perchè il festival del 2026 non si farà


Stragusto non si farà. Per diciassette estati consecutive, ha fatto quello che molte campagne di promozione turistica cercano di ottenere senza riuscirci: portare persone a Trapani scegliendo la città come destinazione e non come semplice tappa di passaggio. Perchè “Stragusto” non era soltanto un festival dello street food, era un racconto del Mediterraneo costruito attraverso i sapori, i mercati, le tradizioni popolari e l’incontro tra culture diverse. 

 

Un evento nato nel 2009 da un’intuizione di Paolo Salerno e cresciuto, anno dopo anno, fino a diventare uno degli appuntamenti gastronomici più conosciuti della Sicilia e d’Italia.


 

 

Oggi quella storia si interrompe perché l’edizione 2026 è stata cancellata.

Non per mancanza di pubblico, né di espositori, né di risorse economiche, ma perché la storica sede di piazza Mercato del Pesce dovrebbe essere interessata da un intervento di riqualificazione che, tuttavia, non è ancora iniziato e che, secondo quanto trapela, dovrebbe prendere il via soltanto dopo l’estate.

Ed è qui che la vicenda smette di essere la cronaca di un evento annullato e diventa una questione che riguarda la visione e l’orgoglio di una città.


 

Lo street food prima dello street food

Quando “Stragusto” vide la luce, la parola “street food” non era ancora entrata stabilmente nel lessico degli eventi italiani.

L’idea era semplice quanto innovativa: riportare il cibo di strada nel luogo che, per definizione, ne rappresentava l’origine, il mercato.

Non un luna park gastronomico né un “arrusti e mangia”, ma un viaggio nella cultura alimentare del Mediterraneo, ricostruendo l’atmosfera degli antichi mercati popolari. È questa la filosofia che ha accompagnato il festival sin dalla prima edizione: far dialogare le tradizioni culinarie di Sicilia, Grecia, Nord Africa, Medio Oriente, Spagna e Balcani, mostrando come il cibo di strada rappresenti un patrimonio culturale condiviso molto prima che gastronomico. 

 


Negli anni, il festival è cresciuto fino a coinvolgere produttori e artigiani del gusto provenienti da numerosi Paesi del Mediterraneo, trasformando piazza Mercato del Pesce in un laboratorio internazionale dove accanto alle specialità siciliane trovavano spazio cous cous, pita greca, cucina marocchina, sapori balcanici e tante altre espressioni della cucina popolare, accompagnate da approfondimenti culturali su usanze, danze e tradizioni.

Non era soltanto un luogo dove mangiare, ma soprattutto un luogo dove conoscere.

 

Il successo di Stragusto non si misura soltanto nel numero di porzioni servite, perché negli anni il festival è diventato uno strumento di promozione territoriale.

Migliaia di visitatori sceglievano di trascorrere alcuni giorni a Trapani proprio in occasione della manifestazione, con ricadute dirette sull’indotto turistico.


La stessa comunicazione internazionale ha contribuito a far conoscere “Stragusto” ben oltre i confini regionali. 

Dalla CNN che lo ha classificato tra i primi 10 festival food d’Europa, a “Bell’Italia” che lo ha raccontato come un’esperienza capace di far rivivere il fascino degli antichi mercati mediterranei. 

La sua forza stava proprio nella capacità di legare indissolubilmente l’evento alla città: era incoming turistico costruito attraverso un prodotto culturale gastronomico. 

Un evento cresciuto senza finanziamenti pubblici

C’è poi un elemento che rende la vicenda ancora più particolare: Stragusto non è mai stato un evento sostenuto economicamente dagli enti pubblici.

L’organizzazione ha sempre scelto la strada dell’autofinanziamento, sostenendo i costi attraverso sponsor, partner e partecipanti, senza chiedere contributi pubblici. 


Lo stesso Paolo Salerno ricorda come, in tutti questi anni, gli organizzatori abbiano regolarmente corrisposto al Comune il canone per l’occupazione del suolo pubblico.

Un modello gestionale raro nel panorama degli eventi estivi siciliani e proprio questa scelta rendeva però ancora più delicato qualsiasi aumento dei costi organizzativi.

 

Cosa è successo

È nella ricostruzione dei fatti che hanno portato all’annullamento di “Stragusto” che, secondo Paolo Salerno, si trova il cuore della vicenda.

Il 13 gennaio l’organizzazione presenta ufficialmente, tramite PEC, la richiesta di utilizzo di piazza Mercato del Pesce: passano le settimane ma non arriva nessuna risposta formale.


A metà marzo, racconta Salerno, durante un’interlocuzione informale con l’assessore al ramo Andrea Genco, gli viene rappresentato che i lavori di riqualificazione della piazza sarebbero dovuti partire subito dopo Pasqua.

 

L’organizzazione decide quindi di attendere, ma i lavori non partono.

Passano i mesi e continua a non esserci un cronoprogramma certo: nel frattempo, diventa impossibile organizzare un festival internazionale che richiede mesi di preparazione, rapporti con operatori stranieri, prenotazioni, logistica e comunicazione.

Dal canto suo, l’amministrazione sostiene una posizione diversa. Non avendo certezze sull’avvio del cantiere, spiegano, non era possibile assumere un impegno che avrebbe potuto essere smentito dai fatti. Per questo sarebbero state proposte sedi alternative come piazza Vittorio Emanuele e la Casina delle Palme.


 

Perché “spostarlo” non basta

È probabilmente questo il punto meno compreso dell’intera vicenda, perché Per molti affezionati al festival sarebbe bastato cambiare location.

Secondo Paolo Salerno, invece, “Stragusto” non è un evento trasportabile come un qualsiasi spettacolo o sagra.

Piazza Mercato del Pesce non rappresenta soltanto uno scenario suggestivo, ma è parte integrante e funzionale del progetto culturale.

Lo racconta il nome stesso della manifestazione, nata per far rivivere il rapporto tra il cibo di strada e gli antichi mercati.


Ma esiste anche un problema pratico.

Le grandi arcate dell’esedra consentivano di ospitare naturalmente le cucine volanti” degli stand, limitando l’utilizzo di strutture aggiuntive.

In un’altra piazza sarebbe stato necessario realizzare ex novo l’intera copertura degli stand attraverso decine di gazebo, con un incremento considerevole dei costi.

Per un evento che vive esclusivamente di risorse proprie, questo avrebbe significato mettere a rischio l’equilibrio economico dell’intera manifestazione.

Una questione di visione

C’è infine un ultimo aspetto.


Secondo Paolo Salerno una soluzione sarebbe stata possibile ed è stata prospettata, informalmente, all’amministrazione: cominciare gli interventi di riqualificazione dalla vicina via Carreca, lasciando libera piazza Mercato del Pesce per consentire lo svolgimento dell’edizione 2026 del festival, rinviando l’occupazione dell’area di poche settimane.

Una proposta che, racconta l’organizzatore, non è stata accolta: ed è qui che nasce l’accusa più pesante.

Che non tanto quella di aver impedito lo svolgimento del festival, quanto quella di non aver cercato davvero una soluzione: “È una questione di visione e di orgoglio”, sostiene Salerno.

Una visione che, secondo lui, dovrebbe portare un’amministrazione a considerare manifestazioni come “Stragusto” non come eventi privati da autorizzare, ma come patrimonio della città da accompagnare e valorizzare.

 


Il rischio di perdere molto più di un festival

L’edizione 2026 dunque salta e resta da capire se si tratti di una pausa o della fine di un percorso.

Di certo Trapani perde, almeno per quest’anno, uno degli appuntamenti che più avevano contribuito a costruire un’immagine contemporanea della città, fondata non soltanto sul mare e sul patrimonio storico, ma anche sulla cultura del cibo e sull’incontro tra i popoli del Mediterraneo.

 

A distanza di pochi giorni, quella stessa piazza Mercato è diventata il teatro di due immagini destinate a lasciare il segno. 

La prima è quella della vasca della Fontana della Venere che si stacca e si frantuma sul selciato. 


La seconda è meno rumorosa, ma non meno significativa: Stragusto, il festival che da diciassette anni riempiva quello spazio di persone, profumi e lingue provenienti da tutto il Mediterraneo, si ferma. 

 

Ma le città vivono anche di simboli. E quando, nello stesso luogo, nel giro di pochi giorni, si incrina un monumento e scompare uno degli eventi che più avevano contribuito a restituire vita a quella piazza, è difficile non cogliere il valore simbolico di due vicende che sembrano raccontare la stessa domanda: quale futuro si immagina per uno dei luoghi più identitari di Trapani?

 

 

 





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 redazione@tp24.it (Luca Sciacchitano)

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