Quattro, sei ore al giorno: è il tempo che un adolescente europeo passa oggi davanti a uno schermo. Ieri, 16 settembre 2026, a Strasburgo, Ursula von der Leyen ha deciso che è troppo. Durante il discorso sullo stato dell’Unione europea, la presidente della Commissione europea ha anticipato una nuova bozza di legge dal nome EU Kids Act, un ulteriore provvedimento verso la tutela dei minori, adottato oggi dalla Commissione europea.
Il contesto
Il 10 dicembre 2025 l’Australia vieta ai minori di 16 anni di avere un account sui social, con responsabilità delle piattaforme (non dei ragazzi o genitori) e sanzioni fino a 50 milioni di dollari.
Qualche giorno dopo, sulla scia australiana, la Francia annuncia il divieto under 15, mentre, successivamente, il 3 febbraio 2026, il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, annuncia il divieto agli under 16. Il 5 marzo in Europa, il Gruppo speciale sulla sicurezza dei minori online, voluto dalla von der Leyen, tiene la sua prima riunione. Il gruppo consta di oltre 60 esperti tra società civile, pediatri, neuropsichiatri infantili e tecnologi.
Mentre in America, quasi in contemporanea (nello stesso mese), dopo anni di proteste di esperti sanitari, politici e genitori contro gli effetti di piattaforme come TikTok, Instagram e Facebook sulla salute mentale dei minori, arriva il primo vero punto di rottura: a Los Angeles una giuria condanna Meta (Facebook, Instagram e WhatsApp) e Google (YouTube) a risarcire con 3 milioni di dollari – poi altri 3 per danni punitivi – una ragazza di vent’anni per l’ansia e la depressione sviluppate durante l’infanzia a causa della dipendenza dai social. Il verdetto non resta confinato agli Stati Uniti: innesca un effetto domino che attraversa l’Atlantico.
Due mesi dopo, in Italia si apre al Tribunale delle Imprese di Milano la prima udienza europea per un’azione collettiva contro Meta e TikTok – non risarcitoria, ma inibitoria: chiede di far cessare pratiche come la verifica insufficiente dell’età e gli algoritmi che alimentano lo scroll infinito. La prossima udienza è fissata al 19 novembre 2026.
Il 6 luglio la Spagna lancia a Ginevra, nell’ambito del primo Forum delle Nazioni Unite sulla governance dell’intelligenza artificiale, una coalizione internazionale per i diritti e la protezione dell’infanzia nell’era dell’IA. E il 13 luglio 2026 viene consegnata la relazione finale del Gruppo speciale sulla sicurezza dei minori online.
Due settimane dopo, il 21 luglio, il Parlamento francese approva in via definitiva il divieto di iscrizione ai social media per i minori di 15 anni, rendendo la Francia il primo paese dell’Unione europea ad adottare un divieto generalizzato di questo tipo – un primato durato appena ventiquattro giorni. Il 14 agosto, infatti, il Conseil constitutionnel dichiara incostituzionale proprio l’articolo cardine della legge, giudicandolo “una violazione inadeguata, non necessaria e sproporzionata” della libertà d’espressione dei minori. Macron incarica allora il premier Lecornu di riscriverla, con l’obiettivo di arrivare a un nuovo testo entro la primavera 2027.
E il 16 agosto, Oléa Orban, una quattordicenne belga, muore suicida, vittima di cyberbullismo.
Tornando in America, due giorni dopo si apre ad Oakland un maxi-processo federale promosso da una coalizione di 29 procuratori generali statali – California in testa, poi Kentucky, Colorado, New Jersey – contro Meta, con la stessa accusa: aver progettato deliberatamente Facebook e Instagram per creare dipendenza tra bambini e adolescenti, pur conoscendone i danni sulla salute mentale (tra i casi citati in aula, adolescenti morti suicidi – Livia Castro, 13 anni; Rivers Kelleher, 14 – collegati all’uso compulsivo delle piattaforme). Il processo si chiude in meno di due settimane: il 26 agosto Meta patteggia 16,68 miliardi di dollari agli Stati coinvolti, più altri 2,2 miliardi destinati alla California, senza alcuna ammissione di colpa.
Dopo circa nove mesi di sentenze, cause, leggi bocciate, fatti di cronaca, finalmente a Bruxelles arriva la presentazione di un nuovo regolamento: l’EU Kids Act.
L’EU Kids Act: cosa prevede la nuova legge
La Commissione europea ha infatti adottato l’EU Kids Act per rafforzare la sicurezza online dei minori in tutta l’Unione. La bozza riguarda i social network, piattaforme video, videogiochi, chatbot e AI companion (questi ultimi con misure specifiche).
L’EU Kids Act, anche se si ispira alla legge australiana, vieta alle piattaforme di social media l’accesso ai minori di 13 anni e fissa a 15 anni l’età minima a livello europeo per l’apertura di un account personale. Tra i 13 e i 15 anni non compiuti viene invece permesso un accesso graduale, con account introduttivi sotto controllo parentale, contatti e tempo di utilizzo limitati.
La proposta, sulla scia del Digital Services Act (già in vigore dal 17 febbraio 2024), riprende il tema del rischio legato al design con cui tali piattaforme sono state sviluppate, imponendo limitazioni alle architetture capaci di incentivare comportamenti compulsivi come lo scroll infinito, le notifiche artificiali, i sistemi di ricompensa e i recommendation system che possano trascinare il minore nei cosiddetti rabbit hole. Per quanto riguarda chatbot e AI companion, i rischi individuati riguardano invece la loro capacità di instaurare interazioni continuative e fornire indicazioni che il minore può interpretare come consigli personali, persino su salute mentale e sviluppo individuale.
L’innovazione della proposta rispetto alle altre riguarda proprio la redistribuzione della responsabilità: è richiesto alle piattaforme di verificare l’età, predisporre controlli parentali efficaci e dimostrare il rispetto delle prescrizioni di sicurezza.
È quindi evidente come un precedente giudiziario USA da 18 miliardi renda molto più difficile per le big tech sostenere in sede europea che regole di questo tipo siano “irrealizzabili”, come finora era stato fatto – la Commissione può così citare Meta stessa come prova che certe misure sono tecnicamente ed economicamente sostenibili.
«Non dobbiamo accettare funzionalità che creano dipendenza. Non dobbiamo accettare che i bambini vengano attratti da contenuti sempre più estremi. Non dobbiamo accettare che le foto delle ragazze vengano utilizzate per creare immagini sessualizzate generate dall’intelligenza artificiale», ha affermato von der Leyen.
Francesca Centola, consulente di Save the Children per i diritti dei bambini nell’ambiente digitale, ha dichiarato: “Per troppo tempo, ci si è aspettati che i bambini si muovessero in ambienti digitali non progettati tenendo conto dei loro diritti. Il messaggio odierno della presidente von der Leyen lancia un segnale importante: la responsabilità della sicurezza dei bambini negli ambienti digitali spetta ai fornitori di servizi digitali. L’Europa ha sia la responsabilità che il potere di agire”.
Chat Control, la confusione dentro la confusione
Il Kids Act non è il primo tentativo dell’Unione di intervenire sulla tutela dei minori online. Da anni la Commissione lavora anche su un fronte parallelo – il cosiddetto Chat Control – che riguarda però uno scenario diverso e ancora più delicato: non la dipendenza da design, ma la prevenzione degli abusi sessuali sui minori. Entrambi i dossier rientrano nella Strategia dell’Unione europea sui diritti dei minori, lanciata dall’UE nel 2021: un ventaglio di politiche e finanziamenti volti a proteggere i diritti dell’infanzia, la cornice su cui oggi si innesta anche l’EU Kids Act.
Qui, però c’è da porre attenzione: finora c’è stata una crescente confusione nel dibattito mediatico sul Chat Control. E il rischio è che aumenti con l’EU Kids Act, dal momento che ci sono alcuni aspetti paralleli tra i due regolamenti.
Chat Control 1.0 e 2.0
Esistono infatti due Chat Control. Il cosiddetto Chat Control 1.0 è il Regolamento (UE) 2021/1232: una deroga temporanea alla direttiva ePrivacy, adottata il 14 luglio 2021 dal Parlamento europeo e dal Consiglio. Scaduta a inizio 2026, è stata reintrodotta il 9 luglio e resterà in vigore fino al 2028. Permette (non obbliga) ai provider di scansionare messaggi privati di utenti non sospettati per potenziale materiale di abuso su minori, senza riguardare le comunicazioni cifrate end-to-end.
L’11 maggio 2022, invece, veniva presentato quello che sarebbe poi stato definito il Chat Control 2.0, ovvero il CSAR (Child Sexual Abuse Regulation). Quest’ultimo richiederebbe alle piattaforme digitali di valutare e mitigare il rischio di essere usate per distribuire materiale di abuso o adescare minori, con un centro europeo dedicato al coordinamento. È in negoziazione da anni tra le istituzioni, con versioni diverse che hanno incluso valutazioni di rischio obbligatorie, ordini di rilevamento, verifica dell’età e obblighi estesi a una gamma più ampia di servizi online. Il punto più caldo resta la cifratura: per ora Chat Control 2.0 non include la scansione dei messaggi cifrati, ma è la parte su cui il negoziato si gioca davvero.
Chat Control e EU Kids Act
I due fronti – dipendenza e abusi – restano concettualmente distinti, ma non impermeabili tra loro. Condividono infatti lo stesso strumento tecnico più discusso, la verifica dell’età, richiesta tanto dal Kids Act quanto, in alcune versioni, dal CSAR – anche se con finalità diverse: accertare chi sei nel primo caso, individuare cosa scrivi nel secondo. Condividono anche la stessa filosofia normativa, il ribaltamento dell’onere della prova sulle piattaforme. E condividono, infine, lo stesso tronco comune: il Digital Services Act, che già impone alle piattaforme di grandi dimensioni di valutare i rischi sistemici per la protezione dei minori – il terreno su cui si innestano sia il Kids Act sia il CSAR.
Dove puntare la bussola
Quattro, sei ore al giorno, il numero da cui siamo partiti, non cambierà con un comunicato stampa e nemmeno con una legge già scritta: l’EU Kids Act è oggi una proposta, non ancora una norma in vigore. Dovrà attraversare lo stesso iter, tra Parlamento europeo e Consiglio, che ha tenuto in stallo il Chat Control 2.0 per anni e che appena un mese fa ha bocciato la legge francese – il precedente più recente di quanto sia fragile, giuridicamente, tradurre un allarme sociale condiviso in un divieto che regga alla prova dei tribunali.
Resta, tuttavia, una differenza sostanziale rispetto ai tentativi passati: per la prima volta la Commissione arriva al tavolo del negoziato con un precedente giudiziario da 18 miliardi di dollari in tasca, e non più solo con proiezioni, report ed enunciati di principio. È un argomento che cambia i rapporti di forza, anche se non ne garantisce l’esito.
Nei prossimi mesi, la notizia sarà probabilmente il tira e molla tra Bruxelles, Strasburgo e le capitali sulle soglie d’età, sulle sanzioni, sui tempi di attuazione. Varrà allora la pena ricordare, leggendo quelle notizie, la bussola appena tracciata: da un lato la dipendenza da design, dall’altro la prevenzione degli abusi. Due battaglie che l’Europa sta provando a combattere. (Immagine: Depositphotos)
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