Ogni anno almeno 12 milioni di ragazze si sposano prima dei 18 anni: sono 22 ragazze ogni minuto. La prevalenza globale è del 19%, in calo rispetto al 23% di dieci anni fa. Ai ritmi attuali di progresso, ci vorranno 300 anni per eliminare il fenomeno. I livelli più alti si registrano in Africa occidentale e centrale, dove 1 donna su 3 si è sposata prima dei 18 anni. Seguono l’Africa orientale e meridionale (29%), l’Asia meridionale (26%) e l’America Latina e i Caraibi (21%). A novembre si terrà nelle Filippine la Seconda Conferenza Ministeriale Globale, organizzata in collaborazione con Oms e Unicef, per porre fine alla violenza contro i bambini, un appuntamento internazionale che riunirà leader e partner globali per promuovere soluzioni efficaci e accelerare le azioni volte a eliminare tutte le forme di violenza sui minori, compresi i matrimoni precoci.
Giorgia Butera, presidente dell’associazione Mete e della Comunità Internazionale “Sono bambina, non una sposa” sta prendendo parte ai lavori di preparazione alla conferenza ministeriale globale e con noi fa il punto sulla situazione: anche in Italia «il problema è silente, ma diffuso».
Come rispondono le bambine che riuscite a intercettare?
Rispondo con un aneddoto. Una bambina di nove anni, senza che nessuno le chiedesse nulla, si è alzata e ha detto: “Io voglio andare a scuola”. È stato un momento che non dimenticherò. Lavorando da anni sul tema dei diritti dei bambini, abbiamo collaborato a far emergere il fenomeno dei matrimoni precoci, anche in Italia.
Come nasce il vostro impegno alle Nazioni Unite?
Il percorso all’Onu è iniziato nel settembre 2015, presso il consiglio dei diritti umani di Ginevra. Tutto è nato da una campagna di sensibilizzazione che avevamo ideato, intitolato “Sono bambina, non una sposa”. Scrissi a diversi indirizzi delle Nazioni Unite e, dopo appena quattro giorni, uscì la notizia che dalla Sicilia partiva questa campagna internazionale. Inoltre, seguiamo da vicino il caso di ragazze che erano nel campo profughi Sahrawi di Tindouf (nel sud-ovest dell’Algeria), che erano state adottate in Spagna da bambine tramite programmi scolastici e che, una volta richiamate dalle famiglie d’origine erano sparite. In un mio intervento nella sala grande a Ginevra ho fatto i loro nomi chiedendone il rilascio, ipotizzando che fossero vittime di unioni forzate e a rischio di gravidanze precoci. Abbiamo chiesto più volte, inoltre, il censimento della popolazione. Impegno condiviso totalmente con l’avvocata Sara Baresi. Dal 2015, inoltre, la mia organizzazione è entrata a far parte di Girls Not Brides, la rete mondiale che riunisce le realtà della società civile impegnate contro i matrimoni precoci. Non sono mai prese di posizione e interventi semplici; siamo spesso oggetto di intimidazioni e minacce, ma andiamo avanti.
E in Italia?
Le audizioni in Senato del 2019, durante l’iter del Codice Rosso, hanno rappresentato per noi un punto di svolta: per la prima volta il Parlamento affrontava apertamente il tema dei matrimoni precoci e forzati. Vorrei aggiungere un aspetto fondamentale legato a tutto l’impegno svolto su questi fronti: la finalizzazione giuridica. Possiamo educare, sensibilizzare, informare e assistere finché vogliamo, ma ciò che è davvero determinante è cambiare le regole giuridiche, nello scenario internazionale, ma anche in Italia. In molti Paesi il lavoro svolto da anni punta ad alzare l’età minima per contrarre matrimonio; in certi contesti riuscire a fissarla a quindici anni rappresenta già un traguardo enorme.
Che significato ha avuto quel momento e cosa ha cambiato nel suo percorso?
È stato un momento cruciale. Ho portato le chat delle ragazze che ci chiedevano aiuto, spesso tramite amiche o conoscenti. Erano prove vive, immediate. Non ho mai esibito una vittima, non lo farò mai, ma quelle conversazioni erano sufficienti a mostrare la gravità del fenomeno. Per me è stato importante perché fino al 2019 il matrimonio forzato non era un reato nemmeno in Italia. Essere parte di quel processo legislativo è stato come salvare vite, davvero.
Da dove arrivavano principalmente quelle richieste d’aiuto?
In gran parte da ragazze pakistane di seconda o terza generazione, nate qui. Vivono in un contesto occidentale, emancipato, e rifiutano un destino che non sentono loro. Due anni fa la Regione Lombardia ha istituito il primo corso di formazione per operatori sociali proprio perché le segnalazioni erano altissime. Io ho tenuto la prima lezione. È stato un passo avanti importante.

Come intercettate queste situazioni?
Monitorando la rete. Post, foto, frasi che per molti non significano nulla, ma che a un occhio allenato rivelano un disagio. Interveniamo con discrezione, presentandoci, offrendo supporto. La fiducia nasceva così. Oggi però c’è più paura: il clima politico spinge molte comunità a chiudersi, e le ragazze soffrono in silenzio.
C’è una storia che le è rimasta dentro più delle altre?
Ce ne sono tante. Anni fa, una ragazzina di tredici anni si alzò durante un incontro chiedendo di parlare con un avvocato per capire come aiutare una sua amica che stavano per far sposare. Poi c’è la storia di Tania, nome di fantasia, durata tre anni. Un continuo avvicinarsi e allontanarsi. Quando scomparve Saman Abbas, sua amica, Tania voleva parlare con i giornalisti. Io le dissi che non l’avrei mai esposta. Chiesi io un’intervista all’Adnkronos per veicolare il messaggio senza metterla in pericolo. Il giorno dopo, però, i rappresentanti della comunità pakistana andarono a casa del padre intimandogli di farla tacere. È un contesto durissimo.
Come interviene operativamente quando una ragazza è in pericolo?
Cerco di contenere tutto all’interno della nostra organizzazione. Quando entrano in gioco forze dell’ordine o servizi sociali, la situazione si complica. A volte parlo direttamente con i ragazzi, perché se non si lavora sul maschile non si cambia nulla. Do anche consigli pratici: alle ragazze che rischiano di essere portate all’estero per sposarsi o subire mutilazioni, suggerisco di nascondere un cucchiaino nei vestiti per far scattare i controlli in aeroporto, ad esempio. È un modo per creare un varco di salvezza.
Quali sono le richieste più frequenti che ricevete lì?
Le ragazze chiedono istruzione o supporto legale per divorziare. Gli adulti chiedono macchine da cucire. Una macchina da cucire può letteralmente salvare una bambina da un matrimonio forzato. Le famiglie cedono le figlie per povertà, non per cultura. Quando sento dire “fa parte della loro cultura”, mi arrabbio. È una scusa dell’Occidente per non intervenire. Il 19 novembre 2024, sono stata audita in Commissione Affari Costituzionali al Senato della Repubblica in relazione all’indagine conoscitiva sul fenomeno della prostituzione realizzata attraverso piattaforme telematiche di incontri. Anche questo è un fenomeno molto esteso, ma poco conosciuto e, di conseguenza, senza strumenti di prevenzione e contrasto efficaci.
In diverse audizioni ha raccontato anche storie molto dure legate alla migrazione. Quanto pesa il trauma nei percorsi di accoglienza?
Pesa tanto. Chi arriva ha attraversato il deserto, la Libia, il mare. In Libia la salute mentale si azzera. Ho visto ragazzi terrorizzati dal buio perché i carcerieri facevano irruzione di notte sparando a caso. Una volta un gestore di un centro di accoglienza spegneva la luce a forza nella stanza di un ragazzo traumatizzato, senza capire i danni che provocava. Questo dimostra quanto il sistema sia impreparato. Molti, concluso il percorso di accoglienza, finiscono in strada, e la strada accelera la sofferenza psichica. Non sono persone violente: sono persone devastate.
In tutto questo, qual è il filo che tiene insieme il suo lavoro?
Quello della diplomazia culturale. Lavoro come un’istituzione, anche se non lo sono. Ho ricevuto diverse lettere di encomio dal Presidente Mattarella (anche la Medaglia del Presidente) e dalle più Alte Cariche dello Stato, ma ciò che conta davvero è cambiare le norme e proteggere le persone. Educare, sensibilizzare, intervenire: tutto questo serve, ma senza un cambiamento giuridico restiamo fermi. E io non voglio restare ferma.
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Anna Spena
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