Mostruosa, atroce, feroce, crudele, bestiale, terrificante, spietata, barbara, agghiacciante, orrenda, infernale, abominevole, sadica, nefanda, disumana. Eppure nessuno di questi aggettivi basta a descrivere l’orrore di un rogo pubblico in cui quattro uomini sono stati bruciati vivi perché avevano osato ribellarsi alla schiavitù. Non è avvenuto nella Louisiana dell’Ottocento, nell’America schiavista delle piantagioni, ma al km 395 della Statale 106 jonica, all’interno di un’area di servizio IP tra Amendolara e Roseto Capo Spulico, in provincia di Cosenza, nel 2026. Quattro uomini. Quattro vite che non sapremo mai raccontare fino in fondo. Quattro figli, forse quattro padri e quattro mariti, di sicuro quattro fratelli, con un passato, degli affetti, dei sogni e delle paure, dati alle fiamme come monito per tutti gli altri schiavi che osano ribellarsi. Di loro non resta che cenere e fumo. E il coro di una infame politica che, come sempre, prova a coprire l’odore del bruciato con i comunicati di cordoglio e indignazione. Una politica perfettamente consapevole delle condizioni alle quali sono sottoposti ogni giorno migliaia di lavoratori stranieri impegnati nella raccolta di ciò che finisce sulle nostre tavole. Troppo consapevole per rifugiarsi oggi nell’indignazione. Si accorgono, ci accorgiamo, di loro soltanto quando muoiono bruciati nelle baracche in cui vivono. Oppure quando vengono lasciati morire dissanguati dopo un incidente sul lavoro perché nessuno li accompagna in ospedale. O ancora quando qualcuno crolla per sfinimento in un campo sotto il sole. Per il resto sono invisibili. Pagati pochi euro e trattati come bestie da caporali che da sempre agiscono indisturbati sotto gli occhi di tutti: procure, forze dell’ordine, sindacati, partiti, amministrazioni e uffici preposti al controllo.
Ma il caporale non è mai il vertice del sistema. Nella tradizione schiavista è quasi sempre uno schiavo trasformato in sorvegliante. Il capò. Come il kapò dei lager nazisti, un ebreo incaricato di controllare gli altri ebrei deportati. O come Stephen nel film Django Unchained (2012) di Quentin Tarantino, schiavo fedele che esercita per conto del padrone bianco un controllo feroce sugli altri neri della piantagione. Che sia nero, giallo, rosso, verde, arancione o blu, dietro ogni caporale c’è sempre un padrone che trae profitto da quel sistema. Questo è il punto: è troppo comodo fermarsi al caporale. Perché la schiavitù comincia molto prima. Comincia da chi offre paghe da fame, da chi non si pone nemmeno il problema di come si possa vivere con 15 euro al giorno. Sono loro i mandanti morali del rogo pubblico dei quattro lavoratori. Perchè sanno benissimo che quelle paghe da fame costringono i braccianti a vivere in baracche fatiscenti, senza acqua e senza luce. E i più fortunati vivono in dieci dentro appartamenti di pochi metri quadrati, come nel caso dei quattro uomini, tre afghani e un pakistano, bruciati vivi da due caporali pakistani perché “pretendevano” non solo la paga di 350 euro al mese per dieci- dodici ore di lavoro al giorno nei campi e si rifiutavano di versare una quota consistente del salario ai caporali, ma addirittura pretendevano condizioni di lavoro più umane.
Una richiesta inaccettabile per i caporali pakistani che hanno sempre operato nell’impunità, convinti che uno schiavo non abbia il diritto di ribellarsi al proprio padrone. E il modo in cui si arriva alla strage lo dimostra. I due caporali caricano in macchina i quattro braccianti, anzi cinque, perché uno riuscirà a sfuggire al rogo, e agiscono alla luce del sole. Riempiono l’auto di benzina senza preoccuparsi delle telecamere, degli altri automobilisti presenti nell’area di servizio o di lasciare tracce. Poi danno fuoco alla vettura e bloccano dall’esterno, fisicamente, gli sportelli per impedire ai braccianti di uscire. Non c’è alcun tentativo di nascondersi, nessuna cautela, nessuna paura di essere riconosciuti. Come se fossero convinti di agire nel giusto, di esercitare un diritto. Come se punire chi osa ribellarsi alla schiavitù fosse, per loro, la cosa più normale del mondo. Del resto, i due infami, e speriamo futuri ergastolani, provengono da un Paese dove la schiavitù ha radici storiche profonde che arrivano fino ai giorni nostri. Una delle più diffuse è la cosiddetta “schiavitù per debito”, una pratica che colpisce soprattutto le fasce più povere della popolazione. Si chiama “peshgi” e coinvolge almeno due milioni di persone. In teoria è un prestito; nella realtà è una condanna. Gli interessi crescono così rapidamente che il debito diventa impossibile da estinguere, trasformando chi lo contrae in uno schiavo e costringendo intere famiglie, per generazioni, a lavorare gratis senza riuscire mai a liberarsi. Il Pakistan è anche il Paese di Iqbal Masih, il bambino pakistano diventato simbolo mondiale della lotta alla schiavitù: venduto a quattro anni a una fabbrica di tappeti, diventato attivista e assassinato nel 1995 a soli dodici anni. Ecco: i due hanno agito sentendosi legittimati da tutto questo. E quello che noi definiamo follia, per loro non lo era.
Se davvero si vuole combattere il caporalato e la schiavitù nei campi, non basta arrestare i caporali. Bisogna colpire chi trae profitto da questo sistema e continua a nascondersi dietro la figura del caporale per scaricare ogni responsabilità. Bisogna punire severamente chi viola la legge e, allo stesso tempo, sostenere e premiare le tante aziende agricole che operano nel rispetto delle regole, dei contratti e della dignità dei lavoratori. È qui che la politica continua a fallire. Perché conosce il problema, lo denuncia dopo ogni tragedia, ma raramente produce gli strumenti necessari per eliminarlo.
Resta poi un’altra questione. Per come i fatti sono stati raccontati finora, diversi aspetti della dinamica appaiono ancora poco chiari. Sarà il lavoro degli investigatori accertare ogni responsabilità e ricostruire con precisione quanto accaduto. Resta però difficile non chiedersi come sia stato possibile costringere quattro uomini giovani a morire bruciati vivi dentro un’automobile senza che, almeno per quanto emerso finora dalle immagini, risultino evidenti tentativi disperati di uscire dall’abitacolo, soprattutto considerando che uno di loro è riuscito a salvarsi.
In attesa che ogni punto venga chiarito, resta soltanto il dovere del rispetto. Per quattro uomini partiti da casa con la speranza di guadagnarsi da vivere e che non faranno mai ritorno. Per le madri che li aspettavano, per le mogli, per i figli, per i fratelli. Per chi, a migliaia di chilometri di distanza, dovrà fare i conti con una perdita che nessuna spiegazione e nessuna sentenza potranno mai colmare.
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