Corea del Sud, Brasile, Cile e Sudafrica raccontano quattro agricolture diverse, ma con la stessa urgenza: produrre meglio, sprecare meno, prendere decisioni basate sui dati. Matteo Beccatelli, CEO & Co-Founder di Plantvoice, guarda a questa mappa e individua un paradosso: le tecnologie italiane per l’agricoltura possono incidere di più proprio dove i campi hanno ancora un rapporto fragile, discontinuo o quasi assente con il digitale.
La tecnologia pesa di più dove l’agricoltura non è ancora digitale
Dimentichiamo per un attimo i mercati già maturi, dove l’innovazione entra spesso come perfezionamento di processi esistenti. Pensiamo invece ai Paesi dove un agricoltore decide ancora quando irrigare tastando il terreno, dove pochi misurano davvero quanto costa l’acqua, dove la resa di una stagione dipende dall’esperienza di una sola persona. In questi contesti, una tecnologia capace di monitorare lo stato fisiologico delle piante non aggiunge un dettaglio: cambia il modo in cui si coltiva.
La Corea del Sud mostra il caso più sorprendente. Il Paese corre su elettronica, semiconduttori, robotica e intelligenza artificiale, ma la sua agricoltura resta frammentata e analogica. Nel 2024 le famiglie agricole sono scese a 974.000, mentre la popolazione agricola complessiva è rimasta sotto i 2 milioni di persone. Quasi metà ha più di 65 anni e solo l’1% dei responsabili aziendali agricoli è giovane. Il governo ha risposto con un piano quinquennale per lo smart farming da circa 2 miliardi di dollari, con sussidi fino al 50% sui costi iniziali per chi adotta tecnologie avanzate.
Il mercato coreano, però, non si conquista replicando lo schema europeo. Da una parte esistono aziende minuscole, spesso guidate da pratiche empiriche; dall’altra gli Innovation Hub governativi formano under 39 in serre attrezzate per sperimentare soluzioni avanzate. Qui le tecnologie esterne possono entrare solo con una logica locale, vicina ai partner già radicati, come Naretrends e Korea Digital, che presidiano un settore delle serre già strutturato e con legami profondi con il sistema pubblico.
Brasile, Cile e Sudafrica: quando scala, acqua ed export impongono precisione
In Brasile cambia tutto: non domina la frammentazione, domina la scala. L’agricoltura vale circa 131 miliardi di dollari nel 2025 e può arrivare a 175 miliardi entro il 2034. Il Paese guida l’export mondiale di soia, è il secondo produttore globale di mais e resta centrale per caffè, zucchero e succo d’arancia. Qui si ragiona su aziende da milioni di ettari, dove la tecnologia non serve a “innovare” in senso ornamentale: serve a gestire complessità, rese, costi e rischi.
Il Brasile non offre alle aziende agricole un sistema diffuso di contributi a fondo perduto per la digitalizzazione. Il governo ha previsto 516 miliardi di real per il credito agricolo nel piano 2025/26, ma parliamo soprattutto di credito agevolato. Questo cambia la mentalità: ogni tecnologia deve dimostrare un impatto chiaro su efficienza e resa. Gli investimenti in agrifoodtech brasiliani sono cresciuti nel primo trimestre 2025 del 32% sul trimestre precedente e dell’85% rispetto allo stesso periodo del 2024. Il round da 60 milioni di dollari chiuso da Solinftec segnala un mercato che ormai parla la lingua dei capitali seri.
Il Cile gioca un’altra partita: frutta, vino, controstagione, export premium. L’agricoltura pesa fino all’8% del PIL se si considera l’intera filiera e circa il 25% delle esportazioni. La Central Valley produce il 70% dell’export frutticolo nazionale, mentre oltre il 60% delle aziende integra già soluzioni di precision farming. Il problema più duro resta l’acqua: l’agricoltura assorbe circa il 72% delle risorse idriche nazionali e alcune aree settentrionali hanno registrato deficit pluviometrici fino al 100%. In un Paese così, l’efficienza irrigua non migliora soltanto i margini: protegge la qualità che rende competitivo l’export.
Il caso Sudafrica

In Sudafrica l’agricoltura pesa circa il 2,5% del PIL, ma conta molto di più nelle esportazioni, soprattutto per agrumi e vino. Nel 2024 l’export agricolo ha raggiunto circa 13,7 miliardi di dollari. Il mercato agritech vale 1,1 miliardi di dollari nel 2025 e cresce anche grazie a capitali locali e internazionali. La scarsità d’acqua spinge le grandi aziende export-oriented a cercare strumenti misurabili: meno intuizione, più monitoraggio; meno correzioni tardive, più decisioni prese quando la pianta segnala il problema.
La geografia dell’opportunità, allora, non coincide con la geografia dei mercati più tecnologici. Secondo Plantvoice coincide con i luoghi dove il gap digitale incontra una pressione concreta: manodopera che manca, acqua da ottimizzare, standard internazionali da rispettare, aziende troppo grandi o troppo fragili per affidarsi solo all’esperienza. Per l’agritech italiana, il terreno più fertile potrebbe trovarsi proprio lì: dove l’agricoltura ha già capito che deve cambiare, ma non ha ancora gli strumenti giusti per farlo.
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Marco Brunasso
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