Prosegue “Lilibeo Racconta” la rubrica di Tp24 realizzata in collaborazione con il Parco Archeologico di Lilibeo per raccontare, puntata dopo puntata, il patrimonio storico e archeologico dell’antica Marsala. Questa volta il viaggio conduce nell’Insula I di Capo Boeo, dove sono in corso i lavori di restauro di alcuni tra i più importanti mosaici della città romana: un’occasione per riscoprirne la storia, il valore archeologico e il delicato lavoro necessario per conservarli.
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Ci sono pavimenti che custodiscono il passo di chi li ha attraversati, il gusto di chi li ha scelti e la storia di una città. Da quasi duemila anni i mosaici dell’Insula I raccontano la ricchezza e la raffinatezza della Lilibeo romana. Oggi, grazie al restauro avviato dal Parco Archeologico di Lilibeo, quelle tessere tornano a parlare, mentre un delicato lavoro di conservazione le protegge dal tempo.
Una città che guardava al Mediterraneo
Per molto tempo, a Marsala, molti l’hanno chiamata “villa romana”. Ma villa, in realtà, non era. Come spiega l’archeologa Maria Grazia Griffo, gli scavi hanno dimostrato che si tratta di una grande domus urbana, una residenza che occupava un intero isolato dell’antica Lilibeo, ad oggi l’unico riportato alla luce interamente.
«I mosaici dell’Insula I sono uno straordinario esempio dell’arte musiva della Sicilia romano-imperiale e testimoniano il legame continuo di Lilibeo con la prospiciente sponda africana, prima con la madrepatria Cartagine e poi con l’Africa romana.»
Questa posizione privilegiata nel cuore del Mediterraneo fece di Lilibeo una città aperta agli scambi commerciali e culturali. Anche i suoi mosaici riflettono questa vocazione: dialogano con la grande tradizione musiva nordafricana, pur mantenendo una propria identità.
Il primo grande ritrovamento risale al 1939, durante i lavori di sbancamento per la costruzione dello stadio comunale. Fu allora che emerse il celebre pavimento del cosiddetto frigidarium, decorato con scene di caccia: quattro belve (tigre, pantera, leonessa e leone) azzannano erbivori in fuga (antilope, cervo, capra e cavallo/asino), rappresentati in modo mirabile grazie alle piccole tessere policrome.
A questo primo rinvenimento, che rese evidente l’importanza della città antica, già definita da Cicerone ‘splendidissima’, si deve l’inizio di una lunga opera di tutela, culminata nella istituzione del parco archeologico di Lilibeo nel 2010.
Le campagne di scavo successive, nelle aree limitrofe a quelle che si sono rivelate le terme private della casa, hanno permesso poi di ricostruire la storia della domus e altri saggi, in diversi punti di Capo Boeo, non hanno deluso le attese, facendo emergere piano piano tesori inestimabili, grazie a campagne di scavo finanziate anche da illuminate amministrazioni comunali.
I saggi stratigrafici condotti da Lina Di Stefano nel 1972 dopo il distacco dei pavimenti musivi di due ambienti e gli studi succedutisi nel tempo, hanno dimostrato che la domus, così come oggi si presenta,non nacque tutta insieme. Più abitazioni di età tardo-repubblicana furono progressivamente accorpate fino a formare un’unica residenza di prestigio. I reperti rinvenuti negli strati sottostanti consentono di datare gran parte dei mosaici tra la fine del II e gli inizi del III secolo d.C.; quelli della zona di rappresentanza appartengono invece a una successiva fase di ampliamento e ristrutturazione, datata tra il III e il IV secolo.
Il lusso della vita quotidiana
L’InsulaI racconta una casa pensata per vivere bene.
Una parte della domus era destinata alle terme private, con ambienti per bagni freddi, tiepidi e caldi e un sofisticato sistema di riscaldamento che diffondeva il calore sotto i pavimenti. Un privilegio riservato alle famiglie più ricche.
L’ingresso alle terme era segnato dal celebre Cave canem, il cane alla catena raffigurato nel mosaico del vestibolo, un’immagine che ancora oggi sembra accogliere il visitatore.
Gli ambienti di rappresentanza erano affacciati sul grande peristilio porticato dove i proprietari ricevevano gli ospiti e desinavano con loro sui letti tricliniari. Le stanze erano abbellite da pavimenti musivi policromi, a disegno geometrico o con grandi quadri figurati.
Tra tutti spicca il mosaico della Medusa.
«Il volto della Gorgone/Medusa è realizzato con minutissime tessere policrome, che riescono a rendere le ombre, le luci e perfino la volumetria del volto», osserva Maria Grazia Griffo. La raffigurazione dell’emblema grazie ad esse raggiunge un effetto quasi pittorico, mentre la ricca cornice geometrica racconta il livello raggiunto dagli artigiani della Lilibeo romana.
Un restauro atteso da anni
Oggi questi pavimenti hanno bisogno di essere protetti.
«Dall’istituzione del Parco, nel 2010, tutti i direttori che mi hanno preceduta auspicavano un intervento di restauro serio su questa preziosa testimonianza. Con caparbietà e determinazione oggi siamo riusciti a reperire le risorse necessarie e senza indugio si sono avviati i lavori», racconta la direttrice Anna Occhipinti.
L’urgenza non dipende soltanto dall’età dei mosaici.
Il problema principale è la copertura realizzata negli anni Cinquanta, ormai inadeguata sia dal punto di vista strutturale che progettuale.
«Quella copertura, nata per proteggere i mosaici,(senza alcun rispetto, mi si lasci dire, per il patrimonio rinvenuto, sorretta da invadenti pilastri, che si impongono sulla raffinata antica tessitura della casa) oggi in alcuni più punti è diventata essa stessa una rilevante causa del loro degrado.
Ad esempio, attraverso la fessura presente tra le due strutture appaiate che coprono buona parte dell’antica dimora, l’acqua piovana raggiunge giusto il pavimento musivo più noto, quello che raffigura la testa di Medusa. Purtroppo il restauro degli anni Settanta,che aveva previsto il distacco di alcuni mosaici poi ricollocati su supporti in cemento armato, vede per la presenza di quei ferri, oggi ossidati dall’acqua piovana, la causa delle macchie che affiorano sulla sua superficie.
Il restauro in corso serve anche a fermare questo processo».
Un lavoro che richiede precisione
A spiegare come si salva un mosaico di duemila anni è il restauratore Giuseppe Inguì, specializzato da oltre vent’anni nel recupero dei pavimenti musivi antichi.
Il principio guida è uno: intervenire il meno possibile, questo è il principio che si adotterà soprattutto per restaurare il famoso mosaico della Medusa,uno dei più importanti della domus.
«La scelta è quella di non staccarlo nuovamente. Sarebbe un intervento troppo invasivo. Preferiamo preservare ciò che esiste, consolidando i materiali e bloccando il degrado con tecniche innovative ancorché ampiamente sperimentate. Il lavoro procederà quindi con interventi mirati. I ferri saranno trattati per bloccare l’ossidazione, le malte consolidate, le tessere pulite e fissate dove necessario.»
Sul mosaico del Cave canem è invece già stato eseguito un trattamento biologico per eliminare muschi e licheni,attacchi algali,ha quindi fatto seguito dalla pulitura delle superfici e il consolidamento delle parti più fragili.
Nel mosaico geometrico, invece, le lacune sono state integrate con malte compatibili a base di cocciopesto. Per una delle parti mancanti sarà sperimentata una soluzione innovativa e completamente reversibile: una lastra trasparente, semplicemente appoggiata, che proteggerà il mosaico senza nascondere ciò che resta dell’originale.
È un lavoro di grande precisione, nel quale ogni scelta è pensata per conservare il più possibile la materia antica.
In punta di piedi
La tecnica, però, da sola non basta.
Per Giuseppe Inguì il restauro è prima di tutto una forma di rispetto.
«Dietro queste superfici ci sono uomini, famiglie, umanità. Noi non conferiamo bellezza, perché la bellezza è già qui.»
Durante il cantiere il restauratore legge anche le tracce lasciate da chi lo ha preceduto. Persino i Romani restauravano i loro pavimenti: segno che quelle superfici erano considerate preziose già allora e venivano continuamente manutenzionate.
«Noi arriviamo in punta di piedi. Il nostro passaggio, quasi, non si deve vedere.»
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