Guida alle nuove soglie di esenzione per i ticket restaurant digitali: scopri come risparmiare sulle tasse con il limite alzato a 10 euro giornalieri.
Il sistema dei benefit aziendali in Italia attraversa una fase di profonda revisione per sostenere il potere d’acquisto dei lavoratori attraverso strumenti agili e moderni. Tra le misure più importanti vi è quella che riguarda il pasto quotidiano, un elemento del welfare che incide direttamente sulla qualità della vita dei dipendenti. Con l’entrata in vigore della nuova normativa economica, molti professionisti e uffici del personale si pongono una domanda precisa: fino a quanto sono esentasse i buoni pasto elettronici nel 2026?
La risposta non risiede solo in un semplice numero, ma in un cambio di paradigma che spinge verso la digitalizzazione totale dei servizi. Le nuove soglie introdotte dal legislatore puntano a rendere il ticket digitale lo strumento principale per la pausa pranzo, lasciando indietro la versione cartacea che appare ormai superata. Comprendere queste regole è un passaggio fondamentale per datori di lavoro e dipendenti che intendono ottimizzare il reddito ed evitare costi fiscali inutili, garantendo una gestione corretta dei rimborsi spese legati al vitto durante l’attività lavorativa.
Qual è il nuovo limite di esenzione per i buoni pasto?
Dal 1° gennaio 2026 il panorama dei benefit aziendali ha cambiato volto grazie a un intervento mirato del legislatore sulla tassazione dei servizi sostitutivi della mensa. La Legge di Bilancio 2026 stabilisce che il valore dei buoni pasto elettronici non concorre a formare il reddito di lavoro dipendente fino all’importo di 10 euro al giorno (art. 1 comma 14 l. 199/2025).
Questo significa che il limite giornaliero del valore non imponibile subisce un incremento di 2 euro rispetto al passato. Tale modifica interviene direttamente sul Testo unico delle imposte sui redditi (art. 51 comma 2 lett. c Tuir), confermando la volontà dello Stato di incentivare l’abbandono dei vecchi sistemi analogici.
Per quanto riguarda invece i buoni pasto cartacei, i ticket fisici, la soglia di esenzione rimane fissata a 4 euro giornalieri. Il legislatore ha dunque creato un divario netto: chi utilizza strumenti digitali gode di un vantaggio fiscale più che doppio rispetto a chi preferisce il blocchetto cartaceo. Questa scelta risponde a esigenze di tracciabilità e modernizzazione, poiché i supporti elettronici garantiscono una trasparenza maggiore nelle transazioni tra azienda, dipendente e datori di lavoro. Un’azienda che oggi decidesse di passare dal cartaceo all’elettronico permetterebbe ai propri collaboratori di ricevere un valore quotidiano molto più alto senza che questo pesi sulle trattenute in busta paga o sui contributi previdenziali.
Quanto si risparmia ogni mese con i ticket elettronici?
Il passaggio della soglia da 8 a 10 euro per i buoni pasto elettronici produce effetti tangibili nel calcolo del reddito mensile disponibile. Per comprendere l’impatto reale, è utile osservare un esempio pratico basato su un mese lavorativo standard composto da 21 giornate. Con le vecchie regole, il datore di lavoro poteva erogare fino a 168 euro mensili in completa esenzione fiscale e contributiva. Con l’entrata in vigore delle nuove disposizioni, questa cifra sale a 210 euro mensili. Il lavoratore si ritrova così con oltre 40 euro in più al mese da spendere per i generi alimentari o la ristorazione, senza che un solo centesimo venga sottratto per le tasse.
Questa agevolazione rappresenta un risparmio diretto sia per il dipendente che per l’impresa. Il dipendente riceve una somma netta che non aumenta l’aliquota Irpef da pagare, mentre l’azienda non deve versare i contributi Inps su quella quota di reddito. I buoni pasto elettronici vengono caricati su un supporto fisico, come una card magnetica, oppure virtualmente attraverso applicazioni dedicate per smartphone. Ogni titolo riporta il valore facciale e un termine temporale entro cui deve essere utilizzato. Si tratta di un sistema che elimina i costi di stampa e distribuzione tipici dei carnet cartacei, rendendo l’intera procedura di gestione molto più fluida per l’ufficio amministrativo.
Chi sono i lavoratori che possono ricevere i buoni pasto?
La normativa sui buoni pasto elettronici non si rivolge esclusivamente a chi possiede un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Il perimetro dei beneficiari è infatti piuttosto vasto e comprende diverse figure che operano all’interno dell’organizzazione aziendale. Possono usufruire del valore non imponibile fino a 10 euro:
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i lavoratori dipendenti, sia a tempo pieno che parziale;
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i collaboratori non subordinati i cui redditi sono assimilati a quelli di lavoro dipendente;
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gli amministratori di società, a condizione che siano anche dipendenti o collaboratori della società stessa;
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i lavoratori che svolgono la propria prestazione in modalità agile.
In particolare, la figura dell’amministratore di società rientra nell’agevolazione quando esiste un rapporto di collaborazione continuativa che genera un reddito tassato con le stesse regole del lavoro dipendente. In questo caso, la società può erogare i buoni per ogni giorno in cui l’amministratore svolge la sua attività, rispettando le medesime soglie di esenzione fiscale. È importante che l’erogazione avvenga tramite strumenti elettronici per poter beneficiare del limite massimo di 10 euro, altrimenti si ricade nella soglia ridotta prevista per i titoli cartacei.
I buoni spettano anche in smart working o part-time?
Un dubbio comune riguarda l’applicabilità dei benefici fiscali per chi non è presente fisicamente in ufficio o per chi lavora solo poche ore al giorno. L’Agenzia delle Entrate ha chiarito questo punto attraverso diversi documenti di prassi, confermando che la disciplina di favore si applica anche a chi lavora in smart working. Il lavoro agile non modifica la natura del rapporto di lavoro e, di conseguenza, non deve penalizzare l’accesso ai benefit aziendali. Anche se il dipendente consuma il pasto presso la propria abitazione, il buono pasto mantiene la sua funzione di prestazione sostitutiva del servizio di mensa.
Allo stesso modo, anche i lavoratori con contratto part-time hanno diritto a ricevere i buoni pasto, a patto che l’articolazione dell’orario di lavoro permetta o richieda una sosta per il ristoro. Non esiste un numero minimo di ore lavorate nella singola giornata per attivare l’esenzione, purché il benefit sia previsto dal contratto individuale o collettivo. La logica è quella di garantire parità di trattamento a tutte le categorie di lavoratori che contribuiscono al successo aziendale, indipendentemente dal luogo o dalla durata della loro prestazione quotidiana.
Quanti buoni pasto si possono usare insieme al supermercato?
Esiste una differenza sostanziale tra le regole di utilizzo commerciale e quelle che riguardano la tassazione. Dal punto di vista della spendibilità, la legge stabilisce che i buoni non possono essere utilizzati cumulativamente oltre il numero di otto per ogni singola transazione (art. 4 comma 1 lett. d dm 122/2017). Questo limite serve a evitare che il buono pasto venga scambiato come se fosse vera e propria moneta contante per acquisti di massa. Tuttavia, per quanto riguarda l’aspetto fiscale, questo divieto non ha ripercussioni sulla detassazione.
La posizione ufficiale dell’amministrazione finanziaria chiarisce che il superamento del limite di otto buoni durante una spesa non fa perdere il diritto all’esenzione (Principio di diritto Entrate 6/2019). Il datore di lavoro non deve controllare quanti buoni il dipendente usa contemporaneamente alla cassa del supermercato. Il suo unico compito è verificare che l’importo giornaliero caricato sulla carta elettronica non superi i 10 euro per ogni giorno di presenza al lavoro. Se il dipendente accumula i buoni di una settimana e decide di spenderli tutti insieme, violando tecnicamente la norma commerciale, la quota di reddito rimane comunque esente da tasse ai fini del calcolo in busta paga.
L’azienda deve dare i buoni a tutti i dipendenti?
Un punto che genera spesso discussioni è quello relativo alla platea dei destinatari all’interno dell’azienda. Secondo l’orientamento dell’Agenzia delle Entrate, i buoni pasto elettronici devono essere destinati alla generalità dei dipendenti o a intere categorie di essi. Questo significa che, teoricamente, il datore di lavoro non potrebbe scegliere di assegnare il beneficio a un solo lavoratore specifico, escludendo i suoi colleghi che si trovano nella stessa posizione contrattuale.
Tuttavia, questa condizione della “generalità” non è scritta in modo esplicito nella legge, ma deriva da interpretazioni degli uffici finanziari. Molti studiosi di diritto sottolineano come questa mancanza di chiarezza normativa lasci spazio a dubbi. In attesa di un possibile intervento del legislatore che faccia luce definitiva sulla questione, la prassi più sicura per le imprese rimane quella di prevedere l’erogazione dei ticket per gruppi omogenei di lavoratori. Ad esempio, è possibile decidere di dare i buoni:
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a tutti i dipendenti di un determinato reparto;
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a tutti i lavoratori che svolgono turni notturni;
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a tutti i collaboratori che operano in una specifica sede geografica;
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a tutti i quadri e dirigenti dell’azienda.
Adottando questo criterio di omogeneità, l’azienda si mette al riparo da contestazioni, assicurando che il valore dei buoni non venga riqualificato come reddito imponibile a causa di una distribuzione troppo arbitraria o selettiva. La trasparenza nella scelta delle categorie beneficiarie è la migliore garanzia per mantenere intatta l’esenzione fiscale promessa dalla nuova legge.
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Angelo Greco
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