Scopri quando è possibile scalare i debiti dall’assegno divorzile e perché questa regola non si applica mai al mantenimento dei figli minori.
Quando un matrimonio finisce e interviene una sentenza di divorzio, la gestione dei rapporti economici tra gli ex coniugi diventa spesso una ragnatela di crediti e debiti incrociati. Non è raro che, mentre un soggetto deve versare una somma mensile all’altro, sia a sua volta creditore di cifre importanti per altre ragioni, magari legate alla divisione dei beni o a vecchie pendenze legali. In questo scenario, sorge spontanea una domanda che tocca le tasche di migliaia di persone: «Posso compensare i debiti con l’assegno divorzile da pagare all’ex?». La risposta della giurisprudenza è articolata e si basa su una distinzione netta tra le diverse tipologie di assegno. Capire se sia possibile evitare un esborso di denaro liquido sfruttando un proprio credito è fondamentale per gestire correttamente la fase post-coniugale. In questo articolo analizziamo come la legge permetta la compensazione per l’assegno destinato all’ex coniuge, ponendo però un limite invalicabile quando si tratta dei figli, il cui sostentamento gode di una protezione speciale e assoluta nel nostro ordinamento.
Che cos’è la compensazione tra i debiti di due ex coniugi?
La compensazione è un meccanismo previsto dal codice civile che permette l’estinzione di due debiti reciproci. In termini semplici, se io devo darti cento euro e tu devi darmene ottanta, io posso versarti solo la differenza di venti euro. Questo sistema serve a semplificare i rapporti economici e a evitare inutili passaggi di denaro (cod. civ. art. 1241). Tuttavia, nel diritto di famiglia, questo principio non si applica sempre in modo automatico. Esistono infatti dei crediti che la legge considera “intoccabili” perché servono a garantire la sopravvivenza o i bisogni essenziali di una persona.
Quando parliamo di rapporti tra ex coniugi, dobbiamo distinguere tra l’assegno divorzile e il mantenimento dei figli. La giurisprudenza più recente ha chiarito che l’assegno versato all’ex coniuge non ha sempre una natura strettamente alimentare. Questo significa che non è necessariamente finalizzato a coprire lo stretto necessario per mangiare o sopravvivere, ma risponde a un dovere di assistenza materiale che deriva dal precedente vincolo matrimoniale (legge 1 dicembre 1970 n. 898, art. 5). Proprio questa distinzione permette di applicare la compensazione in molti casi riguardanti gli ex coniugi.
Per poter operare questa operazione, i crediti devono avere tre caratteristiche precise:
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devono essere certi, ovvero non contestati o accertati da un giudice;
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devono essere liquidi, cioè determinati nel loro ammontare preciso in denaro;
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devono essere esigibili, ossia non sottoposti a termini o condizioni che ne blocchino il pagamento.
Perché l’assegno divorzile si può compensare a differenza del mantenimento?
La questione ruota tutta intorno alla natura alimentare del credito. Un credito è alimentare quando serve a garantire il sostentamento di una persona che si trova in uno stato di bisogno e non è in grado di provvedere a se stessa. La legge protegge questi crediti vietandone la compensazione, perché il creditore rischierebbe di rimanere senza le risorse minime per vivere se il suo debito venisse scalato. Per i figli minori o maggiorenni non autosufficienti, l’assegno ha sempre questa natura. I figli hanno diritto a essere mantenuti, istruiti ed educati (cod. civ. art. 147), e questo diritto è indisponibile.
L’assegno divorzile per l’ex coniuge ha invece una funzione diversa. Esso serve a riequilibrare le condizioni economiche tra le parti, tenendo conto del contributo dato da ciascuno alla vita familiare e alla formazione del patrimonio comune. Poiché si fonda sul diritto all’assistenza materiale e non necessariamente su uno stato di indigenza estrema, la legge permette che tale credito possa essere oggetto di compensazione legale o giudiziale. Se l’ex moglie ha diritto a un assegno di mille euro, ma deve al contempo restituire al marito cinquemila euro per una quota di un immobile, il marito può legittimamente smettere di pagare l’assegno fino a quando il suo credito non sarà estinto.
Questo principio è stato confermato dal Tribunale di Ancona (sentenza 28 novembre 2025 n. 1972), che ha dato ragione a un uomo che si era visto notificare un atto di precetto per oltre 127.000 euro di arretrati. L’uomo ha dimostrato di essere a sua volta creditore della ex moglie per una somma ben superiore, circa 303.000 euro, derivante da altre sentenze definitive. Il giudice ha stabilito che, trattandosi di assegno divorzile e non di mantenimento figli, la compensazione era perfettamente valida.
Quali sono i rischi di un atto di precetto per assegni non pagati?
L’atto di precetto è l’ultimo avviso formale che un creditore invia al debitore prima di iniziare un pignoramento. Quando un ex coniuge non riceve l’assegno stabilito dalla sentenza, può utilizzare quella stessa sentenza come titolo esecutivo per chiedere il pagamento forzato. Tuttavia, se il debitore ritiene di non dover pagare perché vanta un controcredito, deve agire tempestivamente proponendo una opposizione a precetto.
In questa fase, il debitore può chiedere al giudice di sospendere l’efficacia esecutiva del titolo se esistono gravi motivi. Se il giudice si convince che il debito è stato estinto per compensazione, l’atto di precetto perde ogni valore. Nel caso analizzato ad Ancona, il tribunale ha rilevato che entrambi i crediti erano derivanti da sentenze passate in giudicato, e quindi indiscutibili. Di conseguenza, ha dichiarato l’inefficacia dell’intimazione di pagamento, annullando la pretesa della ex moglie.
È importante ricordare che la compensazione opera fino alla concorrenza dei rispettivi importi. Se il mio credito è inferiore al mio debito, dovrò comunque versare la differenza. Se invece il mio credito è superiore, non solo non dovrò pagare l’assegno divorzile, ma resterò ancora creditore per la parte rimanente. La corretta gestione di questi passaggi evita il rischio di subire pignoramenti dello stipendio o dei conti correnti, che sono le conseguenze tipiche per chi ignora un precetto senza opporsi legalmente.
Perché il mantenimento dei figli è sempre intoccabile?
Il legislatore ha voluto creare una barriera invalicabile attorno alle somme destinate ai figli. Il mantenimento dei figli non autosufficienti è considerato un debito di natura superiore, legato a diritti fondamentali della persona che non possono essere barattati con altri debiti (cod. civ. art. 337-ter). Anche se il genitore collocatario (quello con cui vivono i figli) deve dei soldi all’altro genitore, quest’ultimo non può mai scalare quella somma dall’assegno destinato ai ragazzi.
In questo caso, si dice che i figli non sono legittimati attivi alla compensazione. In parole semplici, il denaro che il genitore versa non appartiene all’altro genitore, ma è destinato ai figli, anche se materialmente lo riceve l’ex coniuge per gestire le spese della casa. Se un padre vantasse un credito di diecimila euro verso la madre, non potrebbe comunque esimersi dal pagare i trecento euro mensili per il figlio. Se lo facesse, commetterebbe una violazione che potrebbe avere anche risvolti civili e sanzionatori pesanti.
Questa distinzione serve a garantire che i minori non subiscano le conseguenze dei conflitti economici tra gli adulti. Il patrimonio dei figli e il loro diritto a ricevere quanto necessario per la crescita non possono essere intaccati dai debiti personali dei genitori. La responsabilità patrimoniale del debitore (cod. civ. art. 2740) trova un limite proprio nella tutela dei soggetti deboli.
Come funziona la compensazione in tribunale?
Perché un giudice dichiari la compensazione giudiziale, non basta sostenere di avere un credito. Bisogna fornire prove documentali inoppugnabili. Le situazioni più frequenti riguardano:
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crediti derivanti dalla vendita della casa familiare;
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somme anticipate da un coniuge per debiti comuni o tasse;
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risarcimenti danni stabiliti in altre cause tra i due soggetti;
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restituzione di prestiti personali effettuati durante o dopo il matrimonio.
Nella vicenda di Ancona, la compensazione è stata definita “legale” oltre che giudiziale, perché i crediti erano già stati definiti da sentenze che non potevano più essere impugnate. Il giudice ha richiamato la giurisprudenza della Corte di Cassazione, la quale ha stabilito che l’assegno divorzile è una prestazione pecuniaria che non gode dell’immunità riservata ai crediti alimentari. Una volta accertata la coesistenza dei due debiti, il giudice emette una sentenza che dichiara l’estinzione delle reciproche pretese.
Questa procedura mette al riparo il debitore anche dalle spese legali future. Anzi, se l’ex coniuge ha notificato un precetto sapendo bene di essere a sua volta debitore di una somma maggiore, rischia di essere condannato a rimborsare tutte le spese di lite dell’opposizione, come effettivamente accaduto nella sentenza del Tribunale di Ancona n. 1972/2025. Il diritto agisce qui come uno strumento di equità, impedendo che una parte possa abusare del proprio titolo esecutivo a danno dell’altra.
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Angelo Greco
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