Prima ancora di ascoltarlo, molti avevano già deciso. Arriva all’orale della Maturità vestito da re, seduto su un baldacchino, con la corona sul capo, lo scettro tra le mani e una corte di amici a trasportarlo. Avanza per strada come un sovrano diretto verso il proprio regno. Solo che il regno, questa volta, è una scuola. E ad attenderlo non ci sono sudditi, ambasciatori o dignitari, ma i componenti di una commissione d’Esame di Stato.
La scena è eccessiva. Certamente. È teatrale. Volutamente. È costruita per farsi guardare. Senza alcun dubbio.
Ed è proprio per questo che, prima ancora di conoscere il ragazzo, prima di sapere che cosa abbia studiato, come abbia affrontato il colloquio, quali conoscenze possieda, quali collegamenti sia stato capace di costruire, quale consapevolezza abbia maturato durante il proprio percorso scolastico, migliaia di persone hanno già formulato il loro giudizio.
Esibizionista.
Narcisista.
Ridicolo.
Irrispettoso.
Geniale.
Simpatico.
Eccessivo.
Fantastico.
Il tribunale dei social, come sempre, non ha bisogno di istruttoria. Gli basta un’immagine. E quell’immagine è perfetta per dividere. Da una parte chi vede il decadimento della scuola, la perdita della serietà, la trasformazione della Maturità in spettacolo. Dall’altra chi applaude l’originalità, l’ironia, la leggerezza di un ragazzo che ha deciso di vivere uno dei giorni più importanti della propria vita in modo memorabile.
Ma forse entrambe le posizioni rischiano di fermarsi troppo presto.
Perché la domanda più interessante non è se Matteo Iacopini abbia fatto bene o male.
La domanda più difficile è un’altra.
Che cosa abbiamo realmente visto?
Un ragazzo travestito da re?
Una bravata?
Un’esibizione?
Oppure una performance?
E, soprattutto: siamo sicuri di possedere gli strumenti per riconoscere la differenza?
Lo boccereste davvero?
La domanda è volutamente provocatoria. Naturalmente nessuno studente può essere promosso o bocciato per il modo in cui arriva a scuola. Un baldacchino non vale un punto. Una corona non certifica una competenza. Uno scettro non sostituisce la conoscenza. Una performance virale non può prendere il posto della capacità di argomentare, di collegare i saperi, di interpretare un testo, di sostenere un ragionamento.
L’Esame di Stato ha regole, criteri e finalità precise. La commissione deve valutare la prova.
Eppure la domanda resta.
Lo boccereste?
Non all’esame. Non ancora.
Lo boccereste come studente?
Lo considerereste superficiale?
Pensereste che dietro quella scena ci sia soltanto il desiderio di apparire?
Sareste disposti a liquidare tutto con una parola tanto comoda quanto definitiva: esibizionismo?
È qui che la questione diventa interessante. Perché forse il ragazzo sul baldacchino non mette in difficoltà la commissione. Mette in difficoltà noi.
Noi docenti.
Noi adulti.
Noi che da anni parliamo di competenze, di compiti autentici, di creatività, di spirito di iniziativa, di capacità imprenditoriale, di collaborazione, di comunicazione efficace, di autonomia, di problem solving, di valorizzazione dei talenti.
Noi che abbiamo riempito documenti, curricoli, progetti e rubriche valutative con queste parole.
Poi arriva un ragazzo che, senza compilare una scheda di progettazione, mette insieme molte di queste competenze in una sola azione.
E noi vediamo soltanto la corona.
Provate a togliere il baldacchino
Facciamo un esperimento.
Dimentichiamo per un momento la scena. Togliamo il costume. Togliamo la corona. Togliamo lo scettro. Togliamo il baldacchino.
Restano i fatti.
Uno studente ha avuto un’idea.
Ha immaginato una performance.
Ha costruito una narrazione.
Ha scelto un personaggio.
Ha individuato un linguaggio.
Ha utilizzato simboli immediatamente riconoscibili.
Ha coinvolto altre persone.
Le ha convinte a partecipare.
Ha distribuito ruoli.
Ha coordinato tempi e movimenti.
Ha organizzato la realizzazione concreta dell’idea.
Ha previsto la presenza di un pubblico.
Ha compreso il potenziale comunicativo delle immagini.
Ha trasformato un momento personale in un evento collettivo.
Ha prodotto un contenuto capace di uscire dal proprio contesto e di raggiungere migliaia di persone.
Adesso ditemi: che cosa state guardando?
Perché se queste stesse azioni fossero state descritte in una relazione scolastica, probabilmente avremmo utilizzato parole molto diverse.
Avremmo parlato di progettazione.
Di creatività.
Di leadership.
Di lavoro di squadra.
Di capacità organizzativa.
Di comunicazione.
Di competenza digitale.
Di consapevolezza dei linguaggi.
Di gestione di un progetto complesso.
Di spirito di iniziativa.
Forse avremmo persino preparato una rubrica di valutazione.
E allora il problema si fa serio.
Perché ciò che ci disturba potrebbe non essere l’assenza di competenze.
Potrebbe essere, al contrario, il fatto che quelle competenze siano apparse senza la nostra autorizzazione.
Se lo avesse presentato con un PowerPoint, avremmo applaudito
Immaginiamo un’altra scena.
Lo stesso studente entra nell’aula dell’esame. Si siede. Accende il computer. Sullo schermo appare una presentazione dal titolo: Ideazione, progettazione e realizzazione di un evento comunicativo.
Prima slide: l’idea.
Seconda slide: gli obiettivi.
Terza slide: il pubblico di riferimento.
Quarta slide: la costruzione del personaggio.
Quinta slide: l’identità visiva.
Sesta slide: la scelta dei simboli.
Settima slide: il coinvolgimento del gruppo.
Ottava slide: la distribuzione dei ruoli.
Nona slide: la strategia di comunicazione.
Decima slide: i risultati raggiunti.
Alla fine mostra i numeri. Visualizzazioni. Condivisioni. Commenti. Discussioni. Articoli. Reazioni.
Che cosa diremmo?
Probabilmente parleremmo di un eccellente compito autentico.
Apprezzeremmo la capacità dello studente di passare dall’idea alla realizzazione.
Sottolineeremmo la dimensione interdisciplinare.
Valuteremmo positivamente il lavoro di gruppo.
Metteremmo in evidenza la competenza comunicativa.
Forse qualcuno scriverebbe persino, nella propria griglia: “Lo studente mobilita in situazione conoscenze, abilità e atteggiamenti per realizzare un prodotto originale ed efficace”.
Ma Matteo Iacopini non ha fatto il PowerPoint.
Ha fatto qualcosa di molto più difficile.
Lo ha realizzato.
E qui si apre una delle contraddizioni più profonde della scuola contemporanea: siamo bravissimi a riconoscere le competenze quando vengono raccontate. Molto meno quando vengono esercitate.
Se uno studente spiega come si organizza un evento, lo valutiamo.
Se organizza davvero un evento, ci insospettiamo.
Se descrive le caratteristiche della comunicazione virale, lo interroghiamo.
Se realizza una comunicazione che diventa virale, lo definiamo esibizionista.
Se parla di leadership, scriviamo “competenza acquisita”.
Se convince un gruppo di coetanei a costruire una scena, a interpretare dei ruoli, a seguirlo e a partecipare a un progetto comune, ci chiediamo se non abbia esagerato.
Forse il problema, allora, non è capire se il ragazzo sul baldacchino abbia esagerato.
Forse il problema è capire se noi adulti siamo ancora capaci di riconoscere una competenza quando non si presenta vestita da competenza.
La scuola vuole studenti creativi, ma non troppo
Da anni chiediamo ai ragazzi di essere protagonisti.
Lo scriviamo ovunque.
Nelle progettazioni.
Nei percorsi di orientamento.
Nei documenti strategici.
Nei curricoli.
Nei progetti.
Chiediamo loro di conoscere sé stessi, riconoscere i propri talenti, valorizzare le proprie attitudini, assumere iniziative, collaborare, comunicare, progettare.
Poi uno studente diventa davvero protagonista.
E improvvisamente ci preoccupiamo.
Perché la scuola, talvolta, ama la creatività soprattutto quando può prevederla.
Ama l’innovazione quando è stata inserita all’ordine del giorno.
Ama la libertà espressiva quando rispetta il format.
Ama la personalizzazione quando tutti seguono, più o meno, lo stesso percorso.
Ama il talento quando quel talento utilizza i linguaggi che gli adulti sono già preparati a riconoscere.
Il ragazzo sul baldacchino, invece, rompe lo schema.
Non chiede il permesso di essere originale.
Non compila un modulo per dichiarare la propria creatività.
Non presenta un progetto intitolato “Valorizzazione delle competenze personali attraverso una performance multidisciplinare”.
Fa.
Agisce.
Costruisce.
Coinvolge.
Comunica.
Si espone.
E rischia.
Perché ogni gesto creativo autentico contiene il rischio del ridicolo.
È facile essere originali quando qualcuno ci ha già assicurato che la nostra originalità sarà apprezzata. Molto più difficile è esporsi senza conoscere in anticipo il verdetto.
Quel ragazzo lo ha fatto.
Questo non gli garantisce un voto più alto.
Ma dice qualcosa di lui.
E una scuola che sostiene di voler conoscere davvero i propri studenti dovrebbe almeno avere la curiosità di domandarsi che cosa.
E se fosse proprio questo il suo capolavoro?
Ed eccoci alla domanda che mette davvero in crisi la scuola.
E se quel baldacchino fosse il suo capolavoro?
Non perché sia un’opera d’arte.
Non perché la Maturità debba diventare una sfilata.
Non perché la spettacolarizzazione meriti di essere premiata.
Ma perché il capolavoro dovrebbe essere esattamente il luogo nel quale uno studente riconosce qualcosa di significativo del proprio percorso, della propria identità, delle proprie capacità e del proprio modo di stare nel mondo.
Allora bisogna avere il coraggio di chiedersi: chi decide quale forma debba avere il capolavoro?
Noi adulti?
La scuola?
Un modello?
Una piattaforma?
Una procedura?
E soprattutto: che cosa accade quando il capolavoro autentico di uno studente non assomiglia affatto a ciò che noi avevamo immaginato?
Forse Matteo non chiamerebbe mai quella performance il proprio capolavoro.
Forse per lui è stata soltanto una goliardata.
Ma anche questa possibilità rende la questione ancora più interessante.
Perché uno studente può dimostrare competenze senza sapere di starle dimostrando.
Ed è proprio qui che dovrebbe entrare in gioco la scuola.
Non per appropriarsi della sua esperienza.
Non per trasformare ogni gesto spontaneo in una lezione.
Ma per aiutarlo a leggere ciò che ha fatto.
A riconoscere le capacità mobilitate.
A comprenderne i significati.
A individuare i limiti.
A trasformare l’esperienza in consapevolezza.
Perché una competenza diventa pienamente formativa quando chi la possiede impara a riconoscerla, interrogarla e trasferirla in altri contesti.
Il baldacchino, dunque, non sarebbe il punto di arrivo.
Sarebbe l’inizio della domanda.
Il baldacchino non vale un punto. Ma ignorarlo sarebbe un errore
Occorre dirlo con assoluta chiarezza.
Il baldacchino non deve influenzare il voto.
La corona non attribuisce crediti.
La viralità non è un indicatore previsto dalla griglia.
L’Esame di Stato deve valutare ciò che è chiamato a valutare.
Ma tra il premiare una performance e ignorarne completamente il significato esiste uno spazio enorme.
È lo spazio dell’intelligenza educativa.
Il baldacchino non deve sostituire l’orale.
Ma l’orale dovrebbe essere abbastanza intelligente da saper interrogare anche il significato del baldacchino.
Perché hai scelto di vestirti da re?
Che cosa rappresenta il potere?
Perché gli esseri umani costruiscono simboli?
Quale differenza esiste tra persona e personaggio?
Come si crea una narrazione pubblica?
Perché alcune immagini diventano virali?
Qual è il confine tra ironia ed esibizionismo?
Tra libertà individuale e rispetto del contesto?
Tra comunicazione e spettacolarizzazione?
Tra identità e rappresentazione?
A quel punto, il ragazzo sul baldacchino potrebbe trovarsi davanti alla prova più difficile.
Non più farsi guardare.
Ma spiegare perché ha voluto essere guardato.
Ed è lì che comincerebbe davvero la valutazione.
Forse non dobbiamo chiedere al ragazzo di scendere dal trono
Forse dovremmo fare qualcosa di più difficile.
Chiedergli di raccontarci come ci è salito.
Chi ha convinto.
Che cosa ha progettato.
Quali problemi ha risolto.
Che cosa voleva comunicare.
Che cosa ha imparato.
Che cosa rifarebbe.
Che cosa cambierebbe.
Che cosa ha scoperto di sé.
Perché la scuola non deve inginocchiarsi davanti al suo re.
Ma non dovrebbe neppure essere così sicura di poterlo liquidare come un buffone.
Il compito dell’educazione non è applaudire tutto ciò che i giovani fanno.
E non è neppure condannare tutto ciò che non comprendiamo.
Il compito dell’educazione è porre le domande capaci di trasformare un’esperienza in consapevolezza.
Per questo la domanda finale non è più: lo boccereste?
La domanda, adesso, riguarda noi.
Siamo davvero sicuri che, se davanti a noi comparisse una competenza viva, originale, imprevista, rumorosa, eccessiva e perfino irritante, sapremmo riconoscerla?
Perché forse il ragazzo sul baldacchino ha già sostenuto il suo esame.
E senza saperlo, adesso, siamo noi docenti a essere sotto esame.
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Antonio Fundarò
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