
Fermarsi a scrivere per lavorare meglio. Può sembrare un paradosso nell’epoca della velocità, delle riunioni in sequenza e delle decisioni da prendere in tempo reale. Eppure, proprio la scrittura sta emergendo come uno degli strumenti più interessanti per aiutare manager, imprenditori e team a fare chiarezza, migliorare la qualità delle decisioni, rafforzare la leadership e costruire organizzazioni più coese.
A sostenerlo è Alessandra Perotti, writer coach, editor e formatrice con oltre trent’anni di esperienza nel mondo dell’editoria e della scrittura, che negli ultimi anni ha portato la scrittura consapevole all’interno delle aziende. Non si tratta di imparare a scrivere meglio email o presentazioni, ma di utilizzare la scrittura come leva di sviluppo del capitale umano: uno strumento che aiuta a organizzare il pensiero, dare significato alle esperienze, aumentare la consapevolezza di sé e migliorare la qualità delle relazioni professionali.
Un approccio che integra coaching, neuroscienze e cultura organizzativa e che trova applicazione nei percorsi di leadership, team building, sviluppo dei talenti e persino nella costruzione dell’identità aziendale attraverso libri d’impresa e autobiografie imprenditoriali.
La scrittura, dunque, come una vera e propria “infrastruttura cognitiva”, come la definisce Perotti: una competenza trasversale che può incidere su engagement, collaborazione, benessere e performance.
Cosa l’ha indotta a portare la scrittura nelle aziende, ma non per fare copywriting”?
In tutto questo tempo ho visto cambiare profondamente il rapporto delle persone con la scrittura. Soprattutto in ambito professionale, la scrittura è stata considerata uno strumento tecnico: scrivere bene una e-mail, un comunicato, un testo di vendita… Tutto questo resta importante, ma non basta più. Anche nelle aziende le persone non cercano soltanto una posizione, uno stipendio o una carriera lineare: cercano senso, riconoscimento, benessere, possibilità di esprimere il proprio contributo. Durante le sessioni di coaching mi accorgo spesso che le domande più profonde sono: qual è il mio vero valore? In che modo il mio lavoro ha senso? Dove posso mettere davvero a frutto ciò che sono e ciò che so fare? È da qui che nasce la mia convinzione: oggi è il momento di portare la scrittura consapevole nelle aziende. E oggi le aziende hanno bisogno anche di questo. Hanno bisogno di persone competenti, certo, ma anche presenti, consapevoli, capaci di comunicare e collaborare meglio, e stare meglio. Perché il benessere non è più un tema accessorio: è una condizione necessaria per lavorare bene, per costruire team più solidi che siano in grado di sostenere la performance nel tempo. Dal mio punto di vista e per la mia esperienza, portare la scrittura in azienda significa aiutare le persone a ritrovare la propria voce anche dentro il lavoro: questo cambia anche il modo in cui partecipano alla vita dell’organizzazione.
In pratica lei che cosa fa? Ci spieghi esattamente chi è e cosa fa una writer coach?
Ne parlo in maniera approfondita nel mio libro “Writer coach. Chi è, che cosa fa, a chi serve” (Editrice Bibliografica): una writer coach – come nel mio caso – è una professionista che unisce due competenze: la scrittura e il coaching. Io accompagno persone, professionisti, manager e team a usare la scrittura non solo per comunicare meglio, ma per fare chiarezza, riconoscere il proprio talento, ritrovare focus e dare forma alla propria identità personale e professionale. Lavoro attraverso domande, esercizi guidati e percorsi di scrittura consapevole, autobiografica o strategica. Nel contesto aziendale, la writer coach porta la scrittura nei percorsi di formazione, leadership, team building e sviluppo HR.
Cosa si studia e come ci si forma per diventare writer coach?
Per diventare writer coach servono competenze diverse. Bisogna studiare molto la scrittura: tecniche narrative, scrittura autobiografica, scrittura consapevole e terapeutica. Io ho un laurea in giurisprudenza, ho approfondito la medicina narrativa, mi sono diplomata alla scuola di coaching certificata (InCoaching) specializzandomi in life coaching (e anche business coaching). Ho conseguito il diploma alla Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari con cui oggi collaboro. La formazione nel coaching è basilare. Sono diventata life coach proprio per acquisire un metodo: saper porre le domande giuste, ascoltare, aiutare la persona a fare chiarezza, senza sostituirsi a lei. Poi contano moltissimo l’esperienza, lo studio continuo e la pratica. Lavoro facendomi affiancare da una psicoterapeuta con cui potermi confrontare.
Lei definisce la scrittura una “infrastruttura cognitiva”. Ci spieghi meglio…
Definisco la scrittura una infrastruttura cognitiva perché sostiene il modo in cui pensiamo, comprendiamo, ricordiamo e decidiamo. Quando scriviamo, non stiamo solo “mettendo parole su carta”: stiamo costruendo ordine. I pensieri, che spesso nella mente restano confusi o sovrapposti, attraverso la scrittura diventano visibili. Possiamo osservarli, collegarli, selezionarli, dare priorità.


Qual è il beneficio più grande che un’azienda può trarre da questo nuovo utilizzo della scrittura?
Uscire dall’automatismo operativo e portare le persone a ragionare con maggiore lucidità. Un manager, un team, un imprenditore che scrivono imparano a vedere con più chiarezza problemi, risorse, obiettivi e possibilità. Quando le persone scrivono in modo consapevole imparano a comprendere meglio il proprio ruolo e anche le proprie difficoltà. Questo migliora la comunicazione, riduce molte ambiguità e favorisce relazioni autentiche. Per un’azienda significa avere team più presenti, capaci di collaborare. La scrittura aiuta le persone a sentirsi ascoltate, parte di un progetto comune. E quando cresce il senso di appartenenza, cresce anche la qualità del lavoro.
Oggi le imprese investono in wellbeing, engagement, leadership. Dove si inserisce concretamente la scrittura consapevole e in cosa si differenzia da coaching o formazione tradizionale?
La scrittura consapevole si inserisce proprio al centro di questi percorsi: wellbeing, engagement e leadership hanno bisogno di persone capaci di ascoltarsi, riconoscere ciò che vivono e comunicarlo con maggiore chiarezza. Rispetto alla formazione tradizionale, la scrittura non lavora solo sul trasferimento di contenuti, ma sull’esperienza diretta. La persona non si limita ad ascoltare: si ferma, riflette, scrive, rielabora. Rispetto al coaching, invece, la scrittura aggiunge una traccia concreta. Le intuizioni non restano solo nel dialogo, ma diventano parole visibili, leggibili, trasformabili in consapevolezza e azione. In azienda questo significa creare spazi guidati in cui manager e team possano chiarire obiettivi, valori, difficoltà, motivazioni e responsabilità condivise. È uno strumento semplice, ma molto profondo, perché aiuta le persone a stare meglio e quindi a lavorare meglio.
Dal punto di vista delle neuroscienze, cosa accade quando un manager passa da una logica “operativa” a una scrittura introspettiva?
Accade prima di tutto un cambio di ritmo mentale: smette per qualche minuto di agire e inizia a osservare. Rallenta. Dal punto di vista neuroscientifico, la scrittura aiuta a spostare l’attenzione dall’automatismo alla consapevolezza. Mettere i pensieri su carta riduce il carico della memoria di lavoro: ciò che era confuso nella mente diventa visibile, quindi più ordinabile e valutabile. Questo favorisce le funzioni esecutive, legate alla corteccia prefrontale: pianificazione, selezione delle priorità, controllo degli impulsi, capacità di prendere decisioni più ponderate. Inoltre, quando la scrittura è introspettiva, oltre a organizzare le idee, aiuta anche a riconoscere emozioni, tensioni e resistenze. Un manager che scrive può prendere distanza da ciò che sta vivendo, dare nome a un problema e distinguere tra urgenza reale e reazione emotiva. Per questo la scrittura è così utile nei contesti aziendali: non rallenta l’azione, la rende più focalizzata. Prima si comprende, poi si decide. E spesso si decide meglio.
Perché migliora la qualità delle decisioni?
Perché la scrittura costringe il pensiero a diventare più preciso. Molte ambiguità strategiche nascono da idee formulate in modo generico: obiettivi non del tutto chiari, priorità sovrapposte, parole come “crescita”, “innovazione”, “valore” usate senza una definizione condivisa. Quando invece un manager o un team scrivono, devono scegliere le parole, distinguere i livelli, mettere in ordine cause, conseguenze, responsabilità e prossimi passi. Migliora la qualità delle decisioni perché si vede meglio il problema. Scrivere aiuta a separare i dati dalle interpretazioni, le urgenze dalle priorità, le intuizioni dalle paure. Inoltre crea una traccia condivisa: ciò che viene scritto può essere riletto, discusso, corretto, allineato. In questo senso la scrittura non è un esercizio teorico, ma uno strumento strategico. Riduce il “non detto”, rende più visibile il pensiero del gruppo.
Nella pratica in che modo si interfaccia con i middle manager quando lavora sulla scrittura?
Ci lavoro con molta attenzione visto il ruolo che ricoprono, perché sono figure spesso esposte a una forte pressione. Sono tra il top management e la realtà dei team: devono tradurre la visione aziendale in obiettivi concreti, gestire persone, produttività, relazioni, conflitti, cambiamenti. Il mio approccio è progressivo. Non parto mai chiedendo alle persone di raccontarsi e di scriversi in modo personale o intimo. In azienda si parte dal ruolo, dalla funzione, dall’identità professionale. Attraverso domande di coaching ed esercizi di scrittura guidata, accompagno i manager a esplorare la propria autobiografia professionale: quali passaggi li hanno formati, quali competenze hanno sviluppato, quali valori portano nel lavoro, quale stile di leadership stanno costruendo. Solo in un secondo momento, se il percorso lo permette e se il gruppo è pronto, si può entrare in territori più profondi, legati anche alla storia personale. Perché ogni modo di guidare, comunicare, decidere e gestire il conflitto ha radici nella nostra esperienza. Come writer coach e life coach non mi pongo come chi dà soluzioni dall’esterno, ci mancherebbe altro, ma come una guida. Uso gli strumenti del coaching — ascolto, domande, riformulazione, consapevolezza degli obiettivi — insieme alla scrittura, che permette di rendere visibile il pensiero. Il risultato è un lavoro molto concreto: il manager comprende meglio sé stesso nel ruolo, comunica con più chiarezza.
Lei usa lo storytelling condiviso per rafforzare il team. Come?
Ogni team ha una storia, anche quando non la racconta. Ha momenti fondativi, sfide attraversate, successi, difficoltà, valori impliciti, parole ricorrenti, gesti che hanno creato fiducia o distanza. Nel percorso “La storia che ci unisce” uso lo storytelling condiviso per portare alla luce questa narrazione collettiva. Si parte sempre dalle storie individuali e professionali: ogni persona riflette sul proprio percorso, sul contributo che sente di portare, sui momenti in cui si è sentita parte del gruppo. Poi, attraverso esercizi guidati, queste narrazioni entrano in dialogo. L’obiettivo è far emergere ciò che tiene davvero insieme le persone, la visione comune. Quando un team riesce a raccontarsi, si riconosce. E quando si riconosce, si sente parte di una storia condivisa, collabora meglio.
Quale può essere, al di là di una mera azione di marketing e comunicazione, il reale valore di un libro aziendale o di autobiografia dell’imprenditore?
Il libro aziendale e l’autobiografia dell’imprenditore smettono di essere solo strumenti di marketing quando non puntano a “raccontare bene” l’azienda, ma ad approfondire l’esperienza vissuta, per leggerla meglio. Nella mia esperienza ho visto accadere molte volte questo passaggio: un’azienda inizia a lavorare su un libro pensando soprattutto alla comunicazione esterna, poi, durante il percorso, scopre qualcosa di molto più profondo. Rileggendo la propria storia, riconosce le origini, i passaggi decisivi, i valori che l’hanno guidata, le crisi superate, le persone che hanno contribuito alla crescita. Si riscopre. La scrittura porta sempre restituzioni inaspettate. Un libro aziendale ben costruito è un lavoro di identità. Permette all’organizzazione di mettere ordine nella propria memoria e di trasformarla in visione. Questo ha un valore enorme anche all’interno, perché aiuta le persone a comprendere meglio di quale storia fanno parte. Lo stesso vale per l’autobiografia dell’imprenditore. Quando è autentica, non racconta solo una carriera o un successo personale: mostra il pensiero, le scelte, i rischi, gli errori, le intuizioni, il modo in cui una visione è diventata impresa. Diventa una leva strategica perché rende più chiaro il senso dell’organizzazione e può generare allineamento tra fondatore, management, collaboratori e nuove generazioni. Io credo molto nel potere trasformativo di questi percorsi. Scrivere la storia di un’azienda significa spesso restituirle una voce più vera.
Scrivere nella natura potenzia ulteriormente gli effetti della scrittura consapevole?
Il rapporto con la natura ha un ruolo molto importante, perché il cambiamento non avviene solo attraverso il pensiero: ha bisogno anche di spazio, respiro, silenzio. Nei percorsi di scrittura mi accorgo spesso che le persone arrivano con una mente molto piena: obiettivi, urgenze, responsabilità, rumore. La natura riporta a un ritmo più umano, più vicino all’ascolto profondo di sé. È anche il senso di Immersion, il mio seminario di scrittura nella natura: creare un’esperienza in cui il contatto con l’ambiente naturale diventi parte del processo di consapevolezza. Camminare, osservare, respirare, scrivere lontano dai luoghi abituali ha un effetto liberatorio. Aiuta a lasciare andare rigidità, schemi mentali, sovraccarico, e apre uno spazio di introspezione. La natura ci mette nelle condizioni interiori per ascoltarci meglio. Quando una persona torna a un ritmo più vero, spesso ritrova una direzione. La natura diventa una grande alleata della scrittura e del cambiamento.


Lei lavora anche con i giovani alla ricerca di un loro posto nel mondo. Trova molte differenze fra loro e i più adulti nel modo in cui “funzionano”?
I giovani hanno una concentrazione più frammentata (ma non solo i giovani…), sono spesso meno abituati alla lettura lunga e alla scrittura profonda, ma hanno anche una grande velocità intuitiva, una forte sensibilità e un bisogno enorme di essere ascoltati senza sentirsi giudicati. Con loro lavoro prima di tutto sul rallentamento. La scrittura diventa uno spazio in cui fermarsi, uscire per qualche minuto dal rumore esterno e iniziare a riconoscere che cosa sentono davvero. Molti ragazzi e ragazze faticano a dare un nome alle emozioni, ai desideri, alle paure, alle aspettative. Eppure, quando trovano un contesto protetto, scrivono pensieri molto veri. Gli esercizi che propongo sono semplici: domande brevi come “Che cosa mi sta chiamando?”, “Che cosa mi pesa?”, “In che cosa mi riconosco?”, “Quale futuro sento possibile per me?”. Lavoro anche sulle parole-identità, sulle lettere a sé stessi, sulla mappa dei talenti, sul racconto dei momenti in cui si sono sentiti vivi, capaci, presenti. Rispetto agli adulti, spesso hanno meno struttura narrativa, ma più immediatezza. Gli adulti devono talvolta sciogliere corazze consolidate. I giovani, invece, hanno bisogno di costruire fiducia nella propria voce. La scrittura li aiuta proprio in questo: non a trovare subito “il posto nel mondo”, ma a riconoscere i primi segni della propria direzione.
La scrittura consapevole, oltre che per professionisti, manager e imprenditori, può essere utile per chiunque?
Proprio perché è scrittura consapevole, riguarda tutti: non è riservata a chi scrive per mestiere, a chi vuole pubblicare un libro o a chi ha un ruolo manageriale. La scrittura consapevole può essere utile in molte situazioni della vita, con modalità e obiettivi diversi. Può aiutare una persona a fare chiarezza in un momento di cambiamento, ad attraversare una fase difficile, a comprendere meglio una relazione, a prendere una decisione, a riconoscere un desiderio, a dare ordine ai pensieri. Non serve avere talento letterario, né scrivere “bene”. Serve solo la disponibilità a fermarsi e ascoltarsi. La scrittura diventa uno spazio personale accessibile, in cui ritrovare parole per ciò che si vive. Per questo credo che possa essere utile davvero a chiunque: perché tutti, prima o poi, abbiamo bisogno di capirci meglio, di ritrovare una direzione, di dare forma alla nostra storia. Scrivere, in fondo, è un modo per tornare a noi stessi.
Ci dia qualche consiglio su come partire, per chi volesse approfondire questi temi e applicarli nella propria vita.
Il primo consiglio è iniziare in modo semplice, senza aspettative di perfezione. Suggerisco di partire da un quaderno, una penna e dieci minuti al giorno. La prima domanda può essere molto essenziale: come mi sento oggi? Da lì si può proseguire chiedendosi: che cosa mi sta occupando la mente? Di che cosa ho bisogno? Che cosa desidero comprendere meglio? Un altro esercizio utile è scrivere tre parole che raccontino il proprio momento presente e poi svilupparle liberamente. Oppure tenere un diario delle intuizioni: non solo ciò che accade, ma ciò che quell’esperienza ci insegna. È importante non giudicare ciò che si scrive. La scrittura consapevole non nasce per produrre un testo bello, ma per creare chiarezza. Poi, se si desidera approfondire, si può seguire un percorso guidato, un workshop, un seminario, perché alcune domande, se accompagnate, portano ancora più lontano. L’essenziale è cominciare. Per prendere l’abitudine di scrivere bisogna scrivere, anche poco, ma con continuità. È così che la scrittura diventa una pratica di presenza e cura di sé.
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Vincenzo Petraglia
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