ibride russe e le politiche commerciali sleali cinesi.
Lo sbando di un intero Paese si riflette nei numeri. Lo spread tra i titoli di Stato francesi e quelli tedeschi viaggia intorno ai 150 punti base, livello più alto anche dei Paesi storicamente più indebitati come Italia e Grecia. La sfiducia dei mercati del resto è dovuta a diversi fattori. La traiettoria fiscale delineata dal Governo con il progetto di bilancio appena varato non convince nessuno. Non che sia ambiziosa: Lecornu ha presentato una correzione da 54 miliardi per portare il deficit dal 5,4% al 5% del Pil, senza la quale il disavanzo del 2027 si avvicinerebbe al 6,5%. A fine giugno, il suo debito pubblico ammontava a 3.596 miliardi di euro, pari al 119% del Pil. Un titolo di Stato francese a dieci anni venerdì scontava un rendimento del 4,88%. L’aumento della spesa per interessi è destinato a pesare sempre di più sui conti pubblici: supererà i 90 miliardi di euro nel prossimo anno, una cifra di gran lunga superiore a quella che il governo prevede di spendere per la difesa (63,4 miliardi) o per l’istruzione (65,5 miliardi). Un quadro fosco, e al tempo stesso ottimistico: secondo l’Alto consiglio delle finanze pubbliche la legge di bilancio poggia su previsioni fin troppo positive, sopravvalutando il potenziale apporto futuro degli investimenti privati.
Nel dibattito pubblico si è tornato persino a scomodare un possibile intervento della Troika: i conti francesi – è la tesi prevalente – devono rientrare giocoforza su un percorso sostenibile, che al momento non si intravede. E se la destra di Marine Le Pen dovesse vincere le presidenziali del prossimo anno, nessuno si illude che ciò avvenga. Tanto più se dovesse avere successo la sinistra di Jean-Luc Mélenchon che sta incendiando il dibattito pubblico con la sua proposta di cancellare tout court il debito pubblico francese detenuto dalla Bce.
Le tensioni parigine hanno però un riverbero diretto sulle partite europee. Quella della Bce, innanzitutto. Candidarsi alle elezioni presidenziali “non sarebbe affatto una buona idea”, ha detto in settimana Lagarde, che ha poi aggiunto: qualora dovesse lasciare l’incarico in anticipo nel 2027, si tratterebbe solo di una questione di pochi mesi. Non ha detto quanti, ma il calendario viene in soccorso. Il suo mandato a Francoforte scadrebbe a ottobre del prossimo anno, ma in Francia si vota ad aprile. L’incertezza che avvolge l’esito delle presidenziali tocca da vicino la Bce: il futuro leader della seconda economia europea avrà una voce di peso nella scelta. Di qui la possibile via d’uscita: definire la partita di nomine dell’istituzione monetaria prima del nuovo presidente francese.
Infatti non c’è solo Lagarde. A maggio 2027 scadrà la poltrona di Philip Lane, capo economista della Bce e figura chiave nella definizione della politica monetaria dell’Eurozona a Francoforte. A ottobre, come detto, scade Lagarde, due mesi prima della conclusione del mandato della tedesca Isabel Schnabel (dicembre 2027), rappresentante di peso della Germania nel Comitato esecutivo dell’istituzione europea. O almeno questo era il cronoprogramma: Schnabel si è chiamata fuori annunciando che lascerà prima il Board Bce per passare, da gennaio, al Fondo Monetario Internazionale.
La Germania perde così, per il momento, il suo rilievo nel comitato esecutivo della Banca Centrale Europea. Ora le manovre però sono partite. Come rivelato da Bloomberg, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha in programma dei colloqui con i due candidati più quotati per prendere il posto di Lagarde: l’olandese, e noto falco in politica monetaria, Klaas Knot, e lo spagnolo Pablo Hernandez de Cos. Madrid spera che stavolta possa essere la volta buona per guidare Francoforte, anche perché con la fine del mandato di Luis de Guindos alla vicepresidenza – sostituito dal croato Boris Vujčić – il suo peso politico si è sensibilmente ridotto. Peraltro può vantare il suo successo economico, con tassi di crescita doppio rispetto a Francia, Germania e Italia. La possibilità di elezioni anticipate in Spagna, dovute alla pesante sconfitta in Parlamento del premier Pedro Sánchez sui decreti Maricarmen contro l’emergenza abitativa, aggiunge ulteriore urgenza alla faccenda.
Il fronte del Nord Europa, dopo Draghi e Lagarde, spera invece che stavolta gli equilibri politici gli siano favorevoli, e che l’ex governatore della banca centrale olandese possa guidare la politica monetaria, in un contesto peraltro dove è richiesto il pugno duro contro l’inflazione anche se a discapito della già debole crescita, è il ragionamento.
L’attivismo di Merz insomma è l’ultima prova che dietro le quinte i governi europei sono già al lavoro per dare un nuovo volto alla Bce prima dei voti in Francia e in Spagna. E che una decisione è imminente. Chi invece è assente dalla partita è Roma. “Credo – ha detto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti – che sia opportuno anche data la situazione generale fare chiarezza al più presto”. Al momento, ha messo in chiaro, “non c’è un candidato italiano, l’Italia ha già ottenuto un grande successo economico-diplomatico con Carlo Comporti, presidente dell’Esma che entrerà in carica nelle prossime settimane” ha ricordato. L’Italia del resto già esprime Piero Cipollone nel comitato esecutivo. Mentre, da qui a pochi mesi, ai vertici Bce mancheranno all’appello un francese, un tedesco e uno spagnolo.
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